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Kobe Bryant e i Boston Celtics: il bel ricordo di vent’anni di rivalità

Kobe Bryant e i Boston Celtics. Vent’anni di rivalità nel basket, un fenomeno culturale difficilmente classificabile nel contesto di una NBA come questa, una rivalità vecchia quanto la Lega stessa della quale il Black Mamba si è fatto portabandiera fino alla fine. Ma dove l’odio non è mai arrivato, solo un “pizzico” di agonismo per rendere interessanti le cose.

Una storia cominciata, paradossalmente, non nel segno della rivalità. Con un workout pre Draft del Black Mamba proprio in bianco verde, nel lontano 1996. Red Auerbach osò definirlo un “diavolo di giocatore”, ma con la sesta scelta assoluta di quel Draft presero Antoine Walker (sigh), e Kobe…beh, si sa. Conoscendo il carattere del nostro, deve essersela già legata al dito. Anche perché, come dichiarò in seguito: “Avrei provato a farmi carico dell’eredità di Bird. Assolutamente. L’avrei fatto con grandissimo orgoglio e onore”.

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La prima partita contro la squadra che poteva sceglierlo è la tredicesima di quella stagione, al Garden. Una sconfitta di 16 punti, e il nostro che realizza 1 – 7 dal campo in 20 minuti di impiego. Due punti in totale. A sua discolpa, si può dire che avesse 18 anni e 96 giorni, quindi ancora tutto da dimostrare. Infatti, il 27 febbraio 1997 ne mise 14 e la vinse, quella. Kobe – Celtics per ora 1 – 1.

Passano gli anni, le responsabilità di Bryant nei Lakers aumentano, fino al 2004. L’addio di Shaquille O’Neal, infatti, gli apre le porte del controllo del team. E con questo, aumenta anche l’accanimento nei confronti dei Celtics, anche se non ha mai smesso di ammirarli. Un odio et amo unico nel suo genere, che trascende la semplice tifoseria e che riguarda entrambe le due parti interessate, con quell’amore per il Gioco che vorremmo vedere sempre, in ogni partita e ogni momento.

Le res gestae del nostro numero 24 contro gli avversari sono numerose e valide di memoria, alcune ricche di gioie, altre invece con più amaro che zucchero (dipende con quale fazione ci si schiera). le partite sopra i 40 punti. Sono in tutto 5, con un record di 2 – 3. La prima, nel lontano 7 novembre 2002. 17 – 39 dal campo, 0 – 8 da tre per un totale di 41 punti al Garden. Quella partita la vinsero i Celtics 98 – 92.

26 febbraio 2006, allo Staples Center: vittoria Boston 112 – 111. Per Kobe Bryant, 40 punti con 11 – 24 dal campo e 6 assist. Si sarebbe rifatto il 20 marzo dello stesso anno, al Garden: ne fece 43, con 18 – 34 dal campo e portando a casa la partita con una vittoria 105 – 97. Infine, il capolavoro: al Garden, il 31 gennaio 2007, segnò 43 punti con 25 tiri e batté i rivali 111 – 98. Quei Celtics erano però l’ombra della vecchia gloria del passato: chiusero infatti 33 – 49, non si qualificarono per i playoff e si preparavano a una delle loro peggiori stagioni nella storia, il 2007 che vide anche la scomparsa di Red Auerbach da 24 – 58. I Lakers erano ancora gli incompleti, che dopo la cessione di Shaq a Miami non trovavano la loro identità. Furono i due anni dell’esorcismo da parte dei Suns: il 4 – 3 dei playoff del 2006, in rimonta, e il 4 – 1 del 2007. Con Bryant che era già pronto a mollare, a essere ceduto.

Ma nel 2007, la musica cambiò: Boston mise assieme i Big Three, i Lakers aggiunsero in corsa Gasol e si sa come la storia sia andata. La sfida aveva più gusto, ad essere vinta: Spurs e Pistons sconfitti in finale di Conference, quindi le Finals. Kobe poteva ora, finalmente, mostrare ai Celtics di essersi sbagliati nel 1996 e che era il predestinato per raccogliere l’eredità di Magic Johnson come bestia nera (anzi, gialloviola) degli acerrimi rivali. Quella finale fu chiusa dal Mamba con 25.7 punti e una amara sconfitta, ancor più sconsolante dopo la gara 6 da 131 – 93. Il 2008 – 2009 fu un anno di rivincita parziale: fu infatti Kobe, con 27 punti, a interrompere la striscia di 19 vittorie consecutive dei Celtics e a portarli a 27 – 3, il giorno di Natale del 2008. Se poi non fosse stato per Garnett e il suo ginocchio, la rivincita a Giugno era cosa praticamente fatta.

Allo squalo Kobe, nel 2009 – 10, piacque particolarmente il sangue biancoverde. Specialmente il 31 gennaio 2010, quando segnò in fade away marcato all’osso da Ray Allen, a 8 secondi dalla fine del quarto quarto e vinse la partita 90 – 89. Tre anni dopo, tornava sul luogo dei 43 punti per dettare ancora la sua legge. Fino alle Finali del 2010. I Celtics, per legittimare l’eredità di Bryant, dovevano essere battuti. Ma vendettero cara la pelle sino alla fine e se non fosse stato per Gasol e Artest, dubitiamo che Kobe si sarebbe messo il quinto anello al dito. Finali vinte: pari 1 – 1.

Come ogni bella cosa, anche quei grandi team cominciarono la loro parabola discendente. Le uniche cose che non sembravano invecchiare erano la voglia di competere e lo spirito guerriero di Bryant. Fu lui a realizzare 41 punti allo Staples, sconfitto 109 – 96, nell’ultimo dei suoi cinque quarantelli contro il trifoglio. Era lì quando i Celtics persero 92 – 86 al Garden, il girono che Ray Allen superò Reggie Miller per numero di triple realizzate nella storia NBA, il 10 febbraio 2011. Ma l’incontro alle Finals mancò. E non si verificò più.

Arriva poi il giorno di Dear Basketball. E Isaiah Thomas, leader dei Celtics, dichiara: “Prenderò la sua canotta prima che si ritiri. È il miglior giocatore della mia era e il Gioco ne sentirà la mancanza. È uno dei migliori giocatori di sempre. E questo fa male.”. ma non è il solo Celtic a parlare dei Lakers. Il 30 dicembre 2015, Evan Turner ricordò con piacere la sua prima partita contro il Mamba, alla notte di Capodanno con la maglia dei Sixers: “Mi avevano detto di non guardarlo negli occhi, di lasciarlo da solo. Ma lui venne da me sul campo e mi disse ‘come stai? Come sta tua madre?’. Io mi compiacqui e le dissi che sta bene”. Prima ancora è stato il turno di Kevin Garnett, alle Finals 2010, dicendo che è il miglior giocatore dell’intera NBA.

È strano quanto il destino ti leghi a ciò che non dovresti sopportare: e così, Bryant si è trovato molte volte in squadra con degli ex Celtics. A partire da Brian Shaw e Rick Fox, mentori prima dei biancoverdi poi del Black Mamba, passando per Brandon Bass quest’anno. Il primo titolo vinto contro la leggenda che lui tanto amava: Larry Bird, allora head coach dei Pacers. Tony Allen, il difensore più difficile contro cui giocare e oggetto di particolare rispetto da parte del nostro. Soprattutto, Rajon Rondo. La colazione a Boston di oltre un anno fa e l’appellativo da parte di Kobe “E’ uno s*****o come me” e la replica del non ancora Maverick “Anche io penso lo stesso di lui”. Si pensava fosse un reclutamento di Bryant per portare dalla parte del nemico l’allora leader di Boston. Poi, la cessione a Dallas, il cattivo rendimento e la pessima condizione fisica hanno portato i Lakers a D’Angelo Russell.

Lo scontro tra Bryant e Celtics si sta per chiudere così: trenta partite, con 18 – 12 per il primo senza contare le Finals, che sono in archivio con un record 1 – 1. La cosa più bella: due fazioni che si scontrano e finiscono in parità nel momento più importante della stagione. Sono in tutto 25.5 punti a partita, a 4.4 assist di media.

Per chiudere le sue scampagnate al Garden, tutti aspettavano la partita di ieri sera. Innanzitutto, prima della partita Danny Ainge ha fatto il regalo più bello che un giocatore possa avere: un pezzo del parquet dei Celtics. Con una foto del mamba accanto al logo, nella posizione della palla a due iniziale, e due placche dorate: una con tutte le partite di regular season e una con le Finals. E la scritta: “Come riconoscimento per le tue leggendarie prestazioni sul parquet. Dai tuoi amici e rivali, i Boston Celtics”. Al momento di entrare al palazzo, ancora in borghese, già gli occhi gli brillano. E alla presentazione delle squadre…

Manca la tripla e prende il rimbalzo, passandolo in malo modo e causando una palla persa. Poi, appoggio in rovesciata contro Jared Sullinger e schiacciata bimane per il 68 – 65 Lakers. A metà quarto quarto, mette la tripla del 98 – 89, ma Boston non vuole fare sconti nemmeno all’ultima danza e torna sotto con Bradley e Turner fino al 104, 102. Bryant prende palla a 1:40 dalla fine da 8 metri, tira alla Steph Curry .. ed è solo rete! 107 – 102 e la standing ovation del Garden che canta “Kobe! Kobe! Kobe!”. I Celtics sanno rendere onore, all’avversario di molte battaglie (43, per l’esattezza), che chiude la partita al Garden con una vittoria 112 – 104, una doppia doppia da 15 + 11 e un po’ di commozione. “Questo posto è sempre stato speciale per me. La storia è ciò che rende questa città differente dal resto”. E una piccola frecciata, al 2010: “Non volevo essere ricordato come quello battuto due volte dai Celtics”. Fa parte del gioco.

Da ragazzino al workout alla partita di ieri sera, Kobe Bryant e i Boston Celtics ci hanno regalato alcune delle pagine più belle della NBA di questi venti anni. Sempre legati tra loro, mai amati totalmente ma mai nemmeno odiati, quello nel modo più assoluto. Reciprocamente rispettosi sarebbe troppo riduttivo per indicare il rapporto che li ha contraddistinti. Kobe ha raccolto l’eredità di Magic Johnson alla grande: bestia nera sul campo, oggetto di rispetto fuori. E sia per lui che per i Celtics, è il miglior “Vissero felici e contenti” che si potesse avere dopo venti anni di storia.

foto: usatoday.com

1 commento

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  • grande pezzo Andrea,
    mi hai fatto riaffiorare tanti ricordi + e – belli, tanti non avresti potuto perchè hai 30 anni meno di me : ti porti dentro il “pride” si sente. Lo sento io che fui conquistato alla causa da una canotta biancoverde col numero 17 regalata dal padre ( che non sapava nulla di basket ne dell’ NBA del 1971).
    Grazie anche se mi hai fatto ricordare anche l’ amarezza del giugno 2010 ( dove con un Perkins in campo e soprattutto col vero e sano numero 5 non avremmo mai perso, ma questa é la legge dello sport ).
    Complimenti bellisimo articolo !