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La panchina, le difese e il fattore Iguodala: le chiavi di un’atipica gara 1

Ci aspettava di veder splendere le stelle già a partire da gara 1, ma in qualche modo l’unico fuoriclasse a disputare una prova in linea con le sue usuali prestazioni è stato sempre il solito (quando si parla di una gara di finale tra Warriors e Cavs): Andre Iguodala. Impegnato su un lato del campo a contenere per quanto possibile LeBron e sull’altro lato a punire una difesa che continua a battezzarlo, Iggy ha fatto sembrare tutto facile. Non è raro che succeda: anche nella serie contro i Thunder è stato probabilmente il giocatore dei Warriors in grado di fornire la maggior continuità di prestazioni. Tuttavia, non è stato solo l’ex Phila e Denver a creare problemi a Cleveland. L’intero supporting cast dei Warriors ha giocato una partita da libri di storia.

SUPPORTING CAST ─ Già dalle prime battute del secondo quarto è parso evidente che LeBron e Irving avevano smesso di fidarsi di un supporting cast che non stava segnando i tiri che ha invece messo per tutti i Playoffs. Per questo, il 23 e il suo fido scudiero hanno iniziato ad affidarsi alle iniziative personali, coinvolgendo di tanto in tanto un Love troppo poco cercato anche quando si è trovato in post basso contro un avversario più piccolo. I Warriors si sono comportati all’opposto: con Curry (4/15) e Thompson (4/12) in una serata da incubo, la palla ha iniziato a finire sistematicamente nelle mani degli altri giocatori, con risultati eccellenti. Prima che Curry segnasse la tripla che è valsa per lui quota 11 punti (solo Wilt Chamberlain e Bill Russell hanno segnato meno in una gara di finale a cui arrivavano da MVP della regular season), Golden State aveva già sei giocatori in doppia cifra: tra di essi non figuravano per l’appunto né Curry né Thompson. Menzioni d’onore per un Leandrinho Barbosa d’altri tempi (11 punti con 5/5 al tiro in 11 minuti) e per un Shaun Livingston in grado di far registrare il suo nuovo career-high nei Playoffs (20 punti con 8/10 dal campo). La panchina dei Warriors ha segnato 45 punti contro i 10 di quella dei Cavs: si tratta di un nuovo record nella storia delle Finals, che batte il +34 della panchina dei Celtics contro quella dei Suns nel 1976.

LE SCELTE DIFENSIVE ─ OKC nelle semifinali di Conference aveva ottenuto risultati importanti cambiando sui blocchi con Ibaka o Adams su Curry o Thompson. C’erano dubbi sulla possibilità che Cleveland potesse replicare lo stesso meccanismo con Thompson e Love. E infatti la scelta di Lue è stata ben chiara fin dal principio: dopo il primo blocco, LeBron si è sempre portato su Curry. Il risultato è stato ottimo, considerando che James non ha mai concesso un millimetro all’MVP della stagione regolare, che infatti ha segnato solo 4 canestri dal campo (uno solo in un possesso in cui era marcato dal 23 dei Cavs). Se da un lato il contenimento su Curry e Klay ha funzionato, dall’altro però i Cavs si sono mostrati fragilissimi in tutte le altre situazioni difensive: Irving in particolare è parso in ritardo su ogni taglio, ma anche la comunicazione tra gli altri componenti della squadra è stata pessima, portando ad un inaccettabile numero di tiri ad alta percentuale per i campioni in NBA carica. Golden State, invece, si è mossa in senso opposto: chiudere LeBron in area. I replay di ESPN hanno più volte evidenziato la gabbia che si veniva a creare ogniqualvolta James riceveva palla in post basso. La vera chiave del successo per i Warriors è stata la reattività con cui i giocatori hanno saputo chiudere sui tiratori, fattore che ha poi infatti portato un frustrato James a incaponirsi nelle situazioni uno contro uno (che Iguodala ha gestito magistralmente) senza cercare più di tanto lo scarico. LeBron, nonostante questo, è riuscito comunque a collezionare 9 assist.

I RITMI ─ Citiamo di nuovo la serie con OKC perché è stata, senza ombra di dubbio, quella in cui Golden State si è trovata più in difficoltà negli ultimi due anni. I Thunder hanno messo a ferro e fuoco la difesa dei Warriors con pick and roll veloci nei primissimi secondi dell’azione, vòlti ad anticipare lo schieramento dei giocatori di Kerr. Una volta schierata, la difesa di Golden State diventa invece impenetrabile e ha una notevole facilità di cambio grazie alla versatilità di giocatori come Draymond Green, Klay Thompson e lo stesso Iguodala. Dunque, se per questi due anni si è creduto che la chiave per provare a battere Golden State fosse abbassare i ritmi, in realtà OKC ci è andata vicino alzandoli. Il problema è che Cleveland non ha la caratteristiche atletiche per replicare una soluzione di questo tipo. Il gioco dei Cavs in gara 1 è stato sicuramente meno fluido che nel resto dei Playoffs e si è sviluppato, tranne che quando Irving ha attaccato dal palleggio ad inizio azione, con lentezza: quasi sempre passando per LeBron o per Love in post. Questa potrebbe essere una chiave del prosieguo della serie: Cleveland potrebbe continuare su questa scia, sperando di trovare la quadra nell’altra metà campo e di imporre così il suo ritmo, oppure potrebbe cercare di muovere di più la difesa nei primi secondi del possesso, per provare a far piovere triple sui Warriors come ha fatto con Pistons, Hawks e Raptors.

Le caratteristiche del roster farebbero propendere per la prima ipotesi, perché così Cleveland è abituata a giocare, ma la differenza rispetto a tutte le altre serie affrontate dai Cavs finora è che Golden State ha le capacità per difendere l’area e per recuperare al contempo sui tiratori quando necessario. Lue dovrà anche decidere sul piano difensivo se continuare a fare affidamento sul supporting cast dei Warriors oppure se aumentare la guardia sugli altri giocatori col rischio di allentare poi le maglie che hanno stretto Thompson e Curry in gara 1. Insomma, questa prima partita lascia ai Cavs diversi interrogativi su cui riflettere. Golden State, di contro, ha (stra)vinto una partita in cui Curry e Thompson hanno segnato solo 20 punti totali e anche solo per questo fatto ha guadagnato un po’ di inerzia.