NBA Temi della notte

LeBron la domina, Kyrie la vince, Golden State è solo Green: le chiavi di gara 7

Le Finals 2016 terminano nella maniera più incredibile: i Cavs sbancano la Oracle Arena e si laureano, per la prima volta nella loro storia, campioni NBA. È stata una gara 7 che non ha tradito le aspettative: intensa, combattuta, spettacolare e indimenticabile. Solo due scossoni in 48 minuti (Golden State a fine secondo quarto e Cleveland nella parte centrale del terzo). Per il resto, equilibrio assoluto. Come non l’avevamo mai visto nel resto della serie. Perché, sebbene le due squadre avessero segnato esattamente lo stesso numero di punti nelle prime sei gare, nessuna partita delle prime sei si era conclusa con uno scarto inferiore a 11 punti. Gara 7 è stata la partita del definitivo (ammesso che ne avesse bisogno) ingresso nella leggenda di LeBron James, profeta in patria e autentico trascinatore della prima squadra nella storia in grado di ribaltare un 1-3 nelle Finals. È stata la partita della definitiva consacrazione di Kyrie Irving, autore di una serie impressionante alle prime Finals della sua carriera (l’anno scorso giocò solo gara 1) e, soprattutto, del canestro che ha consegnato la partita a Cleveland con 1 minuto sul cronometro. È stata anche la partita della definitiva consacrazione di Draymond Green, forse per la prima volta in questi Playoffs sotto controllo per l’intero incontro e autore della miglior gara in carriera, con 32 punti, 15 rimbalzi, 9 assist e 6/8 dall’arco.

IL DRAMMA DEGLI SPLASH BROTHERS ─ Gara 7, però, è stata anche una partita che potrebbe tormentare a lungo i pensieri di Stephen Curry e Klay Thompson. I due fenomeni di Golden State, autentici protagonisti della stagione dei record per i Warriors, hanno giocato una gara 7 (e per certi versi un’intera serie) ben al di sotto delle aspettative. L’atto conclusivo e decisivo delle Finals ha mantenuto lo stesso copione dei precedenti: Splash Brothers in netta difficoltà nel liberarsi dal marcatore in uscita dai blocchi e nel battere i cambi difensivi degli uomini di Tyronn Lue. Eppure, nonostante i problemi, raramente hanno tentato giocate fuori script. Il vero aspetto negativo della gara 7 di Curry e Thompson non sta tanto nel numero dei tiri sbagliati (11 per Klay e addirittura 13 per Steph, a fronte di 6 segnati a testa), quanto nell’ostinata fedeltà al loro gioco e, forse, nell’eccessiva confidenza nei propri mezzi. La situazione più emblematica su questo versante è il possesso Warriors sul +1 a 5′ 20″ dalla fine: Curry ha tentato un velleitario passaggio dietro la schiena per Thompson, spedendo la palla in terza fila. I due non sono sembrati intenzionati ad azzannare la partita e, per certi versi, non hanno osato, se non per un paio di incursioni di Klay nel pitturato. Con un tiro da fuori che non ne voleva sapere di entrare per entrambi (4/14 per Curry, 2/10 per Thompson), i due hanno semplicemente continuato con le loro soluzioni usuali, senza che la fortuna girasse. Lo ha ammesso anche lo stesso Curry nel post-partita: in riferimento al possesso sul -3 con poco meno di 1′ da giocare, ha dichiarato che avrebbe dovuto cercare di battere Love dal palleggio per una penetrazione invece di incaponirsi nel tentativo di trovare spazio per il tiro dal perimetro.

QUINTETTI PICCOLI E QUINTETTI LUNGHI ─ Abbiamo visto varianti di ogni sorta: Kerr ha scelto di non rinunciare al centro e ha schierato Ezeli in quintetto base. Nel terzo quarto è stato schierato prevalentemente Varejao, mentre nel quarto periodo ─ in cui per la maggior parte del tempo è rimasto in campo il quintetto piccolo che dominò le scorse Finals, con Green da centro ─ l’allenatore dei Warriors ha reinserito Ezeli sul +4 a 6′ dalla fine. Il motivo? Lo ha spiegato in conferenza stampa: Cleveland non stava segnando da tre e per questo motivo Kerr voleva in campo in un difensore d’area. L’effetto sortito, però, è stato l’opposto: Ezeli si è ritrovato per due volte in marcatura su James sul perimetro e il 23 dei Cavs ha portato alla sua squadra in due possessi consecutivi un fallo subito su un tentativo dall’arco e una tripla segnata. È stato forse questo il momento che, più di tutti, ha cambiato la partita. Cleveland, invece, ha vissuto le maggiori fortune con il quintetto lungo con Love e Thompson contemporaneamente in campo. Non per niente, la fuga di Golden State fino al +7 verso la fine del secondo quarto è arrivata quando Lue ha rinunciato completamente ai lunghi, schierando LeBron da centro. Insomma, se l’anno scorso il quintetto piccolissimo di Kerr aveva ribaltato l’esito delle Finals (prima di quel cambio di rotazione, Cleveland era sul 2-1), quest’anno i lunghi sono stati decisamente un fattore. E, da questo punto di vista, l’assenza di Bogut è stata pesante per i Warriors.

IL LAVORO OSCURO DI KEVIN LOVE ─ Non prendeteci per pazzi. Le statistiche dicono che Love ha giocato una serie finale da 7.3 punti e 5.9 rimbalzi di media con il 36.2% dal campo in 22.6 minuti di utilizzo. Se ci fermassimo qui, non potremmo che giudicare le sue prestazioni come un fallimento, considerando che in carriera viaggia a 18.3 punti e 11.5 rimbalzi a partita. Eppure, riteniamo che sarebbe ingeneroso valutare l’impatto di Love in queste Finals solo in base ai suoi numeri. C’è un altro numero, infatti, che vogliamo portare alla vostra attenzione: il plus/minus. +18 in gara 5 (secondo migliore per i Cavs dietro a Irving) e +19 in gara 7 (il secondo migliore, sempre Irving, ha avuto +10). Non propriamente i dati di un giocatore che danneggia la sua squadra quando sta in campo. Anzi, in gara 5 e gara 7 la sua presenza ha dato più di qualche vantaggio ai Cavs. Non solo perché in gara 7 è stato gladiatore a rimbalzo (14 complessivi), subito aggressivo e in grado di strappare un rimbalzo d’attacco dalle mani di Ezeli (convertendolo poi in 2 punti segnati) nelle fasi iniziali della gara. La sua presenza sul parquet ha costretto la difesa di Golden State ad una maggiore prudenza sui cambi, perché lasciare Love contro un piccolo poteva significare un possesso in post con 2 punti facili (e infatti LeBron e Irving hanno sempre cercato l’ex giocatore dei Timberwolves nei pochissimi casi in cui le rotazioni dei Warriors hanno portato Thompson su di lui). Nell’altra metà campo, invece, Love è stato tutto meno che un problema per i Cavs. Si pensava che la differenza principale per Curry e Klay Thompson, rispetto alla serie con i Thunder, sarebbe stata che sulle loro tracce dopo il blocco poteva finirci Love invece che Ibaka. Love ha risposto facendo tutto il possibile e anche di più. Vedere per credere: il suo lavoro sulla potenziale tripla del pareggio scagliata (e sbagliata) da Curry a 30″ dalla fine è da manuale del basket.

L’AGONIA FINO ALLA SIRENA ─ Ogni gara 7 che si rispetti vede le squadre stremate nel finale di partita, costrette a lottare prima di tutto contro la mancanza di energie. Gara 7 delle Finals 2016 non ha fatto eccezione: Golden State ha raggiunto Cleveland a quota 89 con un layup di Klay Thompson a 4′ 39″ dalla fine. Da quel momento in poi, per tutte e due le squadre è calata la notte. In questo frangente, però, è la voglia di portare a casa il successo che ti spinge a tirar fuori energie che non pensavi neanche di avere. E Cleveland, come testimoniano due giocate chiave della gara, ne ha avuta di più. A 2′ dalla fine, con il punteggio sempre sull’89-89, Curry e Iguodala si sono lanciati nel contropiede che sembrava poter sbloccare il tabellone: Steph ha liberato Iggy, che è salito per il layup. Dal nulla, si è materializzato LeBron James con una stoppata disumana che verrà ricordata come The Block. Forse la miglior azione degli ultimi dieci anni, tripla del pareggio di Ray Allen in gara 6 del 2013 permettendo. Nonché una straordinaria e perentoria rivincita per la serie dello scorso anno, quando Iguodala vinse l’MVP delle Finals proprio per i suoi sforzi in marcatura su LeBron. Poi, dopo un altro minuto in cui nessuna delle due squadre è riuscita a segnare, Kyrie Irving si è trovato contro Curry e, dal palleggio, gli ha sparato in faccia la tripla che, a conti fatti, ha consegnato vittoria e titolo a Cleveland. Golden State, in sostanza, non ha segnato neanche un punto negli ultimi 4′ 39″ di gara. E, dopo un primo tempo in cui aveva tirato 10/21 dall’arco, nella seconda metà della gara ha messo a segno 5 triple su 20 tentativi e nel quarto periodo ha segnato solo 13 punti. Cleveland, in sostanza, ha avuto una maggiore capacità di realizzare le giocate decisive sotto pressione. Facile (si fa per dire) quando hai due giocatori che di umano hanno ben poco come LeBron e Irving.