Lontano da Utah: il primo anno di Millsap e Jefferson nella Eastern Conference

Tre anni assieme a Utah li hanno resi un buon duo di lunghi, sebbene uno dei più discussi dell’intera NBA. Nel loro periodo assieme, una sola presenza ai playoff. Il primo destinato ad essere il nuovo Karl Malone (non tanto ad abilità, quanto ad appeal presso la dirigenza dei “mormoni”), il secondo il nuovo Carlos Boozer, come lui prossimo iscritto al cast de “I Mercenari” da parte dei Jazz. In una Utah che dal febbraio 2011, con l’addio di Deron Williams, ha dato il via a una ricostruzione chiusa solamente al luglio appena passato, quando dopo voci, tentativi di trade mai riusciti e attese della free agency, finalmente Al Jefferson e Paul Millsap hanno vestito nuove casacche. Tutti e due nella Southeast Division.

Partiamo da Millsap. Gli Hawks, firmandolo (due anni, 19 milioni di dollari), sembrava avessero fatto il colpo del secolo. Usciva da un’ultima stagione in maglia Jazz da 14.6 punti al 49%, oltre a 7.1 rimbalzi. Non di sole medie vive il team NBA, ma di ogni fattore che esce dai suoi giocatori. Millsap, quindi, è stato chiamato quale sostituto idoneo di Josh Smith, il cui divorzio era solo questione di tempo. Più giocatore d’area (quello che Smith non sarebbe mai stato), buon tiratore dalla media, non un forzatore (stessa cosa di Josh, vero?!), soprattutto più disciplinato e meno egoista. Le cifre di questa stagione, per il ragazzo di Monroe, sono ragguardevoli: 17.8 punti a partita (sebbene siano calate le percentuali, dal 49 al 45%), 8.2 rimbalzi, 1.1 stoppate a partita e un PER del 19.75. Su tutte, con lui continua la tradizione di giocatori di Atlanta convocati all’All Star Game. La gioia maggiore, per lui: oltre ad essere la prima chiamata, è avvenuta nella sua nativa Louisiana. Il suo rendimento è costante in ogni caso, nelle vittorie come nelle sconfitte. 18.8 punti a partita nelle prime, 17.0 nelle seconde. È interessante notare che nelle ultime quattro sconfitte di Atlanta, Paul Millsap non sia mai andato oltre i 19 punti e con il 43% al tiro; specie nella sconfitta di ieri contro Portland, in cui ha segnato 10 punti, con il 20% dei tiri e 0/4 da tre. Gli Hawks faticano a trovare il ritmo e, stanchi in una stagione in cui hanno perso Al Horford e il pacchetto lunghi è rimasto provato a lungo, Millsap si è mostrato il faro da cui si potrà continuare in Georgia, quando anche Horford sarà presente. Un duo di lunghi All Star è sicuramente meglio di uno solo.

Ora, la “pecora nera”. 49.4% al tiro, 17.5 PPG e 9.4 rimbalzi nel 2012 – 13. Le critiche su Jefferson sono state molte e di molti tipi: non ha tecnica, non difende. Charlotte ha fatto il solito buco nell’acqua, insomma; soprattutto vedendo il suo triennale da 41 milioni, cifra ritenuta assurda, appunto, per un perdente del suo calibro. Invece, ora ha la certezza quasi matematica di fare la seconda postseason della sua breve (e quasi già finita) storia da Bobcats, grazie a Kemba Walker e proprio a Jefferson, in area. In questa stagione, Big Al sta viaggiando a 21.6 PPG, 10.5 RPG e un PER del 22.17: è la prima doppia doppia di media in carriera. La tecnica è nettamente migliorata, soprattutto nel tiro da sotto e dalla media distanza, e questo è provato dal fatto che tira al 50.5% dal campo. In questo marzo si è visto molto bene di cosa sia capace l’ex prima scelta dei Celtics: 10.8 RPG, 2.4 APG, soprattutto 25.4 PPG con il 54% dal campo. Lo sanno bene i Nets, sconfitti soprattutto per merito suo e dei suoi 35 punti e 15 rimbalzi. In generale, quando realizza almeno il 50% al tiro, i Bobcats hanno la certezza quasi matematica di vincere. per una squadra che per anni ha avuto come centri Byron Mullens, Brendan Haywood e Tyrus Thomas (che torna a visitare Jordan nei suoi incubi peggiori), avere Jefferson che possa ricevere gli scarichi di Walker è cosa molto buona. Basta vedere le medie di questo gigantesco e barbuto barometro: 25.6 PPG al 53.2% al tiro, con 10.9 RPG nelle vittorie. 17.9 PPG al 47.5%, 10 RPG quando Jefferson, pardon i Bobcats, perdono. Non la prima volta che Al Jefferson viene chiamato ad un grande ruolo all’interno di una squadra: i Celtics volevano costruire su di lui, i Timberwolves vedevano in lui l’erede di Kevin Garnett. Tuttavia, è la prima volta che lui è mentalmente e fisicamente pronto per coprire questo posto. E ci sta riuscendo.

L’ultimo scontro diretto? 17 marzo, alla Time Warner Cable Arena di Charlotte. Vittoria degli Hawks 97 – 83. Millsap con 28 punti a referto con il 60% al tiro e il 50% da tre, Jefferson 16, con 6/15 dal campo. Una serata storta può capitare a tutti. Deve aver fatto un effetto strano ad entrambi, in ogni caso: prima erano uno comprimario dell’altro, ora sono i fari dei rispettivi team. Prima era criticati, ora sono riconosciuti come tra i migliori giocatori della Eastern Conference. Entrambi sono la prova che l’evoluzione/involuzione di un giocatore dipende, oltre che dallo sviluppo personale, anche dall’ambiente che lo circonda. Ovvio che Millsap. Altrettanto chiaro Jefferson, che imbeccato da Walker e con un supporting cast più adeguato rispetto a quelli trovati in precedenza, riesca ad esprimere al meglio il proprio valore. Sebbene sembra che Millsap abbia subito una leggera involuzione rispetto all’anno scorso, dobbiamo considerare il fattore Horford e anche di essere stati lui stesso fuori con un infortunio al ginocchio, che ne ha condizionato l’apporto; sebbene Jefferson sia diventato un giocatore molto più completo rispetto al passato, bisogna che prosegua in questa direzione. In ogni caso, non male per entrambi, per il primo anno lontano da Utah.