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Muhammad Ali – Un grande campione, padre del coraggio dei cestiti passati e presenti

Inutile dire che, all’alba italiana, un grande campione si sia spento. Il web, i giornali, i TG. Tutti parlano della scomparsa di Muhammad Ali. Un uomo che, nel mondo del basket, soprattutto quello NBA, appare ben più di un’icona. Sicuramente, una fonte di ispirazione per i Black Muslims, dei quali Donald Trump non ha ricordato nemmeno un atleta esemplare (e la lista è lunga). Nemmeno lui, il più illustre. Un uomo che ha ispirato tra i tanti campioni anche Shaquille O’Neal e Rasheed Wallace, pugile e cestita, più vicino al mondo dei guantoni rispetto ad altri, ma che non per questo si debba ritenere superiore a tutti quelli che di boxe poco ne masticano. Un esempio anche per Bobby Dixon, che in nome del grande rispetto che nutre verso il pugile ha cambiato il suo nome in Ali Muhammad, dopo aver ottenuto il passaporto turco.

Il comunicato che ha emanato Adam Silver parla da sé: “Muhammad Ali trascendeva i confini dello sport grazie alla sua incredibile personalità e al suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. Era una presenza di grande ispirazione in diversi eventi del mondo NBA ed era profondamente stimato e ammirato da molti componenti della nostra lega. Nonostante la nostra tristezza per la sua scomparsa, siamo sicuri che la sua leggenda continuerà a vivere in ogni atleta che combatterà in quello che crede”.

E quanto mai questa ammirazione è vera. Twitter ha mostrato che, fin da subito, la leggenda non morirà: si è infatti riempito di commenti di cordoglio. Da Vince Carter ad Hassan Whiteside, a Jabari Parker e Jarrett Jack. Bismack Biyombo ha pubblicato addirittura una foto del suo accappatoio, calzoncini e guantoni. Toccante la foto che fecero i due ex Kentucky Karl – Anthony Towns e Devin Booker, al fianco di un Ali ormai segnato dalla vecchiaia e con pochi capelli, lo sguardo di chi la sa lunga. Ma i vari RIP, #respect e greatest of all non sono certo a pari a quello che ha scritto uno che ha fatto epoca, come l’allora Cassius Clay. Uno che, nato Lew Alcindor, si è convertito all’Islam e ha cambiato il suo nome.

“Mohammed Ali ha sacrificato gli anni migliori della sua carriera per combattere per ciò che riteneva giusto. Facendo così ha fatto in modo che tutti gli americani, bianchi e neri, potessero camminare a testa alta”. Poi Kareem Abdul – Jabbar ha aggiunto: “Io sarò pure alto 2,18 metri, ma non mi sono mai sentito così alto come quando ero nella sua ombra”. Questo è il sunto del lunghissimo post scritto su Facebook dalla leggenda dei Lakers.

Parlando di Lakers, fa ridere vedere il video nel quale il campione del pugilato si “scontra” con Wilt Chamberlain, dopo aver preso le opportune misure di braccia e mani del gigante dei 100 punti. Per poi dichiararsi pronto a batterlo! Una foto, quella di Wilt vs. Ali, che anche Italbasket ha usato per omaggiare il nostro, sempre su Twitter.

Ali, che parlando di Lakers fu uno dei primi a fare i complimenti a Kobe Bryant per la fine della sua carriera, e che era anche molte volte a bordo campo, per All – Star Game e partite. E sempre con un tocco di venerazione da parte dei 24 migliori giocatori del mondo. E non solo: Marco Belinelli, nella sua casa italiana, ha scritto su una parete: “La volontà deve essere più forte del talento”. Una fonte di ispirazione, insomma, non solo per gli americani, ma per chi è cresciuto con la coscienza della sua leggenda.

Parlando di ricordi, Reggie Miller ha ritrovato una vecchia foto del 1992, l’anno del Dream Team di Barcellona. “Ci siamo sentiti come delle scolarette quando il Campione è entrato in stanza”. A posare, oltre a Reggie e a The Champ, anche Karl Malone, Scottie Pippen, John Stockton.

Anche LeBron James si è espresso a riguardo. Si è assunto il ruolo di portabandiera della comunità afroamericana e, anche questa volta, non ha tenuto la bocca chiusa. “Quando ero bambino, sono rimasto ammirato da ciò che ha fatto sul ring. Quando sono cresciuto e ho iniziato a leggere riguardo a lui e a informarmi sul suo conto, ho iniziato a realizzare che quello che ha fatto dentro al ring era ininfluente rispetto a ciò che ha fatto fuori. La sua influenza, quello per cui ha lottato. È la ragione per la quale gli afroamericani oggi possono fare quello che fanno negli sport mondiali. Siamo liberi. Ci hanno permesso (lui, Bill Russell, Kareem, Oscar Robertson, Jackie Robinson) di avere accesso a ciò cui non potevamo avere. Muhammad Ali è stato un pioniere in questo.”

Certamente, quindi, quest’uomo non è stato solo un pugile. La sua storia parla da sé: revoca della licenza per non essere andato in Vietnam, cinque anni di galera, la lotta per i diritti umani, la risalita e la vittoria del titolo. La leggendaria Rumble in The Jungle. Le Olimpiadi di Atlanta, durante le quali accese il braciere olimpico, piegato ma non sconfitto dal Parkinson. Una fonte di rispetto unica per un mondo, quello dello sport, mai stato così unito. E anche in una NBA dove Steph e LeBron si daranno battaglia a partire da lunedì notte, un pizzico di unione ci sarà anche nelle fila avversarie. Perché di vanificare il sogno di Muhammad Ali, che nel nome dello sport ha unito così tanta gente, nessuno ne ha assolutamente voglia.