NBA Elimination Turn – La serie dei Bobcats e il loro futuro

L’unica serie andata secondo le aspettative. Miami chiude con un cappotto la serie contro Charlotte, si porta in semifinale di Conference e può ora godersi il meritato riposo, soprattutto per Wade e le sue ginocchia. C’è da dire che la vittoria, in ogni caso, era palesemente di quelli della Florida, eppure avrebbe anche potuto non essere così netta.

MIAMI – Gli Heat giocano da Heat, vincono da Heat e si permettono il lusso di avere qualche riserva, oltre a Ray Allen (20 MPG, ma 3.3 PPG, 26,3% dal campo e 27.3% da tre punti) e a Shane Battier (in campo solo 2 minuti in tutta la serie). Ci ha pensato James Jones, in campo 16 MPG e segnando 6.8 PPG, con il 42.8% da 2 e il 43.6% da dietro l’arco. Ci ha pensato Mario Chalmers, con 20 MPG ma il 43.3% dal campo e il 45.5% da tre punti. Soprattutto, ci ha penato Norris Cole, da 28 MPG e 8.3 PPG, ma soprattutto da 60% da tre punti e 52.2% dal campo. Oden non ha messo piede in campo, ma Birdman è tornato a volare con il 65% dal campo e 5.8 RPG. Deve restare in forma e concentrato, se vuole il secondo anello: gli Heat hanno bisogno di lui. Per i tre big, niente da dire su James (che meriterebbe ora l’MVP al posto di Durant, se si contasse la post season) e su un Bosh dal 69.2% da tre punti. Preme di più parlare di Wade: 33 MPG, 17.5 PPG e il 55% dal campo. Il cappotto gli è servito per tenere attive le ginocchia e, ora, per farle riposare. Chiunque sia l’avversario, Miami deve stare attenta: Brooklyn è esperta ma soprattutto molto più pesante sotto canestro, Toronto è giovane e tenere a bada DeRozan dovrebbe portare Spoelstra a sguinzagliare Battier.

CHARLOTTE – Potevano vincerne almeno una. Invece, dopo i Magic nel 2010, un’altra squadra della Florida mette ko Charlotte senza la possibilità di vincere. Tuttavia, non hanno mollato l’osso senza prima averci provato fino in fondo. L’assenza di Al Jefferson in gara 4 ha pesato eccome. A dirla tutta, la parziale presenza di Big Al ha nuociuto a Kemba Walker e soci, che con il loro centro al top avrebbero potuto insidiare maggiormente Miami. Kemba ha chiuso la serie come migliore dei suoi: 38 minuti giocati a 19.5 punti, con il 47.3% dal campo. Con 18.7 PPG, si mostra chiaramente una cosa: quando Al Jefferson non segna almeno 20 punti a partita, Charlotte è destinata a perdere; in ogni caso, onore al merito all’ex Utah, che ha dimostrato di non essere il mercenario ritenuto dai Jazz e dai Timberwolves e anzi di giocare anche con la fascite plantare, pur molto limitato. L’esperienza Bobcats, in North Carolina, si chiude con un bilancio complessivo di 293 partite vinte e 511 perse, oltre che di due cappotti alla postseason. Ora, però, si guarda avanti. Anzi, indietro.

IL FUTURO – Charlotte tornerà agli Hornets: i suoi colori, la sua divisa, e si spera anche la sua mentalità vincente. Di sicuro, non si parte da zero, per quest’anno. I sei free agent sono tutti unrestricted: McRoberts ha una player option che molto probabilmente eserciterà. Esclusa la gomitata su LeBron in gara 2, il bianco ex Pacers, Lakers e Magic ha dato al team di Jordan 11.5 punti a partita in 38.5 minuti, oltre che quasi 7 rimbalzi. Chris Douglas Roberts potrebbe magari aver trovato una casa, con 17.5 minuti di impiego. Pargo, Ridnour, Tolliver e White lasceranno quasi sicuramente il team. Il futuro passa da Kemba, Kidd – Gilchrist (chiamato al salto di qualità) e da Henderson, fortemente voluto in estate. Jefferson dovrà restare stabile, mentre Gary Neal ha dato prova di volersi rifare dal periodaccio ai Bucks. Deve migliorare il 22% da tre punti, cosa che aveva fatto mettere le mani nei capelli a Miami. Con la guida di coach Clifford, tuttavia, Charlotte potrà solo crescere.