NBA – Facciamoci delle domande, anno 2013

Anno nuovo, temi vecchi. L’inizio del 2014 propone una serie di dinamiche interessanti, sfociate a partire da Novembre e pronte a degli stravolgimenti nel periodo precedente alla deadline di Febbraio. Andiamo ad analizzarle assieme, ponendoci magari qualche domanda su come le cose sono andate, come sarebbero potute e come potranno.

MELO E I KNICKS – Distorsione alla caviglia nel terzo quarto contro i Magic. I Knicks vincono la partita. i precedenti? Una serie di sconfitte interne che non può essere imputata unicamente all’apporto egoistico dell’ex Syracuse. Il matinée domenicale diventa sempre più un cammino verso la sconfitta, anche netta (a dimostrazione, i 40 presi dai Celtics o, più recentemente, lo scontro con i Grizzlies). Le ragioni del perché questa New York è lontana anni luce non tanto dalle attese di inizio stagione, quanto dagli ottimi risultati della passata regular season? L’assenza di Tyson Chandler, uomo difensivo se ce n’è uno in quel team, senza il quale i blu arancio hanno sofferto in area. Una cabina regia conciata al punto da dover mettere in campo come play titolare Udrih. Stoudemire che non sarà mai più lo stesso che firmò gli otto zeri nel 2010, causa quelle sciagurate ginocchia. JR Smith che … siamo sicuri che non sia una brutta copia del grande giocatore visto nelle scorse due stagioni? Quel giocatore che, dopo la sciagurata gomitata a Jason Terry in gara 5 degli scorsi playoff,  sia tornato il solito diavolo tatuato? Proprio la situazione di guerra con le fazioni Woodson vs Smith non aiuta New York. Anthony cosa fa in tutto questo? Anthony, l’uomo che si dichiara figlio di New York e che ha lottato per giocare nella città dove è nato, il giocatore simbolo di New York come forse prima di lui è stato, negli ultimi, solo Stephon Marbury, l’uomo per il quale Donnie Walsh ha (obbligatoriamente) smontato un team per vincere, cosa fa? Vuole partire, semplice. Come un vero capitano dovrebbe fare. Facciamoci delle domande, quindi: ridurre i tiri tentati e, nei limiti del possibile, passare quel maledetto pallone? Non è che non ha nessuno, accanto: Bargnani sta giocando molto bene, rispetto alle aspettative. Stoudemire non sarà mai più lo stesso di prima, ma un pallone in post non guasta mai, idem per Chandler. No. Un vero capitano abbandona sempre la nave che affonda. E in Italia, questo, lo sappiamo molto bene.

PROPRIETARI CAPRICCIOSI – Ancora New York protagonista. Come città, si intende. I proprietari che hanno puntato sulla costruzione di un team senza pensare a chi mettere al comando o all’interno di essa è come un pasticciere che mette uova, farina, sale e NON zucchero nell’impasto di una torta. Entrambi i Newyorkesi si mostrano colpevoli, in questo. Se Dolan può avere il rimpianto di aver PRETESO Carmelo Anthony, pur sapendo i rischi che avrebbe incontrato, Prokhorov ha quello classico che, prima di lui, Mark Cuban, Pat Riley e Jerry Buss hanno affrontato: una squadra vincente non è una collezione di grandi figurine. O meglio, l’album può essere completo quando hai la figurina più pregiata: un allenatore vincente capace di far interagire i pezzi in maniera corretta. Da estimatore, ritengo che Lionel Hollins sarebbe stato molto più capace di far interagire Garnett, Pierce, Blatche e Deron Williams di quanto non abbia fatto Jason Kidd. Di Woodson non si può dire nulla: lui guida New York da due anni e passa e i risultati dell’anno scorso parlano chiaro; qualcosa è cambiato nella chimica di squadra e lui non sa cosa sia (a parte JR). Quindi, altre domande da farsi: come mai i supercostosi Thunder o Clippers vincono, idem i meno costosi Blazers e Pacers? Come mai i supercostosissimi Nets NON vincono e i Knicks deludono? Chiediamolo a Mikhail e James, piccoli monarchi incentrati sul denaro, e poi ne riparliamo.

INFORTUNI – Il destino non aiuta, a volte. Derrick Rose e Kobe Bryant sono stati vittime, di questo destino. Il loro ritorno poteva essere LA svolta della stagione, insieme a quella di Westbrook e, prima o poi, di Rondo e Gallinari. Invece è stato il loro ritorno ai box a fare LA svolta. I Bulls, oggi come oggi, sono sul mercato e fuori dalla lotta alla post season. I Lakers già non erano partiti benissimo e senza Kobe non hanno né cambiato né scalato marcia rispetto al loro avvio. Siamo sicuri che il fato non possa essere avverso ai Supereroi? Ma non ci sono solo loro: Pondexter a Memphis ha tolto punti ed energia ad un team che vedeva in lui un grande sostegno dalla panchina, Golden State senza Iguodala faticava e molto. Un giocatore non fa il team, ma il team necessita dei tasselli giusti, come un motore, quindi ha bisogno di tutti pezzi, quindi OGNI giocatore è importante. Invito particolare a chi si prende la palla e non gioca di squadra. Il basket che vince è fatto di cinque coristi, non di un solista. Perché, quindi, certi team non vincono? E, soprattutto in questo momento: i Thunder riusciranno a fare a meno di Westbrook per i prossimi due mesi?

MERCATO – L’estate NBA è divisa in due categorie: gli affari buoni e quelli non buoni. La crudele legge della palla stelle & spicchi non vede le premesse e gli sviluppi, ma gli esiti dell’affare. E la triste vicenda dei Cleveland Cavaliers e quella semi lieta dei Sixers sembrano essere le due facce di questo ragionamento. I Cavaliers avevano le carte in regola per andare ai Playoffs. Oggi, sono fuori. Sun Tzu diceva “Il generale veramente eccellente è colui che cerca la vittoria prima della battaglia”; per farlo, cerca i soldati giusti per vincere in partenza. Quindi, un Anthony Bennett sovrappeso e con problemi di infortuni, più il falso Bynum del post Lakers NON possono essere la soluzione alla vittoria. Di Bennett si vedrà, mentre Bynum potrebbe presto lasciare l’Ohio, via trade o taglio. I Sixers invece non hanno aspettative per il presente, ma il futuro si chiama Michael Carter Williams, un altro che il college ha snobbato, la NBA pure, ma che ha colto a Philadelphia l’occasione del riscatto. Quindi, vale la pena correre il rischio su chi ha più incognite che certezze?

TANKING, O NON TANKING? – Ma siamo sicuri che bisogni per forza aspettare il Draft del 2014? Che alcune squadre abbiano già trovato un principio di quadratura del cerchio, senza volerlo? Come chi trova una bella ragazza dal nulla e ci si mette insieme, contro tutti i pronostici? I coach del mese di Dicembre lo dimostrano. Toronto ha chiuso lo scorso mese con otto vinte e sei perse e, al momento in cui questo pezzo va in rete, quarta a Est, prima nella derelitta Atlantic Division e, per la prima volta dal 2010 con un record pari al 50% di vittorie. E pensare che la cessione di Rudy Gay doveva essere un principio di rebuilding … A Ovest, la previsione era di vedere i Suns sbaragliati a destra e manca per la Lega; invece? Bledsoe si è mostrato quel grande play leadership – ready che solo Chris Paul vedeva come tale, i gemelli Morris una coppia meravigliosa da vedere (specie Markieff), Jeff Hornacek il pastore adatto per queste pecorelle non così smarrite. Cavallo che vince non si cambia, dicono: però, anche se il momento per questi due puledri è buono, è bene dargli una buona inferrata, per renderli migliori.

MAGLIE A MANICHE CORTE – La tradizione vuole essere violata, sempre e in ogni caso. Non fanno eccezione le canotte soppiantate per un giorno dalle t – shirt. Esiti? Come se Babbo Natale avesse portato il carbone, anziché i doni. Udrih primeggia con la lamentela che le orrende magliettine non permettano un corretto movimento per il tiro da tre punti, ma in generale l’idea non è stata accolta a braccia aperte dal popolo NBA, giocante e non. Siamo sicuri di voler continuare, con questa brutta pubblicità?

FEDERICO BUFFA RACCONTA MICHAEL JORDAN – E’ stato un’opera d’arte, un capolavoro, un dono giustamente natalizio alla posterità. L’Avvocato ci ha regalato 57 minuti di ciò che avremmo visto su SKY per tutta la stagione, ma che non vedremo causa contratto. Che si senta la mancanza di Buffa al fianco di Flavio Tranquillo si nota, non tanto per la conoscenza cestistica del nostro (ben nota all over the world), quanto per quel pizzico di ironia, di sagacia, di retorica che sa insaporire una grande telecronaca come la cannella sapeva aromatizzare i dolcetti amati da Michael Jordan. Che la NBA su SKY sia nulla senza di lui è crudelmente esagerato, che perda una parte del suo fascino è innegabile per chiunque. Siamo sicuri che, presto o tardi, non interpreterà la parte di quell’MJ da lui descritto?

HEAT – Che Miami sia candidata al titolo lo dicono le annate appena passate, un LeBron stratosferico e un organico compatto che, salvo Mike Miller, non ha cambiato di una virgola la struttura. Che Miami non voglia sforzare troppo i suoi mostri, è anche abbastanza chiaro. Che Miami abbia voglia di chiudere in bellezza questo ciclo, ci siamo. Ora la domanda: il successo si costruisce d’un botto, o passo per passo?

SPURS – Parto dalla domanda, anche perché su di loro non ci sono molte cose da dire. Perché vincono? Risposta fin troppo ovvia. Perché possono tornare in Finale? Perché non c’è nessun team più team di loro. Perché possono vincere ancora? Stesse ragioni di cui sopra. E con questo, non plus ultra.

PRONOSTICI FALLITI – Memphis orso in letargo, Portland mina vagante, Charlotte e Boston non così disastrose come si pensava. Nets destinati a dominare, New York e Melo che sugellano la loro unione con un anello al dito, Cleveland pronta a riaccogliere LeBron James, da vincente. La NBA è lo sport dove vige la teoria della relatività e dove non ci sono previsioni affidabili come i bollettini meteo; una specie di ombelico del mondo, “Dove le regole non esistono, esistono solo le eccezioni”. Quindi, perché crediamo ancora alla piena affidabilità del pronostico?

foto: butlerway.com