NBA Finals – Un’ottima annata, per Marco Belinelli

11 luglio 2013. Marco Belinelli viene chiamato dai San Antonio Spurs per far parte di un team voglioso di riscattarsi dell’onta subita contro gli Heat. L’offerta è di due anni e, in confronto a quella dei Cavs, molto meno redditizia economicamente. Ma il nostro sa bene che questa può essere l’occasione della vita. Sotto la leadership di Duncan e Parker, oltre che sotto l’ala vigile del suo vecchio compagno d’avventure bolognesi Manu Ginobili, Beli può avere la chance di giocare in un grande team, di vivere una grande stagione e, chissà, magari di mettersi l’anello al dito. Deal done.

Il grande scarto, il non predestinato, l’anello debole dell’Italia stelle & spicchi, ora ha l’occasione di poter far vedere quello che vale: sa che Popovich recluta le sue truppe in base alla qualità del loro gioco e non alla fama che si sono costruiti.

La prima partita in maglia nero argento non è delle più eclatanti: 5 punti, 19 minuti di impiego, 0/2 da tre, 2/5 dal campo. Solo dalla terza di stagione, contro Portland, Marco comincia ad entrare in ritmo con 19 punti segnati e 27 minuti di impiego. Al 30 novembre, però, ha già un piccolo record di cui può andare orgoglioso: tira con il 55% da tre punti e, almeno per un mese, manterrà il record di miglior realizzatore da oltre l’arco. E proprio questo piccolo record (44.5% da tre allora) gli conferisce un urlo tutto suo da parte dei cronisti texani (“Mamma mia!”), oltre che un biglietto di sola andata per New Orleans, in qualità di candidato per detronizzare Kyrie Irving al Three Point Shootout. La gara è bella e tesissima; la finale vede Marco contro Bradley Beal. Per primo parte il nostro: 19 triple segnate. Beal parte male ma recupera, infila gli ultimi sei palloni e pareggia. Tiebreak: 24 di Beli, Beal getta la spugna. Il primo trofeo che Marco alza al cielo, sia nella sua carriera che in quella di ogni altro italiano passato e presente della NBA. Il primo trofeo da tre punti vinto da uno Spurs ha stampato il marchio tricolore. Nell’intervista che segue dichiara: “E’ bello, ma quello che voglio è vincere il titolo”. È la regular season dove vengono aggiornati i record personali: i 24 punti ottenuti in gara 7 contro i Nets diventano 28 il 19 dicembre 2013 contro i Warriors, e i 28 si trasformano in 32 segnati il 2 gennaio contro i Knicks. Il 12 febbraio è il turno del top a rimbalzo: 11, contro i Celtics.

I playoff lo vedono sottotono: poco usato contro i Mavericks, e anche a basso rendimento. Contro Portland le prime due gare sono altra storia: 28 e 22 minuti, 19 e 16 punti con rispettivamente il 60 e il 66,7% da tre. Da lì in poi, si torna alla normalità, che persiste con i Thunder. Dopo gara 6, però, c’è un altro trofeo da alzare: il suo primo come Campione della Western Conference.

Questo vuol dire solo una cosa: Marco si prepara a diventare il primo italiano ad accedere alle Finali. Gara 1 da 18 minuti e 9 punti con il 66% sia dal campo che da tre. Non da garbage time, gara 1. Sul 30 – 27 Spurs, il bolognese penetra e subisce il fallo di Ray Allen. Tiri liberi segnati. Poi, su assist di Danny Green, tripla. 5 punti filati made in Italy per il +7 San Antonio. Miami ritorna sotto e arriva a 41 punti, sotto di uno rispetto agli Spurs; a dare sollievo ai texani c’è ancora lui, che riceve l’assist di Parker e segna la tripla che vale il 45 – 41. Assist al francobelga e un libero chiudono la prima gara di Finale.

Gara 2 con soli tre punti a 5 minuti dall’inizio della partita. Poi stop e Miami vince la partita.

Gara 3? La prova che davvero il ragazzo ha le palle. Entra a 4:30 dalla fine del terzo quarto, quando il 76% del primo tempo viene mangiato piano piano ad opera di Wade e Bosh e dal 71 – 56 di inizio tempo si arriva a 81 – 74. Diaw imbecca il Beli libero da oltre i 7 metri. Libero, Marco segna e fa male alla rimonta di Miami. Uno di quei tiri che, psicologicamente, ti uccide. Poi niente altro. Come già detto, è la qualità che conta.

Garbage time in gara 4, con 4 punti.

Gara 5 vede gli Spurs, alla sua entrata nella metà di secondo quarto, sotto di 7. Diaw serve una delle sue opere impressionistiche a Beli dall’altra parte del campo, che finta il tiro da tre facendo abboccare Allen, palleggia e segna il jumper da dentro l’arco. +5 Heat. Nel momento più utile, dopo 18 minuti a quasi il 28% dal campo per San Antonio e oltre il 60 per gli avversari. Altri due punti. Poi, le lacrime, la gioia, l’emozione. Perché Marco Belinelli è il primo italiano a vincere il titolo NBA.

Aveva anche comprato la bandiera italiana, per festeggiare. Era certo della vittoria. Solo che “non ho voluto dirlo a nessuno”. L’intervista che Alessandro Mamoli gli riserva per Sky Sport è commovente e strappalacrime. Eccola qui.

Alessandro Mamoli intervista Marco Belinelli

Ed è vero. Nessuno ha creduto in lui, specie nella NBA. Non ha creduto in lui Don Nelson, come non ci hanno creduto i Warriors o i Raptors di Colangelo. Ci ha creduto un po’ New Orleans, ma con l’addio di Chris Paul non se l’è sentita di puntare ancora su di lui. Sembrava volesse crederci di più Chicago, ma il destino ha voluto che Jimmy Butler crescesse e che i Bulls scornassero l’italiano che li ha trascinati, contro i Nets, al secondo turno contro Miami. Ha voluto crederci San Antonio e ha fatto bene. Si è ricordata di lui l’Italia, con l’ultimo premio del palmarès dell’anno. Il sindaco di Bologna, Virginio Merola, gli ha infatti conferito il Nettuno d’Oro, in qualità di cittadino onorario della “grassa e l’umana“ di Guccini. Queste le sue parole.

“Marco Belinelli è riuscito a fare ciò che nessun italiano aveva mai fatto: vincere il titolo NBA. Solo qualche mese fa aveva trionfato nella gara dei 3 punti che precede l’All Star Game e con questo titolo è entrato nella storia del basket mondiale. Dai primi passi in Virtus, passando per lo scudetto in Fortitudo, fino alla vittoria con i San Antonio Spurs in America. Belinelli è un campione che ha ben rappresentato Bologna e la sua San Giovanni in Persiceto nel mondo. Ed è per questo che ho deciso di conferire il Nettuno d’Oro a Marco Belinelli.”