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NBA – Raptors in Finale di Conference, applausi a Miami (specie a Wade)

3 anni fa, i Memphis Grizzlies arrivavano alla prima Finale di Conference nella loro storia. A distanza di tre anni, è la volta di un’altra new entry all’ultimo step prima delle Finals: quella dei Toronto Raptors. La vittoria 4 – 3 sui Miami Heat ha aperto le porte a un traguardo che, 15 anni fa, Allen Iverson e un maledetto ferro sull’ultimo tiro di Vince Carter avevano infamemente strappato. Masai Ujiri ha fatto il miracolo: dopo i Denver Nuggets nel 2009, è il turno della sua seconda squadra a raggiungere la Finale di Conference.

La partita non è finita punto a punto, ma almeno fino alla fine del primo tempo è stata tale. A dire il vero, la prima parte di partita ha visto due team stanchi (assenti Bosh e Whiteside da una parte, Valanciunas dall’altra), con tanti tiri sbagliati e rotolate a terra (Kyle Lowry che strappa a Winsolw, rotolandosi a terra e chiamando la palla a due). Dragic ha messo ogni tanto il piede sull’acceleratore, mentre Toronto non ha dato l’idea (nonostante in vantaggio sin dall’inizio) di essere totalmente padrona del match, anche perché la strategia di marcare stretto DeRozan sembra avere funzionato. È cambiato qualcosa a 5’ dalla fine del secondo quarto, quando Patrick Patterson ha segnato in tap in e ottenendo il libero supplementare. Il suo urlo selvaggio e il suo “Come on baby, let’s go!”, che ha definitivamente aperto le porte al successo di Toronto.

Cosa si può dire, di questa semifinale? Sicuramente è la più combattuta che abbiamo avuto in questo turno, ma non certo la più bella. Gli infortuni hanno condizionato il rendimento delle squadre: ha obbligato Spoelstra a usare nuove carte innovative, preferendo Winslow a Haslem e Soudemire; ha costretto coach Casey, obbligato a vincere, a giocarsi la carta Biyombo e usare anche Jason Thompson, ma non tutto il male vien per nuocere. In effetti, avremmo dovuto perdere anche DeMarre Carroll e Luol Deng, che invece hanno giocato in entrambe le partite dopo gli identici infortuni al polso sinistro. Partiamo quindi, dal commentare chi la serie l’ha vinta.

Lowry e DeRozan. Sono ovviamente loro il primo argomento, perché sono ovviamente loro i due terminali offensivi dei Raptors. Troppo altalenanti in questa serie, specie il californiano. Mai sopra il 50% al tiro (ieri, 41.9%), e indubbiamente se fosse solo per lui Toronto non sarebbe andata oltre il primo turno. Parere machiavellico, ma ahimè realista. Lowry di certo non può essere visto come il solo salvatore della patria. Indipendentemente dalle vittorie e dalle sconfitte, le ultime tre partite sono state di purissimo carattere per l’ex Rockets, specie gara 6 e gara 7. Se si fosse accesa prima la sua miccia, la serie si sarebbe chiusa in gara 6, ma bisogna dire che in gara 7 è stato lui a suonare la carica e a accendersi sulla linea da tre punti. Bellissimo, sul finale del secondo quarto, il piazzato con il quale ha ubriacato Josh Richardson, cadendo indietro. Solo rete, schiaffo del nylon. DeMarre Carroll anonimo, in certi momenti, ma ieri la sua difesa stretta su Dragic l’ha fatta da padrone, assieme ai 14 punti e 5 rimbalzi con i quali ha chiuso la partita.

Ma altra grossa fetta del merito è del reparto lunghi. Patrick Patterson uomo di energia, arma troppo preziosa per questi Raptors e che non ha ceduto a Chicago in cambio di Taj Gibson, perché troppo importante. E aveva ragione Ujiri: Patterson ieri ha realizzato una doppia doppia da 11 + 11, conditi da energia, foga e urla, nemmeno fosse Draymond Green (sul carisma, ovvio…). Biyombo si è tolto l’etichetta di flop affibbiatagli dopo gli anni a Charlotte ed è uno dei tre giocatori grazie ai quali Toronto è dove è ora. 2,5 stoppate nelle ultime quattro partite e, ieri, doppia doppia da 17 + 16. Si è anche permesso di agitare il dito, come un altro connazionale che nel basket ha fatto abbastanza successo …

Passiamo dall’altra parte. E iniziamo da Dragic, perché nella lotta tra rettili, i Raptors hanno battuto il Dragone. Lo hanno serrato completamente in difesa, ancora più di Wade, dopo l’esploit iniziale con il quale aveva portato all’illusorio 25 – 24 di vantaggio Heat fatto in rimonta, nel primo tempo. Il risultato sono sì 17 punti, ma con 6 – 17 al tiro. Dopo la gara 6 sensazionale, era addirittura sciocco immaginarsi il contrario. Ma questo non oscura per niente il valore che lo sloveno ha avuto per Miami quest’anno. Giocatore quanto mai fondamentale per gli Heat e, seppure pagato a peso d’oro, ha dato prova di guadagnarsi il suo stipendio. Passiamo ora al resto del team: Justise Winslow interessante nel ruolo di centro, con carattere da vendere (si è preso lo sfondamento su Patrick Patterson a fine secondo quarto), tiro più buono fuori che dentro l’area (2-3 alle triple). Joe Johnson, invece, sembra tornato quello che faceva vincere gli Hawks fino al 2010: chiude la serie a 13.6 punti di media a partita (mai sotto la doppia cifra) e con il 41.2% dal campo, anche se con il 13% da tre punti. Johnson ieri sera si è reso protagonista con alcune scorribande in area molto interessanti, battendo sul primo passo il suo difensore e scartando le braccia da orango di Biyombo con un semigancio in appoggio. Purtroppo non si può dire lo stesso per Luol Deng. Il sudanese ha fatto una meravigliosa serie contro Charlotte, ma è scomparso in questa. Peccato davvero, perché sembrava tornato il Deng di Chicago. Il meglio, però, ha due nomi e un cognome: Dwyane Tyler Wade. Ha 34 anni, lo davamo spacciato dopo gli ultimi anni, anche per quelle maledette ginocchia. E invece chiude la serie a 23 punti di media, compreso l’exploit da 38 punti nella sconfitta in gara 3, con schiacciate mirabolanti e un piccolo capolavoro come quello di ieri sera, in gara 7. Secondo quarto, passaggio di Dragic sulla linea da tre, Wade penetra, trova Patrick Patterson davanti che gli ringhia addosso. Scarto a destra, palleggio incrociato, tentativo di nuovo a destra, nuovo incrociato e scarto a sinistra, canestro in fadeaway. Tu sei lì e dici “Non lo fa, non lo fa, non …”. Non finisci la frase, perché lo schiaffo della retina ti copre la voce. Contro le leggi della fisica. Su Instagram ha ringraziato Dio per giocare lo sport che più ama. E lo ringraziamo anche noi, per averci dato un giocatore così bello da vedere. Nessuno tifa Apollo Creed, tutti tifano Rocky. Quindi, con il pronostico a favore di Toronto (campo, roster, difesa, pacchetto lunghi maggiore), quanti di voi non erano a casa con una canotta di Wade addosso? Non lo so, ma io ero uno di quelli …

Non si parla in queste righe di mercato, di futuro, di estate. Nessuno vorrà pensarci se non a tempo debito. Si potrebbero dire tante cose riguardo questa serie, ma sicuramente non di può dire che ci si è annoiati, con questi due team. Toronto ci ha fatto vedere un basket di imprevisti, di lotte (più degli avversari) e di tradizione di lunghi, e vedremo come se la caverà contro Cleveland. Miami di solo cuore: senza Bosh, non sarebbe dovuta andare lontano (era fuori dalla postseason alla deadline, ndr); era lì per uscire contro Charlotte, e ha fatto l’impresa. Era lì per uscire con Toronto, e non ha fatto il miracolo. Ma ci ha regalato delle perle di basket uniche nel loro genere. Anche, e soprattutto, grazie al numero 3.