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Pistola al chiodo: Richard Jefferson vince il titolo e dice addio al basket

Richard Jefferson sa cosa vuol dire, giocare una finale NBA. Ne ha anzi giocate due, anche se oltre 10 anni fa. Da lì, poi, è sparito: ceduto a Milwaukee nel 2008, agli Spurs nel 2009. È arrivato a Golden State, anche, non incidendo. Poi Utah e Dallas. E dopo la buona stagione in maglia Mavericks (5.8 punti, col 44% dal campo e il 42% da tre) ha scelto di giocarsi la sua occasione firmando al minimo salariale per Cleveland, come un altro Maverick (Shawn Marion) aveva fatto esattamente un anno prima. Lo scopo di Jefferson era portare esperienza, grinta e motivazioni ai giovani Cavs. Ma soprattutto, motivazioni per sé stesso: “Voglio vincere un titolo. La gente pensa che ci sia solo la NBA, ma non è così. Ho perso le finali NCAA contro Duke, ho perso alle Olimpiadi contro l’Argentina e poi ho perso due finali NBA. Adesso voglio vincere […] Se ci fosse l’occasione per vincere un titolo, la coglierei. Non ho lealtà. Non sono un giocatore che resta 15 anni nella stessa squadra come Reggie Miller, sono una pistola a noleggio”. Voleva essere un fattore di esperienza, il miglior X Factor possibile. D’altronde, lì dentro, lui è il più vecchio (sono 36 anni oggi) e gli altri due 35enni (Dahntay Jones e James Jones), a lui più vicini per età, non hanno avuto lo stesso appeal di RJ ai tempi d’oro (18.1 punti di media nel 2002, quando raggiunse la prima finale con New Jersey). Qualche exploit in regular season (17 in casa contro i Sixers a Novembre, 20 in trasferta contro gli Heat a febbraio), poi via con i playoff.

Nella postseason ha tenuto una media di circa 4 punti a partita, facendo da clutcher nel secondo quarto di gara 4 con Detroit, segnando allo scadere la tripla che ha riportato i Cavs in vantaggio 32-31. Contro Atlanta, due partite perfette: 8 punti in gara 1 e gara 2, entrambe da 3-3 dal campo con 2 – 2 da tre punti. In gara 1 spicca l’azione in contropiede che il “vecchietto” ha realizzato. Cleveland sopra 41 – 31, sbagliano gli avversari da tre punti, Irving passa al nostro che va a schiacciare in 1 vs 0. A Toronto ha toccato anche i 11 punti in gara 5 e ha segnato lui lo spareggio in gara 3 alla fine del terzo quarto, sebbene poi quella gara sia stata vinta dai Raptors. Della stessa gara è pure questo simpatico tiro …

Contro gli Warriors, però, qualcosa è cambiato. Soprattutto, a partire da gara 3. Quando, a causa della commozione celebrale di Kevin Love, è stato chiamato a partire titolare al suo posto. La sua reazione? “Non mi importa di essere uno che fa tutto, non mi importa di rimpiazzare Kevin. Sono uno al quale dire Richard prendi il rimbalzo e difendi forte”. Un atteggiamento che ha aiutato Cleveland a dominare gara 3, chiusa dal nostro con 9 punti al 57% in 33 minuti di impiego. La sua difesa si è fatta più strenua, soprattutto su Steph Curry. Jefferson ha rubato 6 palloni in gara 5, 6, 7. Utilizzato moltissimo nella vittoria di gara 6 (32 minuti), si è dimostrato molto efficace, con le sue lunghe braccia, a fare il lavoro a la Iguodala, impedendo a Curry di fare il bello e il cattivo tempo. Esemplare, in questo, l’azione all’inizio di gara 7: Warriors sopra 13 – 10, Steph si trova davanti RJ. Palleggio incrociato, ma l’ex Nets ruba, innesca LeBron che trova Draymond Green ad attenderlo. Passaggio per Jefferson, che bagna il naso al numero 23 di Golden State e segna per il – 1 Cavaliers. A questa azione si aggiungono 9 rimbalzi (cruciali, assieme ai 6 della gara precedente), che hanno aiutato Cleveland nel contrastare gli avversari in area. Innanzitutto, ha fatto una cosa incredibile: il veterano di esperienza e primo cambio di Kevin Love, quando questo incontrava difficoltà in campo. Applausi sinceri.

Il ruolo più simile a questo Richard Jefferson, nella storia recente del basket? Viene in mente Peja Stojakovic versione Dallas 2011. Due giocatori che al titolo ci sono sempre arrivati vicini e a causa dei Lakers di Shaq & Kobe (in Finali di Conference il serbo, in Finale nel 2002 e 2003 l’ex Arizona) non lo hanno mai vinto nel fiore degli anni. Due che, al momento del bisogno, ha fatto il diavolo a quattro con quello che sanno fare (specialista da tre punti uno, difensore l’altro). Due che, per vincere il titolo, avevano sulla sua strada LeBron (contro per Peja a Dallas, al proprio fianco per Jefferson). Due che, appena vinto il titolo, hanno scelto di ritirarsi.

Già, perché gara 7 di ieri notte è stata l’ultima partita di Richard Jefferson da giocatore professionista, come ha comunicato ai compagni di squadra dopo la vittoria dell’anello, in spogliatoio. Il cerchio si è quindi chiuso: voleva un titolo, e un titolo è arrivato. Non lo ha vinto da protagonista assoluto come lo era al fianco di Jason Kidd ai New Jersey Nets, ma da secondo violino che, però, è servito nei momenti di difficoltà di Cleveland. Perciò, tutto l’Ohio deve essere grato a Richard Jefferson per aver scelto di essere la pistola a noleggio di LeBron James.