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NBA Stats – Da Drazen a Bojan, la storia si ripete. Gli Spurs e il dominio sotto i radar

Quando si affrontano i derelitti Sixers, possono accadere cose straordinarie, quanto imprevedibili. Stanotte lo ha imparato in fretta Bojan Bogdanovic che, vuoi per puro caso, vuoi per uno scherzo del destino, ha segnato un career-high di 44 punti, ovvero esattamente lo stesso numero di punti fatto registrare da Drazen Petrovic il 24 gennaio del 1993, in un match tra Nets e Rockets. Bodganovic ha così eguagliato il record di franchigia per punti segnati da un giocatore nato al di fuori degli Stati Uniti ed ha confermato i progressi fatti vedere in seguito alla partenza di Joe Johnson. Da allora, infatti, l’ala croata è stata promossa in quintetto e, prima di stanotte, stava viaggiando con un ottima media di 14.9 punti, condita dal 41% da oltre l’arco. Nel successo per 131-114 sui Sixers, Bogdanovic ha impattato nel miglior modo possibile l’incontro, segnando subito 17 punti con 6/6 al tiro nel corso del primo quarto, ed è poi rimasto caldo anche con il passare dei minuti, dato che ne ha sparati altri 14 con 5/7 nella terza frazione. Tra l’altro, Bojan non solo ha eguagliato il leggendario Petrovic, uno dei precursori europei nella NBA, nonché uno dei più grandi giocatori mai esistiti, ma ha anche pareggiato i 44 punti segnati quest’anno da Lou Williams, con il quale a questo punto si contende l’immaginario premio di “prestazione realizzativa più inaspettata dell’anno”.

In una NBA che è sempre più dominata dall’importanza del tiro da tre, gli Spurs come al solito seguono la loro strada, senza farsi affascinare dalle mode del momento. I texani stanno completamente rivalutando l’utilità del “mid range”, in cui sono la miglior squadra della lega (d’altronde hanno LaMarcus Aldridge che è uno specialista in materia), mentre sono solo 25esimi per percentuale di punti da oltre l’arco e 15esimi per percentuale di punti nel pitturato. Oltre a questo, San Antonio è ovviamente la miglior difesa della NBA, ma guai a pensare che tutto ciò la porti ad essere una squadra noiosa. Niente di più sbagliato, perché la truppa di coach Pop gioca sempre con grande armonia e fa del movimento del pallone una delle sue caratteristiche principali, non a caso è quarta per maggior numero di passaggi a partita e sesta per percentuale di assist. E non è tutto, perché un altro importantissimo punto di forza di questi Spurs è la panchina, la seconda migliore per punti segnati in tutta la NBA: per conferme chiedete ai Clippers, le cui riserve non sono neanche andate lontanamente vicine alla produzione di quelle texane (51-20 in favore di quest’ultime, con Manu Ginobili autore di 13 punti, Patty Mills di 15 con 6 assist e i vari David West, Kevin Martin e Kyle Anderson che ne hanno combinati 20). Tra l’altro, è stata proprio la second unit neroargento a spaccare la partita, dato che nell’ultimo quarto ha condotto gli Spurs dal +1 al vantaggio in doppia cifra. Alla fine San Antonio si è imposta per 108-87, allungando a 42 la striscia positiva tra le mura amiche, la terza più lunga nella storia della NBA. Ovviamente con Golden State che sta facendo ancora meglio sotto la guida di uno strabiliante Steph Curry, le attenzioni mediatiche sono quasi tutte rivolte ad Oakland, ma a San Antonio ciò non dispiace affatto, perché viaggiando sotto i radar ha meno pressione addosso. Nei playoffs, molte persone che adesso hanno occhi solo per i Warriors, si accorgeranno di quanto siano davvero forti questi Spurs, che hanno finora vinto la bellezza di 20 partite con oltre 20 punti di scarto (Curry e compagni sono fermi a 12). O forse potrebbero accorgersene anche prima dell’inizio della post-season, dato che queste due franchigie si sfideranno per ben tre volte nelle ultime settimane di regular season, a partire da sabato notte.