Nicksanity – Il favoloso mese di Young

Che Nick Young abbia sempre avuto talento, non è certo un mistero. Fin dai tempi di Washington la giovane guardia ha saputo mettere assieme cifre notevoli, ma oscurato prima da Arenas & soci, poi da Evan Turner e Jrue Holiday a Philadelphia, non ha mai saputo davvero farsi valere. Nativo di Los Angeles, il ragazzo classe 1985 ha reso bene nel suo 2011 firmato Clippers, segnando 9.7 PPG uscendo dalla panchina per 23.5 MPG in regular, 8.3 punti, al 51% da tre in post season; il suo più grande difetto, l’arroganza mista ad incostanza, non gli hanno permesso di firmare il contratto per l’anno successivo, facendo preferire Jamal Crawford a lui.

Ai Lakers, invece, la situazione è diversa: Young veniva da un anno a dir poco disastroso passato con i Sixers e aveva bisogno di un’occasione di riscatto, voglioso tra l’altro di giocare con Kobe, parole queste trasmesse per mezzo dell’agente. Valigie alla mano, non si è certo lasciato sfuggire l’offerta della dirigenza gialloviola, desiderosa di iniziare con lui un nuovo ciclo e, magari, di trovare un sostituto e, a tempo debito, una buona spalla per Bryant. Il tutto a cifre ben più che ragionevoli, con un contratto di un anno al minimo salariale. Dopo un primo mese di ambientamento, dove comunque ha registrato due exploit da 17 punti (vinta contro i Warriors e persa contro i Mavericks) e uno da 26, vincendo contro Brooklyn, si è fatto vedere ben più che bene da metà dicembre a questa parte.

Partiamo prima di tutto dalle medie da novembre a oggi: 16.6 PPG per 28.3 MPG, terza stagione in graduatoria, dopo 2010 – ‘11 e 2011 – ‘12, entrambe a Washington. A parte ciò, quella attuale è seconda per rimbalzi, 2.5 a partita, rispetto al ‘10 – ‘11 (2.7 RPG). In percentuali, segna al 42,5% dei tentativi, in miglioramento rispetto ai Sixers e ai Clippers, l’82,3% dei liberi e il 35,2% da tre punti, molti dei quali decisamente azzardati. Ma si sa, l’azzardo è parte di Nick Young.

Il mese magico inizia il 16 dicembre, contro Atlanta: da quel momento ad oggi, otto partite a 20 punti o più su 12 partite, con un picco del 57,2% da tre punti contro gli Heat a Natale, dove veramente era incontenibile, del 64,3% dal campo contro Minnesota.

5 secondi alla fine del terzo quarto, palleggio, LeBron a marcare. Controlla la gomma delle suole, palleggio incrociato, arresto. Due secondi. Lascia andare il tiro. Il boato della folla e la sirena coprono il rumore di una retina schiaffeggiata con la delicatezza di una mano maschile sul sedere della morosa. La partita di Natale merita particolare descrizione: forse troppo stanchi alla fine, forse anche lui non ce la faceva più. Ma se Young avesse avuto qualcuno attorno, i Lakers avrebbero potuto spuntarla. 7 – 18 dal campo, ma 4 -7 da tre, con il canestro largo come una vasca da bagno: ci sarebbero sennò ragioni per cui il nostro ha segnato dall’angolo con la posa da Torre di Pisa e Wade a mano in faccia? O cosa potrebbe spiegare il gioco da quattro punti in isolamento contro LeBron? Boh. Capita a tutti un periodo di grazia, e Young ha ora i punti, l’arroganza e la voglia di giocare per poter avere il temporaneo scettro di LA gialloviola. Complice la toccata e fuga di Bryant, il giovane Nick ha dato vita a uno dei mesi più intensi della sua vita sportiva, con l’arena a urlare e lui, a mo’ di Massimo Decimo Meridio, a cogliere le odi della folla a braccia aperte. Siamo a Hollywood, un paragone del genere è azzeccato. Medie da quel 16 dicembre al 7 gennaio? 19.6 punti in 31.7 minuti, con il 42,2% dal campo e il 35,7% da tre punti. Oltre alla matematica c’è di più: Young è felice di giocare con la sua ultima casacca, le tribune lo adorano, i compagni stanno bene con lui e viceversa. La prova? Foto che lo immortalano a ridere con Pau Gasol. Proprio con lo spagnolo è stato instaurato un bel rapporto, specie a livello di spogliatoio. Quando la trade Deng/Bynum è stata finalizzata, ponendo fine alle voci di addio del numero 16, il ragazzo afro è stato il primo ad esprimere il suo parere positivo sulla permanenza di Pau, “dimostra la fiducia della dirigenza nei suoi confronti; se lo cedessero, significa che sarebbe veramente finita”. È focalizzato a vincere la partita successiva, senza arrendersi; dopo gli insuccessi ottenuti recentemente, il solo commento è stato: “dobbiamo pensare a Houston”.

Unico problema: non è un periodo sereno per i Lakers e, di tutte le partite magiche del nostro, solo una (quella contro Minnesota del 20 dicembre) delle ventine ha avuto buon esito. Le altre due vittorie del periodo hanno visto il numero 0 con 18 e 16 punti. Questo però, è solo un aspetto da aggiustare in un team che cerca ancora identità, che attende di avere a rapporto tutti gli infortunati e di giocare come si deve. Come bisogna preoccuparsi anche dei cali di attenzione che lo caratterizzano: nell’ultima partita, del 7 gennaio contro Dallas, solo due punti in 19 minuti, con 1 – 7 dal campo e 0 – 4 da tre. Se dovesse essere solo un momento così e tornasse a giocare come fatto prima, Nick Young, il figliol prodigo di Los Angeles, potrebbe avere trovato finalmente casa fissa. E chissà che il recente scherzo con i giornalisti, imitando Kobe, non sia lo specchio di un futuro remoto dove il re potrebbe avere la maglia numero zero. Se invece è stato un momento di ispirazione fugace come la cometa di Halley, allora si potrà felicemente consegnare alla posterità il mese della “Nicksanity” come uno dei periodi più divertenti di questa incredibile stagione NBA.