Ray Allen: l’importanza del numero 34 negli Heat 2014

Che Ray Allen sia stato un grande, nella storia del basket, non è certo un mistero. Che abbia una capacità di tiro illimitata, nemmeno. Che stia diventando un fattore, dopo quella pazzesca Gara 6 di Finale contro gli Spurs, anche di questo non c’è da stupirsi.

Dopo un anno per così dire sabbatico, “He Got Game” si è mostrato in tutte le sue qualità di Clutch Player di Miami, urlando presente quando era necessario e facendo il gioco alla Ray Allen. Quando lasciò Boston oltre un anno e mezzo fa, sapeva che il suo ruolo si sarebbe ridotto, in favore degli “Heatles” e delle loro magie. Compromesso accettato, sapendo che in palio c’era il secondo anello della sua carriera. Ma quest’anno, può succedere che almeno uno dei pezzi grossi non giochi ai suoi massimi livelli; allora Ray è stato chiamato a salire in cattedra, tornando ad assumersi gli oneri dei tempi di Celtics e Sonics.

Perché tutte queste responsabilità? I fattori principali sono tre.

  1. Allen è la miglior riserva di Miami, un uomo da quintetto messo in panchina. Capace di segnare da tre, di entrare in area, passare; se la Finale di Conference sarà contro i Pacers, il duello tra le due panchine vedrà sicuramente un Allen vs Evan Turner, che senza offesa vedrà vincente l’ex UConn.
  2. Una forma smagliante: con 39 anni il prossimo 20 luglio, la guardia è il terzo giocatore più vecchio all’attivo in NBA, dietro solo a Derek Fisher e a Steve Nash. Considerando l’infortunio del canadese, possiamo dire che Ray è il secondo più vecchio sul parquet e la prima riserva di “età avanzata” per importanza. Il segreto sta nell’educazione militare impartita dal padre, che gli ha trasmesso cura del corpo, dieta ferrea e allenamenti costanti. Uno stile di training che lo porta ad essere tra i primi ad entrare e tra gli ultimi ad uscire dalla palestra, se non l’ultimo.
  3. Dopo l’amnesty su Mike Miller quest’estate, Ray è l’unico tiratore puro tra tre punti di una certa importanza nel team campione in carica, accentrando su di sé ciò che l’anno scorso faceva con l’attuale Grizzly. Forse è questo il fattore che lo ha reso così importante per James & Co.

Dal 41.9% al 36.7% da tre punti, e da 44.9% a 44.5% dal campo, passando dai 10.9 PPG della scorsa regular ai 9.7 di questa. Le medie di punti in regular season, quindi, si sono abbassate, ma il resto è in salita, a dimostrazione che Ray Allen non è solo un tiratore. Da 25.8 a 26.6 MPG, per 9 volte è partito in quintetto (contro nessuna nel 2012 -13), da 2.7 a 2.9 rimbalzi e da 1.7 a 2 assist a partita. Quella media di 9.7 punti, però, è indicativa: sono le cifre più basse nella carriera di Allen da quando è stato scelto nel 1996. Il viale del tramonto è imboccato e lui, quasi per certo, finirà in questa stagione la sua spettacolare avventura in divisa.

Per quanto giocatore prossimo al ritiro, nel bene e nel male sta diventando sempre più il barometro di questi misteriosi Heat, partiti alla grande e in quest’ultimo periodo squadra più altalenante che mai (complice forse un risparmio energie prima della grande marcia). Allen incisivo, Heat vincenti. Allen isolato, Heat perdenti. Lo si è visto anche nell’ultima gara, la sconfitta contro i Pelicans nella quale il nostro ha segnato solo 10 punti e il 22.2%(!) da tre, con 3/10 dal campo. È ovvio che ci siano anche le eccezioni, come la sconfitta di un settimana fa contro i Nuggets, nonostante percentuali pazzesche al tiro (75% da tre) e 22 punti realizzati. Analizzando le ultime partite di Miami, si vede che, escludendo Cleveland, la squadra vince quando il numero 34 ha lo spazio necessario per esprimere la sua mira e la sua visione del campo. In molte si vede chiaramente un dato: almeno 10 punti, almeno il 40.0% da tre punti.

Ma Ray Allen non è un matematico: è un clutch player, come detto prima, quindi deve essere libero di poter giocare la sua pallacanestro nei momenti decisivi di una partita tirata. La prova viene da una settimana fa, nella bellissima e tesissima “Sunday morning” contro i Rockets alla Triple A di Miami. A 6:13 dalla fine, Harden segna la bomba del 97 – 92 per i Rockets. Da qui, gli Heat si fanno valere e ad aprire le danze è proprio Allen, che realizza la tripla del 97 – 95, seguiti da quattro punti di Wade e due di Bosh, mentre LeBron realizza solamente i liberi finali, a partita ormai chiusa. Il bilancio migliore, in quei 6 minuti e spiccioli, è proprio di Ray, che realizza 11 dei suoi 25 punti totali quando più c’è bisogno, con tre triple e il layup che permette il sorpasso di Miami. L’altra prova è dell’altro giorno, contro Memphis. A 3:27 Allen porta i suoi a quattro punti di svantaggio; a 14 secondi dalla fine schiaccia per il 90 – 86 Miami che sostanzialmente chiude le speranze dei Grizzlies.

Per le sue capacità, la sua etica e la sua intelligenza cestistica, Allen è, insieme a Shane Battier, il leader silenzioso degli Heat. Non urlerà mai come LeBron, non sbraiterà come Bosh, non esulterà come Wade; fa, tuttavia, quelle piccole azioni fondamentali per tenere in piedi una squadra, come un tiro in un momento delicato, quando i tre protagonisti sono momentaneamente fuori gioco, un rimbalzo, un passaggio azzeccato, una parola detta al momento opportuno. Solo un paio di giocatori, negli ultimi anni, hanno saputo dare un contributo del genere dalla panchina, i cosiddetti “falsi sesti uomini”. Uno è Robert Horry, almeno fino al titolo del 2005. L’altro, Manu Ginobili. Tutti e due tiratori, tutti e due pronti alla chiamata. Tutti e due vincitori di almeno tre titoli NBA. Se Ray Allen vuole arrivare al loro livello, per prendersi anche lui il terzo anello, e se gli Heat vogliono chiudere questi quattro anni alzando ancora il Larry O’Brien, è bene che si continui a far giocare Ray Allen in stile Ray Allen.

foto: vibe.com