Ridefinire il concetto di squadra

Frastornante. Non c’è altro modo per definire la gara 6 giocata dai San Antonio Spurs sul campo degli Houston Rockets. Kawhi Leonard, per i neroargento, non è un giocatore qualsiasi: è il migliore degli Spurs in questi Playoffs per punti, rimbalzi, assist e palle rubate. Tony Parker, per i neroargento, non è solo un simbolo: è un giocatore fondamentale per la gestione dei ritmi e per le letture e oltretutto, prima dell’infortunio, stava giocando probabilmente i suoi migliori Playoffs da quattro anni a questa parte.

Niente Kawhi, niente Tony. Ma non è cambiato niente, anzi. Gli Spurs hanno forse giocato la loro miglior partita di post-season dalle Finals 2014. Una prestazione che ridefinisce, per l’ennesima volta, il concetto di squadra: in una NBA sempre più incentrata sulle superstar, San Antonio ha dimostrato di nuovo e in maniera perentoria che la sua forza è il collettivo. L’impresa che Popovich ripete di anno in anno è sempre la stessa: non conta chi scende in campo, gli Spurs giocano sempre da Spurs.

Spesso li diamo per scontati, così come diamo per scontata la forza degli elementi che compongono il roster. Eppure, andando ad analizzare la storia dei giocatori neroargento, non possiamo che rimanere sorpresi dalla scoperta che solo due di essi sono stati scelti in lottery (Gasol e Aldridge) e ben otto sono arrivati dal secondo giro (Ginobili, Mills, Green e Bertans) o sono stati undrafted (Simmons, Dedmon, Anthony e Forbes). Inoltre, se ci limitiamo ai giocatori da rotazione, solamente il pacchetto lunghi (Gasol, Aldridge e David Lee) ha posto le basi della propria carriera NBA lontano da San Antonio.

Nessuno, in maglia neroargento, sembra fuori posto: persino il rookie Dejounte Murray (29a scelta), che aveva avuto un impatto traumatico con la serie in gara 3, è stato semplicemente perfetto nell’episodio decisivo e ha messo a referto 11 punti, 10 rimbalzi, 5 assist e un +33 di plus/minus in 24 minuti. Non può stupire nemmeno Kyle Anderson (7 punti, 6 rimbalzi e 3 assist), autentico professore della palla a spicchi e giocatore perfetto per il sistema di coach Popovich, al di là del minutaggio limitato di queste tre stagioni.

Piuttosto, stupisce la quadratura che nel corso di poche gare – aggiustamento dopo aggiustamento – la difesa Spurs ha saputo opporre alla forza dell’attacco di Houston e a James Harden, limitato in gara 6 ad una delle sue peggiori prestazioni in maglia Rockets. Popovich è riuscito a tirare fuori da Aldridge una sapienza difensiva insospettabile sui cambi, ma è stata l’energia dei piccoli a fare la differenza: se Green è un difensore di primo livello, Mills e Simmons sono due trottole in grado di sfiancare anche uno dei migliori giocatori NBA. In attacco, poi, Aldridge ha giocato da Aldridge con 34 punti e 16/26 al tiro.

L’allenatore degli Spurs li ha alternati tutti in marcatura primaria su Harden, possesso dopo possesso. E, rispetto agli altri episodi della serie, la rotazione sugli scarichi è stata semplicemente perfetta. Ogni volta che Houston si trova a dover rinunciare ai primi tiri, per la difesa avversaria è una vittoria. Nella serata migliore dell’anno, dopo un inizio opaco, c’è stata anche la prova d’orgoglio – offensiva e difensiva – di Pau Gasol. Spesso un oggetto misterioso, ma ancora uno spettacolo quando decide che è arrivato il momento.

Ed è così, attraverso la somma delle parti, che nel basket dei tiri da tre punti (Houston, in questa gara 6, ha mandato a bersaglio 13 triple a fronte di 9 canestri da due) San Antonio è riuscita, in una gara decisiva dei Playoffs, a costruire un vantaggio di 28 punti in 30 minuti con appena quattro canestri a bersaglio dalla lunga distanza. Ha vinto alla vecchia maniera, verrebbe da dire, punendo sistematicamente il quintetto piccolo dei Rockets che portava Harden a marcare Gasol in post basso.

Ha vinto, anzi stravinto, senza Tony Parker e Kawhi Leonard, iniziando la gara con due giocatori – Mills e Simmons – che hanno collezionato le loro prime partenze in quintetto in carriera nei Playoffs proprio nel corso di questa serie. Ha vinto con una prestazione che ha annullato uno dei migliori attacchi della lega e uno dei migliori giocatori della NBA. Le finali di Conference rappresentano per Aldridge e compagni una sfida forse insormontabile, ma il fatto di esserci arrivati in questa maniera è già di per sé un capolavoro.