Road To The Finals – Il titolo che tutti cercano per un motivo

Venerdì 3 giugno, ore 3 italiane, per la gioia di tutti, partono finalmente le Finals. E a giocarsela sono ancora loro due: Spurs e Heat. Chi la spunterà questa volta? Dopo avere parlato dei singoli team, dei loro punti di forza e di debolezza, è ora di analizzare lo scontro tra le due superpotenze.

È chiaro che Miami parta avvantaggiata: la carta d’identità è più fresca dell’avversaria, ha vinto due titoli e uno di questi è stato ottenuto proprio contro chi li ostacolerà a partire dalla notte di venerdì. Gli “Heatles” combinano una media di 55 punti a partita, tutti vogliono il terzo titolo della franchigia perché questo potrebbe essere l’ultimo in Florida nel prossimo futuro. È giusto mettere a confronto il trio di fiamma con quello degli Spurs, sicuramente più vincente dei suoi avversari: 3 titoli da quando sono assieme, 5 Finals. Il calendario li tradisce, ma non completamente: gli aggiustamenti estivi di Ginobili e la capacità di Duncan di sapersi mantenere fresco e ancora efficace sono la garanzia che anche chi è quasi al tramonto professionistico non per forza deve essere un mediocre giocatore. Lo hanno dimostrato anche Kareem Abdul – Jabbar e Rasheed Wallace (quello vero, che ha chiuso con i Celtics), lo sta dimostrando Ray Allen. Parker, invece, ha ancora qualche anno di intensa attività agonistica, ma già sta mettendo il corpo in una condizione di riposo che lo possa aiutare come successo coi due soci.

Sul piano tecnico, San Antonio è più forte sotto canestro. Di Duncan si sa, ma non c’è solo lui. Tiago Splitter vuole rifarsi dopo le scorse Finals e dopo la stoppata di LeBron ai suoi danni; lo fa con più presenza in area e percentuali di tiro da vero pivot. Boris Diaw è un playmaker nel corpo di un’ala e preparatevi a vederlo spesso in campo, un po’ per merito della gara 6 contro Oklahoma City, un po’ perché è un’arma in più per contrastare i lunghi di Miami. Dal punto di vista del tiro e della mobilità, è forse più adatto il francese, di Duncan, a contrastare Chris Bosh. Sotto canestro, il numero 21 detterà la sua quasi ventennale legge, sfruttando la maggior mobilità di piedi rispetto a Birdman. A meno che Spoelstra non decida di mettere in gioco Greg Oden e, finalmente, di sfruttarne le capacità, senza farlo ballare con il trofeo di Campione dell’Est.

Se gli Spurs possono vantarsi di vincere in area, Miami può contrastarli dal tiro dalla lunga. Chalmers, Cole e Allen (non si parla degli ovvi numeri 6 e 3) sono macchine da tiro che possono fare male a San Antonio, più per il numero di corpi scelti che non per qualità. In effetti, il livello di tiri di Miami si è abbassato, rispetto alle scorse Finals: Battier ormai ha il microfono di ESPN a portata di mano, Mike Miller è stato amnistiato e le percentuali di Cole e Allen sono calate rispetto all’anno scorso. Potranno approfittare Patty Mills, Danny Green e, soprattutto, Marco Belinelli, voglioso di rifarsi dopo dei playoff sottotono?

In difesa: abbiamo detto Duncan in area. Lui e Diaw cercheranno di ammanettare Bosh, cosa non difficile se c’è anche Splitter. Un quintetto internazionale potrebbe essere molto pericoloso per Miami: Brasile, Isole Vergini, Francia e Argentina alleate per contrastare la potenza USA. Più pesante, ottime percentuali d’area e scorribande di un certo numero 9. Chalmers cercherà di fare da vigile della situazione per evitare gli eccessi di velocità appena citati e Andersen ricorderà a tutti i 6 rimbalzi catturati e le 1.5 stoppate, a partire da Splitter. Wade avrà tre sfide importanti: tenere a riposo le ginocchia, fare da secondo violino e tenere stretto il Ginobili della situazione.

La domanda ora è: chi marca James? Quesito non invertibile, perché se vuole lui può tenere chi gli pare e piace. Spetterà a Kawhi Leonard l’incarico di occuparsi di “The Chosen One”. Già che le percentuali al tiro sono calate e che ha dato sfoggio della sua abilità difensiva, l’ex San Diego, ormai designato “futuro degli Spurs”, non dovrà accollarsi notevoli oneri offensivi e potrà dedicarsi maggiormente al nativo di Akron.

Ecco quindi una proposta di starting five e prima uscita dalla panchina per entrambe le squadre:

MIAMI: Andersen, Bosh, James, Wade, Chalmers; Allen sesto uomo

SAN ANTONIO: Splitter, Duncan, Leonard, Ginobili, Parker; Diaw sesto uomo

È la Finale delle scommesse; più numerose per Miami, con Beasley chiamato a un ruolo da comprimario per la sua prima vera occasione nella vita, dopo tanto casino fatto, e per Oden e le sue sventurate ginocchia. Per San Antonio, la vera scommessa è Belinelli: riuscirà a rimpiazzare Gary Neal e i tiri che portarono gli Spurs a un passo dal titolo?

Ormai siamo alla fine, lo sanno loro come lo sappiamo noi. Alla fine della stagione, ok; una tra le più belle degli ultimi anni (Silver non poteva chiedere di meglio) e con dei playoff pieni di colpi di scena. Ma anche alla fine di un ciclo, forse di due. Con molte probabilità, Duncan lascerà il palcoscenico dopo Giugno (ogni anno diciamo così, quindi non fidatevi troppo). Più certo l’addio di Shane Battier, quasi vicino quello di Ray Allen. E mentre Chris Bosh ha giurato fedeltà a Miami, LeBron e Wade sono restii a parlare del loro futuro. Non si potrà avere in eterno questi due team, soprattutto perché in questi anni hanno dato molto e, volenti o nolenti, la fatica prima o poi si sente. In palio hanno tutti qualcosa per cui vale la pena lottare: LeBron per vincere il terzo e confermarsi come il più forte al momento, Wade per il quarto nella sua città e dalla quale non è mai andato via, Allen per chiudere una carriera cestistica strepitosa con il titolo, scenario degno di quella Hollywood alla quale, appoggiato da Spike Lee, vorrebbe aspirare una volta appese le scarpe al chiodo. Miami punta al three peat, che i Lakers di Kobe mancarono nel 2011 per colpa di Dallas. San Antonio per chiudere la sesta Finale con il quinto titolo e rendere ufficialmente Duncan, Ginobili e Parker una trinità dell’Olimpo NBA (ufficiosamente lo sono già). Marco Belinelli per diventare il primo italiano a mettersi l’anello al dito, Boris Diaw per riscattarsi del titolo che avrebbe potuto vincere con Phoenix, ma non l’ha fatto. Leonard per quel maledetto tiro libero in gara 6. Se questo deve essere l’ultimo ballo, non vogliamo un valzer né una polka, ma un pogo da concerto metal. E, non so voi, ma io voglio proprio godermi questa danza selvaggia.