Road to the Finals – Spurs 2, la vendetta

Venerdì 6 giugno alle 3 di mattina, per la gioia di tutti, partono finalmente le Finals. E a giocarsele saranno ancora loro due: Spurs e Heat. Chi la spunterà questa volta? Analizzeremo, nei giorni prima di Gara 1, le due sfidanti, le loro debolezze e punti di forza. Partiamo oggi con quelli più freschi di vittoria.

“Cocoon – Il ritorno”. Il titolo del secondo film sui vecchietti ringiovaniti di Ron Howard si addice bene agli Spurs 2014, che hanno giocato da Spurs e, dopo la minaccia del 2 pari, hanno saputo sconfiggere Oklahoma City e Kevin Durant, al quale non resta che prendere il telecomando e vedersi lo spettacolo a casa. KD si aggiunge alla lista di giocatori vincitori dell’MVP e non del titolo: del resto, dal 2007, solo il LeBron delle ultime due stagioni ha sfatato il tabù.

San Antonio torna in Finale più motivata che mai, per chiudere un ciclo e vendicarsi dell’onta subita lo scorso anno. Erano accreditati per tornare in Finale, dopo giugno, e non hanno tradito le aspettative. Anzi, sono tornati forse più forti dell’anno scorso, rinforzando il team dal punto di vista tecnico e di rosa. Per il primo, due casi su tutti: Duncan che usa il corpo saggiamente e può scontrarsi con Ray Allen per il titolo di “vecchietto più informa della NBA” (per TD21 si è passati dal 47% in 35 minuti della scorsa post season al 51.3 in 32 minuti di questa); l’altro è Ginobili, che da Luglio ha lavorato in palestra per lavorare sul rilascio, il posizionamento dei piedi e l’inclinazione del polso. Il risultato? Negli scorsi playoff ha tirato con il 39.9% dal campo e il 30.2% da tre punti, in questi 42.3% e il 38.3% da tre punti. Tony Parker è invece in calo, rispetto all’anno scorso: da 20 punti a 17.2, da 7 assist a 4 e spiccioli, ma anche da 36 minuti di impiego a 30. Popovich ha fatto riposare i suoi tre cavalli di battaglia (problema alla caviglia per Parker, in gara 6), conscio che la vera guerra è quella che scatta giovedì. Una guerra alla quale l’armata nero argento partecipa per la sesta volta, sempre sotto la guida del suo canuto generale.

Attorno, un supporting cast che in generale non ha deluso le aspettative di pretendente al titolo. A onor di bandiera, partiamo da Marco Belinelli; chiamato a rimpiazzare Gary Neal, il bolognese diventa il primo italiano a raggiungere le Finals e lo ha fatto, in questa stagione, in maniera altalenante. La regular season lo ha visto uomo di supporto idoneo; 25 minuti di impiego, 11 punti a partita con il 48.5% dal campo e il 43% da tre punti. I playoff, invece, lo hanno tenuto in panchina maggiormente, con 16 minuti, 5.7 punti di media, il 43.9% dal campo e il 41.4% da tre punti. È vero che Dallas, Portland e Oklahoma City sono più team da penetrazione che da tiro dalla lunga rispetto a quanto non lo sia, invece, la prossima sfidante. Un caso simile a quello di Marco lo si trova anche nelle scorse Finals: Danny Green. L’ex Cavaliers è stato più nell’ombra, rispetto all’anno scorso, passando da 31 minuti di impiego a 23, percentuali da 3 le stesse in pratica (48.2 nel 2013, 48.1 nel 2014), percentuali da due addirittura migliorate (44.6% contro il 48%). Per non parlare degli altri.

Patty Mills si è preso di prepotenza i suoi 15.4 minuti a partita (cinque volte il tempo dell’anno scorso), ricompensando Pop quintuplicando gli 1.3 PPG dei playoff 2013, mentre Boris Diaw torna in doppia cifra per punti dopo tre apparizioni in post season (l’ultima risale a Phoenix 2008). Il Monet nero argento ha dato all’“operazione vendetta” un contributo di molto superiore a quello dello scorso anno. 10 punti a partita contro i 4 del 2013, 2.7 assist contro 1.8, 3.8 rimbalzi contro 2.5, 23 minuti di impiego al 53.5% dal campo e il 41.7% da tre. Il 2013 lo aveva visto con 17.1 MPG, 44.4% dal campo e 38.5% da tre punti. Soprattutto, in gara 6 ha contribuito alla vittoria in 36 minuti, con 26 punti tra cui i 3 liberi che hanno messo in ghiaccio la partita. Splitter ha portato i suoi 6.1 punti a 7.9, le percentuali dal 53.6 al 59%, i 3.1 rimbalzi a 6.8. Evidentemente, il poster di LeBron delle scorse Finals deve averlo motivato… In calo c’è, però, Kawhi Leonard, non tanto nelle cifre (identiche all’anno scorso) quanto nel numero di falli aumentato (2.4 contro 1.8) e nelle percentuali. Lo scorso anno 54.5% dal campo e 39% da tre. Quest’anno, 48.4% e 36.4%. Le difese, dopo le ottime Finals del 2013, si sono rese conto di lui. E come risponde, l’ex San Diego State? Con una tenuta difensiva da rottweiler, con lo stoppone su Russell Wesbrook.

Punti di forza, sicuramente una squadra molto più fisica dell’avversaria e con più giocatori d’area. Punti di debolezza? Difficile da dire: il tiro da tre è stato rinforzato e, con la crescita di Mills, Parker non è più un uomo solo al comando. Quando gli hanno chiesto che cosa ne pensa di queste Finali e dello scontro con gli Heat, Tim Duncan ha semplicemente detto: “We’ll do it this time”. Avrà ragione?