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Steph Curry si può limitare: la lezione di Popovich e degli Spurs

Stanotte all’AT&T Center è andata in scena una partita vera: da un lato i Warriors dei record, quelli che stanno dominando la lega; dall’altro i soliti Spurs di quella vecchia volpe di Popovich, che stanno disputando una stagione altrettanto straordinaria. Erano tanti i motivi d’interesse per seguire questo incontro, dato che i texani si presentavano con tutta l’intenzione di conservare l’imbattibilità casalinga e soprattutto di riscattare il -30 rimediato a Oakland lo scorso gennaio, mentre i Warriors, dal loro canto, cercavano una vittoria che a San Antonio manca dal 1997, ovvero da quando Steph Curry aveva appena 8 anni e Tim Duncan giocava ancora a Wake Forest.

Ad avere la meglio in questa attesissima sfida sono stati gli Spurs, che si sono imposti per 87-79 al termine di una prova difensiva magistrale: basti pensare che solo 24 ore prima i Warriors erano andati a vincere sul campo dei Mavericks con 70 punti firmati unicamente dagli Splash Brothers (16/27 da tre), mentre stanotte l’intera squadra non è andata oltre i 79 punti (9/46 da tre), che rappresentano il minimo fatto registrare da quando in panchina c’è Steve Kerr. Ma come si spiega una prestazione offensiva così opaca da parte di Golden State? Semplice, con gli aggiustamenti e le scelte fatte da Popovich nel preparare l’incontro.

Per la terza volta in 1383 partite, Tim Duncan si è accomodato in panchina, anziché partire in quintetto: vista l’assenza di Bogut e l’utilizzo di Draymond Green da 5 e di Harrison Barnes da 4, gli Spurs hanno optato per un quintetto con Aldridge e Diaw, che ha funzionato così bene che è poi stato quello decisivo nel secondo tempo, in cui Timmy è rimasto a guardare. L’intenzione dei texani era chiara: avere cinque giocatori mobili, in grado di cambiare sul pick and roll, e mettere pressione su Steph Curry in tutti i modi possibili, cercando non solo di costringerlo alla peggior conclusione possibile da oltre l’arco, ma anche di limitare i suoi letali tagli in back-door.

E così il #30, almeno per una volta, è tornato sul pianeta terra, mettendoci anche del suo, dato che i (pochi) tiri buoni che si è preso, non sono entrati: ha chiuso con 14 punti, 4/18 dal campo e 1/12 da tre, per una percentuale da oltre l’arco dell‘8.3%, la più bassa della sua carriera (considerando solo le partite in cui ha tentato almeno 8 triple). Oltre che nella difesa su Curry, gli Spurs sono stati bravi a controllare il ritmo fin dall’inizio e a non far correre praticamente mai gli avversari, mentre dal punto di vista offensivo il trio Leonard-Diaw-Aldridge ha sfruttato bene il suo vantaggio fisico con Rush-Barnes-Green. Insomma, la sfida di stanotte ha offerto spunti davvero molto interessanti, con gli Spurs che hanno mostrato una grande determinazione nel difendere su Curry, non perdendolo quasi mai e contestandogli continuamente le conclusioni. Certo, è difficile immaginare che Steph tiri sempre così male: annullarlo completamente è impossibile, però i texani sono stati i primi quest’anno ad avere i meriti principali per una serata negativa dell’MVP in carica. 

Tutto sommato per i Warriors questa sconfitta fa male fino ad un certo punto, dato che erano alla sesta partita in nove giorni, per di più senza Andre Iguodala ed Andrew Bogut: forse non si aspettavano degli Spurs così intensi e aggressivi, ma d’altronde quest’ultimi si giocavano l’imbattibilità casalinga (35-0). In più, uno come Popovich aveva bisogno di testare alcuni aggiustamenti, che potrebbero tornare utili in ottica playoffs: adesso siamo 1-1, con ancora due sfide da giocare tra GS e SA in questa regular season.