NBA Rookie Rankings

The domination has come to Town(s) – Un fenomeno chiamato Carlo Antonio

Prendi un ventenne, mettilo nel mondo della NBA e lascialo dominare come nessun altro rookie aveva fatto finora, escluso uno. E no, non sto cercando di parlare di Shaq, proprio perché i numeri da rookie del settimo miglior marcatore all-time non devono inchinarsi a quelli del protagonista di questo pezzo. Dicevo, prendi un ventenne, che ha studiato chinesiologia, che all’high-school metteva a referto quadruple-doppie a profusione, e lascialo dominare in un mondo che, quasi tutti, avrebbero considerato come terreno di caccia, a breve, del talento Anthony Davis. Eppure, se la storia del gioco non smette mai di sorprenderci, perché mai dovrebbero farlo la contemporaneità o il futuro più prossimo?

Così capita che, dopo l’apoteosi mediatica che ci ha investiti quando il buon Porzingis posterizzava chiunque e che vedeva nel fenomeno lettone il nuovo rookie sui cui puntare tutti i fari, un ragazzo decida di regalare magie a tutti i tifosi dei Timberwolves, ma non solo. Partiamo da quella statistica conosciuta come PER (Player Efficiency Rating) in cui Towns, il protagonista di questa storia nel caso non l’aveste ancora capito, domina tra i rookie con un valore pari a 23.2, davanti a un Nikola Jokic a quota 21.9 (e del talento di Denver, a breve, ne riparleremo). Con le dovute proporzioni di sorta, a 20 anni Shaq chiuse la sua stagione da rookie con un PER pari a 22.9, sebbene tutte le statistiche medie fossero a suo vantaggio in un possibile, quanto inutile, confronto con quelle attuali di Towns. Carlo Antonio, però si è preso la briga e di certo il gusto di togliere a Shaq il record di precocità nel realizzare in un singolo match almeno 25 punti, 15 rimbalzi e 5 stoppate: contro i Mavs, il 20 gennaio 2016, infatti, il lungo di Minnie ha compiuto tale impresa a 20 anni e 66 giorni, superando di 225 giorni il precedente primato di Shaq.

Tutto qui? Assolutamente no. Ciò che colpisce, nel dominio a 360°, sono le skills, ovverosia le abilità: trattamento di palla, gioco in post, capacità di correre il campo in fase di transizione, letture offensive e difensive. La rivoluzione di KAT, però, sta nella versatilità offensiva: non solo gioco interno e alte percentuali vicino al ferro (o schiacciate da highlights), bensì anche tiro dalla media e triple, in un compendio di caratteristiche proprie del centro tipico, fatto e finito, con la capacità di essere anche, all’occorrenza, giocatore perimetrale (già 61 le triple tentate in 65 partite disputate finora, con un 34.4% di realizzazione). Gioco perimetrale, ma non solo, perché un altro punto di forza di Towns sta nella capacità di selezionare le giocate in 1vs1 grazie a proprietà di ball-handling non indifferenti e a un perfetto controllo del corpo in penetrazione o in quello che tutti, banalmente, definiamo “mettere palla a terra e battere l’avversario”. Certo, non è vero che giocate così, fatte da un giocatore alto oltre 210 cm, non si erano mai viste: per credere, basta leggere il nostro approfondimento su Toni Kukoc o visualizzare video della “Pantera Rosa” su youtube. Eppure, KAT è qualcosa di diverso, frutto di una formazione che balcanica non è ma che comunque, grazie all’opera del padre, ha permesso a Towns di affinare tutti i fondamentali e di sviluppare una tecnica di base assolutamente strepitosa.

Tralasciando la formazione sotto Calipari e l’evoluzione nelle giocate (per questi aspetti Lorenzo Neri su l’Ultimo Uomo l’ha spiegata abbastanza bene) e tralasciando anche le “difficoltà”, se così vogliamo chiamarle rispetto all’eccellenza di tutto il resto, nel ruolo di bloccante/rollante in fase di pick&roll (274 i possessi giocati in questa situazione di gioco, con soli 0.93 punti prodotti a possesso), questi primi mesi di NBA ci offrono la possibilità di vedere il primo centro all-around, ossia il primo centro capace di essere dominante in tutti gli aspetti del gioco: passaggio (e letture), difesa individuale (o della propria posizione), pericolosità dalla distanza, creazione del tiro (rientra qui il “mettere palla a terra e…”), presenza a rimbalzo. Kukoc (che però non era un centro, nonostante l’altezza) eccelleva in 3 di questi cinque aspetti, Shaq in 4. KAT potrebbe, con un percorso evolutivo di ciò che già sembra essere eccellente, dominare come pochi altri lunghi nella storia del gioco, diventando un giocatore pluri-dimensionale e, potenzialmente, immarcabile.