NBA

Un addio annunciato e un ritorno inatteso

East – Alta classifica – La favola di Indiana

I dati parlano chiaro, anzi chiarissimo: dopo le tre sconfitte ad inizio stagione gli Indiana Pacers hanno saputo vincere undici partite delle successive tredici (e sono in striscia aperta di di 5 W). In questo momento sono senza dubbio la squadra più in forma ad Est e il loro numero 13, Paul George, sarebbe nettamente primo nella corsa per l’Mvp stagionale se non ci fosse quell’alieno a Golden State.

Che gran bella storia quella di PG. Tutti abbiamo ancora negli occhi il suo terribile infortunio con la maglia degli USA (15-8-2014) e facciamo fatica a capacitarci non solo del fatto che lui sia di nuovo in campo per 35,9 minuti a gara (giocatore più utilizzato da Vogel) ma che, come detto, sia in grado di competere per il premio di miglior giocatore del mondo; perché, mi sembra superfluo dirlo, una volta subito un tale incidente il proprio fisico, completamente stravolto, non potrà mai tornare ad essere quello (iper-atletico nel suo caso) di prima. Incredibile ma vero, per adesso George sta viaggiando a pari dei sui migliori livelli passati e Indiana ringrazia perché adesso può contare di nuovo sul suo uomo franchigia.

Giocatori come Ellis, CJ Miles, G.Hill e R.Stuckey sembravano, per quanto talentuosi, insufficienti per poter da soli condurre una squadra ai Playoffs: adesso invece, dimensionati in un ruolo a loro più consono (agli ordini di George potremmo dire) la loro presenza si fa ben più importante perché, esempio banale, un conto è avere M.Ellis nei panni dell’uomo squadra con il peso dell’attacco sulle spalle, un altro è avere l’ex Mavs e Warriors come sesto uomo “alla J.Crowford”.

La squadra migliora, la difesa ricorda a tratti quella di qualche anno fa e la vittoria sui Bulls è un messaggio importante a tutto l’Est. Occhio ai Pacers!

East – bassa classifica – Una magia da Playoffs

Se questa non è stata la settimana dei Magic (parlando di Eastern Conference), vuol dire che non stiamo seguendo lo stesso gioco. La squadra della Florida ha sorprendentemente liquidato tutte quelle che dovrebbero essere le aspiranti squadre da Playoffs di quest’anno; New York, Milwaukee e Boston. Certo ce ne sarebbero delle altre ma credo che sia difficile parlare di gerarchie in questa particolare fascia di classifica. Alcune squadre che l’anno scorso avevano ben figurato (Wizards, Hawks, Bucks) stanno deludendo, mentre altre, come gli stessi Magic, sembrano ben al di sopra delle aspettative (pensiamo a Detroit, Charlotte e in piccola parte a New York). Insomma una situazione per ora intricata, nella quale Orlando può ampiamente dire la sua e perché no, provare la corsa all’ottavo posto.

Che la squadra sia giovane e futuribile è appurato ormai da diverse stagioni, sarebbe anche l’ora che i vari Oladipo, T.Harris, A.Nicholson e Vucevic sbocciassero, diventando, almeno dei giocatori continui e (in riferimento a Oladipo e Vucevic) anche delle star. Se ciò dovesse accadere, i Playoffs sarebbero ipotecati e la ricostruzione che da anni si auspica potrebbe finalmente avere inizio. Al fianco dei giocatori sopra menzionati da tenere d’occhio i giovanissimi E.Payton (in continua crescita), S.Napier, A.Gordon (deludente fin qui) e M.Hezonja.

West – Alta classifica – Gli Spurs prendono ritmo

Tutti i loro nemici hanno iniziato a tremare e se non lo hanno ancora fatto, dovrebbero guardare le ultime partite dei San Antonio Spurs. La squadra nero-argento, come suo solito, non ha mandato messaggi limpidi e rumorosi alla Lega, bensì ha fatto trapelare piccoli suggerimenti, nascosti e silenziosi; attenzione però, non fatevi ingannare dal (consapevole) basso profilo di Popovich & co. Gli Spurs non vincono 19 partite in fila, non segnano 100 o più punti ad ogni partita (sono ventesimi in NBA per punti segnati) e non aspettiamoci di vedere nemmeno l’ombra di uno “showtime” durante i loro incontri. Non ne hanno bisogno, o meglio, non lo ritengono utile ai fini della vittoria, il vero obbiettivo di ogni benedetta stagione degli speroni. Loro sono l’essenziale, la concretezza applicata al basket e al mondo dello sport in generale, non per nulla i simboli della franchigia sono da vent’anni a questa parte Tim Duncan e il sopracitato G.Popovich.

Tornando alla nostra settimana, quali sono i silenziosi messaggi mandati dagli Spurs? Primo: l’inserimento nel gruppo da parte di Aldridge si fa sempre più evidente (lo dimostrano anche le statistiche in crescendo) e questo è, assieme alle condizioni fisiche dei veteranissimi, il vero snodo della stagione di San Antonio. Secondo: una piccola ma significativa serie di vittorie, che ha visto cadere ai piedi dei texani, fra le altre, Memphis (reduce da quattro vittorie in fila), Dallas (anch’essa in un buon momento di fora) e Atlanta (battuta di venti punti). Ed infine come terzo segnale notiamo come, a dispetto dei vecchi big three e di Aldridge, la leadership di questa squadra ricada sempre più sulle spalle di K.Leonard, il quale oltre ad essere primatista in punti e minuti giocati, si prende (ormai è ufficiale) la responsabilità in attacco nei momenti decisivi.

La sconfitta di ieri contro Chicago dimostra che c’è ancora da migliorare in alcuni dettagli. Ha interrotto una serie di cinque W consecutive? “Pazienza” per dirla alla Popovich.

West – Bassa classifica – La lettera che cambia il volto all’NBA

Sì è vero, dei Los Angeles Lakers mi ero già occupato la settimana scorsa ma come converrete in questi ultimi giorni nella città degli angeli è stata imbucata una lettera che ha cambiato i destini della franchigia e dell’intera NBA non c’è dubbio. Sotto l’aspetto celebrativo dell’avvenimento sono state scritte molte cose e molte altre verranno giustamente redatte in futuro, io mi limito a dire che di fronte a certi campioni assoluti bisogna mettere da parte le simpatie personali e tributare loro il giusto omaggio per tutto quello che hanno dato allo sport che amiamo (e allo sport in senso più ampio): grazie Kobe. Il punto sul quale intendo soffermarmi è invece il futuro dei Lakers, che, parliamoci chiaro, da quasi vent’anni va a braccetto con le decisioni di Bryant e da domani improvvisamente non lo potrà più fare. I due grandi vuoti che la dirigenza giallo-viola dovrà (se vuole tornare a vincere) colmare al meglio dopo l’addio del Mamba sono: quello economico e quello di leadership. Sul lato economico c’è poco da dire, trovare uno o più all-star pronte a venire in California in cambio dei soldi dati fino ad oggi al 24. Sul versante della leadership invece le cose si fanno più complesse: chi è in grado di prendersi sulle spalle non solo i quattrini ma tutto il peso di giocare e dover vincere ai Lakers in questo momento? Forse abbiamo scordato (e qui risiede in gran parte la grandezza di Kobe) di quanto sia difficile essere il capitano dei Los Angeles Lakers, una squadra obbligata come nessun’altra nella NBA a vincere ogni anno e, possibilmente, con un gioco spettacolare che piaccia a Hollywood, che per inciso e lì a bordo campo che ti osserva (e ti critica) ogni sera. Questa forza interiore che ti spinge imperterrita a migliorare e ti rende immune alle critiche e alle sconfitte non devono averla in tanti, ma di una cosa siamo sicuri: lui ce l’aveva.