NBA Old Timers

Viaggio all’alba della NBA

La NBA di oggi tutta showtime, cheerleaders, marketing e superstars la conosciamo bene. Si conosce piuttosto bene anche l’epoca in cui il basketball divenne finalmente uno sport con piena dignità agli occhi degli americani: ci vollero alcune superstar come Wilt Chamberlain, Bill Russell e mister logo Jerry West per far impazzire definitivamente i tifosi a stelle e strisce.

Ma cos’era la NBA nei primi anni post trasformazione da Basketball Association of America (BAA) a National Basket Association del 1949?

Bob Petitt stella degli Hawks sale a stoppare
Bob Petitt stella degli Hawks sale a stoppare

In primis era una lega dove la segregazione razziale era ancora presente. I tifosi erano bianchi, principalmente blue collars (operai) ed appassionati di hockey tanto che quasi tutti gli owners erano anche (soprattutto) proprietari di squadre di hockey su ghiaccio ed utilizzavano le loro squadre di basket per riempire le loro arene anche nei giorni in cui l’hockey was not in town. Per convincere i suddetti tifosi a pagare un dollaro e presenziare alle partite vi erano delle regole non scritte: doubleheaders a più non posso (una sola partita di basket era troppo breve per valere un biglietto verde), risse in campo come piovessero e niente “negri”.

Gli owners NBA peraltro non volevano indispettire il potentissimo Abe Saperstein inventore e proprietario degli Harlem Globetrotters ed in pratica monopolista dei giocatori di colore che venivano raccattati per i Globetrotters i cui show erano estremamente redditizi per riempire le arene dei suddetti owners.

La frase tipica fra di loro era “It’s a white dollar”: i soldi dei fans sono bianchi…

Quando Walt Brown, proprietario dei Boston Celtics, su pressione del suo nuovo coach Red Auerbach decise di draftare nel 1950 l’ala Charles Cooper da Duquesne con la seconda scelta assoluta ebbe due effetti: far venire un infarto ai tifosi dei Celts che aspettavano a braccia aperte Bob Cousy, eroe locale ad Holy Cross, che arriverà poi comunque per una serie di circostanze fortuite a Boston e sdoganare i giocatori di colore.

Ma ti rendi conto che il signor Cooper è un NEGRO?!” urlarono gli altri owners nella sala del Biltmore Hotel di New York “Abe non sarà per nulla contento…

Per me Cooper può essere anche a pois” rispose Brown “Mi interessa solo che questo ragazzo sappia giocare a basket”.

Pochi minuti dopo i Washington Capitols chiameranno Earl Lloyd, che sarà il primo nero a mettere il piede in campo nella NBA, ed i Knicks ruberanno Nat “Sweetwater” Clifton ai Globetrotters.

Ehm… no.

Saperstein non la prese bene.

Ma la NBA era comunque un gioco a base di Sangue e Tuoni.

Cousy in entrata
Cousy in entrata

I tifosi facinorosi pretendevano sangue in campo e colpi bassi, i nomignoli delle arene in cui andavano a giocare in campo neutro alla ricerca di fans nel New England, nel centro della Pennsylvania o nello stato di New York erano del genere The Tube of Blood. I tifosi scuotevano i canestri sui tiri degli avversari, le distinte signore sedute nelle prime file pungevano con le loro spille dei capelli le gambe dei giocatori quando erano alla loro portata o li prendevano a borsettate, i minatori sugli stands surriscaldavano i pennies con le loro lampade ad olio prima di lanciarli sui giocatori.

Il pubblico di casa non scherzava. Il fattore campo esisteva ed era pesante.

A Fort Wayne, nella piccola casa dei Pistons, ai tifosi piaceva allungarsi e strappare i peli delle gambe degli avversari quando battevano le rimesse ed i giocatori spesso sbagliavano i passaggi sparando casualmente la palla sul muso dei tifosi “depilatori”.

Il più grande incubo dei giocatori era andare ad affrontare i Syracuse Nationals dove li attendevano cinquemila tifosi beceri ai massimi livelli. Il viaggio era pure pericoloso in inverno date le temperature della cittadina, ora conosciuta soprattutto per l’Università, situata nel nord dello stato di New York: faceva talmente freddo che arrivarci in treno o su qualche scassato DC3 non era esente da rischi tanto che i giocatori spesso accusavano misteriose forme influenzali prima della trasferta.

La chiamavano la Syracuse Flu.

Heinsohn in gancio
Heinsohn in gancio

Li attendevano tifosi rigorosamente blue collar decisamente incazzati con le squadre delle grandi città ed esaltati da coach Al Cervi perennemente pronto ad aizzare la folla ad ogni fischio, sottolineiamo ogni, contro i suoi Nats. I fans lanciavano in campo di tutto: candy bars, bicchieri di soda, programmi della gara, scatole di pop corn e versavano la birra sulla testa dei giocatori quando uscivano dagli spogliatoi.

Un tifoso dei Nationals era chiamato lo Strangolatore: era un uomo enorme e pelato che aveva l’abitudine di avvicinarsi ai giocatori di avversari per cercare di strozzarli, una volta provò a strangolare Eddie Gottlieb, proprietario dei Philadelphia Warriors, che dopo essersi liberato dalla sua stretta gli urlò “Ora metto cinquanta dollari sulla tua testa ai miei amici di Phila e mi libererò di te una volta per tutte…

Anche i proprietari non erano esattamente delle fighette di Wall Street.

Podoloff con le stelle Petitt e Cousy
Podoloff con le stelle Petitt e Cousy

I tifosi dei Nats erano anche perennemente addosso agli arbitri. Due di loro che si chiamavano Sid Borgia e Johnny Nucatola, da Brooklyn e di chiara origine italiana, riuscirono a scappare dal palazzetto solo a notte fonda e Nucatola prese una sporta di botte. Mentre un loro collega di nome Charlie Eckman sparì all’intervallo dopo aver capito l’andazzo. Nucatola era convinto che la colpa fosse di Al Cervi e del proprietario dei Nats Danny Biasone e lo dichiarò pubblicamente ad una cena del New York Basketball Writers chiedendo anche una multa di mille dollari per Syracuse. Quando Podoloff, il commisioner della NBA, lo venne a sapere convocò l’arbitro nel suo ufficio.

Dobbiamo esser cauti” gli disse Podoloff, uomo notoriamente prudente “Lavoriamo per un buffo e strano gruppo di persone, un solo errore e ne paghiamo le conseguenze

Biasone non venne multato né pubblicamente biasimato per le intemperanze dei suoi tifosi.

Nucatola smise di arbitrare.

Gli altri arbitri, che prendevano 45 dollari a partita, invece subivano eccome l’influenza dei tifosi che erano tutti dei grandi scommettitori tanto che spesso si scaldavano più per il superamento della quota del point spread che per una partita vinta sulla sirena. La NBA, a differenza della NCAA che fu devastata dagli scandali delle partite truccate ad inizio degli anni cinquanta, non subirà particolari scandali legati alle scommesse ma il problema esisteva. All’intervallo i bookers si affollavano sotto le tribune aspettando le scommesse dei tifosi, Johnny Kerr, forte centro dei Nationals, ricordò in seguito i tifosi che gli urlavano al Boston Garden “Hey! Abbiamo raddoppiato le scommesse su voi scimmioni! Perciò è meglio che vi date da fare!

Mikan
Mikan

Tatticamente il problema invece era che l’area era troppo piccola ed un gigante come George Mikan poteva coprirla interamente con un solo passo laterale tanto che nel 1953 gli owners decisero di raddoppiarne la larghezza. Ma le partite erano ancora noiose a causa della tattica del Freeze and foul ovvero quando la squadra in vantaggio decideva di congelare la gara tenendo il possesso mentre la squadra in svantaggio si trovava costretta a commettere falli per provare a recuperare. Nel 1950 una gara fra Minneapolis Lakers e Fort Wayne Zollner Pistons finì 19 a 18 coi tifosi che leggevano sugli spalti e quelli meno pazienti che affollavano il botteghino chiedendo i soldi indietro e promettendo di non andare mai più ad una partita di basket.

La situazione era insostenibile e nella primavera del 1954 era chiaro che le regole dovevano cambiare: Danny Biasone intuì che si doveva limitare il tempo in cui una squadra poteva mantenere il possesso di palla.

Biasone coi suoi Nats
Biasone coi suoi Nats

Biasone era un vero personaggio: indossava sempre un fedora, il tipico cappello dell’epoca, fumava a rotazione sigarette che pendevano perennemente dalle sue labbra e parlava con forte accento italiano mentre sua moglie preparava la pasta casereccia per i suoi giocatori e li invitava a cena ed addirittura lavava le loro divise.

Ma Biasone creò la regola che cambiò per la prima volta il basket creato da James Naismith: divise i 48 minuti di una partita per 120 tiri (60 per ogni squadra) arrivando all’idea che una squadra aveva bisogni di soli 24 secondi per crearsi un tiro. Chiamò una selezione di giocatori universitari per affrontare la sua squadra e giocò un’amichevole usando per la prima volta uno shot clock. Inizialmente i giocatori erano frenetici non abituati alla regola “Prendetevi il vostro tempo” urlò Biasone “Ventiquattro secondi sono tanti!” e gradualmente trovarono il ritmo giusto.

La prova fu un successo e Walter Brown dei Celtics ne intuì il potenziale in termine di spettacolarità e velocizzazione del gioco. Nell’autunno del 1954 la nuova regola fu introdotta, inizialmente come esperimento, e nei primi tempi semplicemente qualcuno stava a bordo campo urlando “TIME!” quando i 24 secondi terminavano ma entro poco tempo tutte le squadre si dotarono di shot clock e con il nuovo stile di gioco l’afflusso dei tifosi nelle arene aumentò del cinquanta percento.

La pallacanestro moderna era praticamente nata.