Lo sapevate che... NBA

“Who’s Julius?”: ecco com’è nata la leggenda di Erving al Rucker Park

«Who’s Julius? I’m in the NBA, what I care about Julius?»
«Chi è Julius? Sono nella NBA, cosa me ne frega di Julius?»

Siamo a fine anni sessanta. La frase la pronuncia Tom Hoover, un PRO di 206 cm scelto al primo giro dai Syracuse Nationals nel 1963, alla numero 6; avrà una discreta carriera tra ABA e NBA, prima di ritirarsi nel 1970. Julius invece è un ragazzo di Roosvelt, est di New York, sulla ventina. Siamo nella sua città, New York City. Se ci trovassimo in un luogo normale sarebbe il ragazzo che dovrebbe ricordarsi di questo incontro – che è il primo tra i due – , e invece no. Non ci troviamo in un posto normale. Siamo al Rucker Park, a nord di Harlem. Il Rucker non è un campetto qualunque, chi ama il Gioco lo sa, chi ha avuto la fortuna di andarci lo sente.

Se ne accorse la gente che tra gli anni ’50 e ’60 vide la prima Leggenda nascere lì: Earl Manigault, che diventerà “The GOAT”. Non giocherà un minuto nei PRO ma chi nei PRO fece più punti di tutti, Lew Alcindor, interpellato a fine carriera su chi fosse il più forte contro cui avesse mai giocato, non poté che rispondere “The GOAT”. Earl girava in città con dei pesi posti all’altezza delle caviglie per aumentare la sua esplosività e faceva soldi raccogliendo monete. Non raccogliendole per terra e nemmeno per le cabine del telefono. «Scommettiamo che se mettete delle monete sul bordo alto del tabellone con una scala, io le tiro giù senza scala?». Impossibile anche solo da pensare. Non per Earl, che teoricamente però non giocherà mai al Rucker, semplicemente perché ai suoi tempi il Rucker non esiste.

Anche se sarebbe più preciso dire che è ancora vivo. Sir. Holocumbe Rucker infatti organizza tornei estivi per tenere i ragazzini alla larga dai brutti giri che compongono lo script urbano. È un benefattore e ci prova a mettere sulla retta via i bambini, ci prova davvero. Con qualcuno ci riesce, con altri no. Earl avrebbe potuto fare sfracelli in NBA e invece non giocherà, come detto, un singolo minuto tra i PRO. Glielo impediscono l’alcool e una polverina bianca, che dopo averti fatto stare in paradiso, ti porta dritto all’inferno. Muore a poco più di cinquant’anni, nel 1999, aspettando una valvola cardiaca. Sì perché una valvola cardiaca la si dona più volentieri a chi non ha abusato di alcool e droghe durante la propria vita.

Nonostante tutto, non ci si aspettino risposte diverse ad Harlem alla domanda riguardo chi sia stato il più forte. Wilt? Larry Bird? Magic? MJ? No, c’è solo un GOAT, Earl Manigault. Per ricordare invece chi Earl ha provato a salvarlo, c’è una targa fuori dal campetto: Sir. Holocumbe Rucker Park. Semplice, sobria e senza pretese, come – s’immagina – l’uomo a cui è intitolato il campetto più famoso al mondo.

Proprio vicino a quella targa il nostro Hoover, circa quarant’anni dopo, svela, sorridendo – ma si può presumere che all’epoca rise un po’ meno – come effettivamente andò l’incontro di cui sopra, quello con il ragazzino di nome Julius. Lo ricorda con un’onestà intellettuale disarmante. «Mi schiacció talmente forte in faccia che persi il paradenti e mi dovetti chinare per prenderlo». Hoover aveva stagioni tra ABA e NBA dietro di sè, Julius nemmeno un minuto. Il pubblico lo vede e si innamora e il ragazzo diventa già una Leggenda; lo esplica bene Pee Wee Kirkland – un altro che il campetto lo frequentò da Leggenda – dicendo che se alla prima volta al Rucker giochi come una “bomb”, resti per sempre una “bomb”. Lo stesso Hoover dichiarò che la popolarità di quel ragazzo s’impennò dopo quell’incontro.

Julius non si ferma e continua a dare spettacolo, diventa l’idolo di Harlem e di New York; la gente per vederlo sta sugli alberi attorno al campetto, addirittura sui tetti della scuola che sta proprio dietro al Rucker. Diventa talmente famoso che iniziano ad affibiargli soprannomi, che non era una cosa scontata e che era solo per pochi eletti. Eh si, mica facile però. Il primo fu “Little Hawk” (piccolo falco); ma non va bene. “Hawk” è il soprannome di Connie Hawkins, e lui NON è Connie Hawkins. Ci si riprova con “The claw”, “L’artiglio”. Niente da fare. «Who is talking about? He is calling me “The claw”? I don’t wanna be “the claw”». Poi anche con “Black Moses”. Respinti con perdite.

Ci pensò lui. «If you wanna call me anything, call me “Doctor J”». «Se volete chiamarmi in qualche modo, chiamatemi “Doctor J”». Ecco come nacque la leggenda di “Doctor J”, al secolo Julius Erving, l’uomo che cambiò il gioco, ispirò Michael Jordan e per il quale Lebron, oggi, porta il numero 6. Doctor J e Earl “The GOAT” (“Greatest Of All Time” a proposito, “Il migliore di tutti i tempi”) Manigault. Due leggende nate in un posto leggendario, dove l’unica cosa ordinaria è una targa dedicata all’uomo che, la leggenda, la fece nascere.