Due fenomeni, due destini opposti ed un grande legame: la storia delle leggende dell’Illinois

C’era un tempo in cui Dee Brown era più famoso di Deron Williams ed era al centro dei riflettori di un’intera nazione. Non ci credete? Beh, allora date un’occhiata agli archivi di Sports Illustrated, più precisamente al numero del 7 marzo 2005: ci troverete Brown sulla copertina, accompagnato dalla didascalia “La principale attrazione del college basketball”. All’epoca Dee faceva parte del primo quintetto della Big 10 ed era uno dei finalisti per il premio di miglior giocatore in assoluto della NCAA. Insomma, era il volto degli Illini, che nell’anno del centenario hanno disputato una stagione magica, indimenticabile e forse irripetibile.

Nel 2005, ovvero nella seconda stagione insieme di Brown e Williams, a cui va aggiunto obbligatoriamente Luther Head, l’università di Illinois fece saltare ogni pronostico: chiuse la stagione con un impressionante record di 37-2, uno dei migliori nella storia della NCAA, vinse il titolo della Big 10 ed arrivò fino in fondo nel torneo, arrendendosi sono a North Carolina. A guidare quel gruppo c’era appunto un trio eccezionale di talenti, titolari in un attacco che schierava contemporaneamente tre guardie: nell’ultimo decennio sono state tante le discussioni atte a stabilire quale tra loro fosse il giocatore migliore, in particolare tra Brown e Williams, che erano entrambi dei playmaker. La risposta più giusta è probabilmente la seguente: Dee era il migliore quando c’era la possibilità di attaccare in transizione, in quanto aveva una velocità superiore a chiunque altro ed era in grado tranquillamente di arrestarsi e tirare da tre punti, e ciò lo rendeva un pericolo costante; Deron era invece il leader quando c’era da ragionare e da attaccare a metà campo, brillava per le sue doti di passatore e per il saper controllare il ritmo della partita, oltre che per avere un tiro abbastanza affidabile. Head, infine, era il giocatore designato a concludere le azioni orchestrate dai suoi due compagni: era il miglior realizzatore della squadra con 16 punti di media a partita ed il secondo da oltre l’arco con il suo 41% (il primo era Brown).

Che cos’è successo dopo il college a questo fantastico trio? Deron Williams al termine di quella leggendaria stagione ha deciso di dichiararsi per il Draft, pur essendo ancora un sophomore, ed è stato scelto con la terza chiamata dagli Utah Jazz, tra le cui fila si è affermato tra i migliori playmaker della lega, e per qualche tempo è forse stato il più forte in assoluto. Luther Head è stato selezionato sempre nel 2005 dai Rockets, che per lui hanno utilizzato la chiamata n.24, e nella sua carriera in NBA è stato un giocatore importante in uscita dalla panchina.

A questo punto tutti si aspetterebbero che Dee Brown abbia avuto un’ottima carriera anche al piano superiore. Ed invece quello che è stato uno dei giocatori più elettrizzanti passati per il college basketball, nella NBA non è mai riuscito a sfondare: sicuramente la scelta di rimanere un altro anno ad Illinois, in una squadra fortemente ridimensionata e che non è riuscita ad andare oltre al primo turno del torneo NCAA, non gli ha giovato, dato che nel Draft del 2006 è stato scelto solo alla n.46, quando solo un anno prima sarebbe stato scelto molto probabilmente in lottery pick.

Brown è così finito nei Jazz, ricongiungendosi con il suo ex compagno, nonché strettissimo amico, Williams. Ma la coppia favolosa di Illinois non si è ripetuta nella NBA: questo perché Dee era ai margini delle rotazioni, dato che Deron e Derek Fisher erano i playmaker della squadra. E così Brown non ha mai potuto dimostrare realmente il suo valore all’interno della lega, dovendosi accontentare delle briciole e del ruolo di giocatore che ogni tanto deve uscire dalla panchina e portare una ventata di energia in campo. Più che per le sue performance, il suo anno da rookie viene ricordato soprattutto per l’increscioso episodio verificatosi nel corso dei playoffs: Mehmet Okur, allora centro dei Jazz, è caduto sulla testa di Brown, procurandogli una distorsione del collo. Diciamo solo che Dee in quell’occasione è stato fortunato, perché gli sarebbe potuta andare molto peggio e avrebbe potuto dover dire addio alla pallacanestro.

Nonostante fosse abituato ad essere la stella, Brown non si è mai lamentato del suo scarso minutaggio, ma ha sempre aspettato con pazienza il suo momento, sicuro che prima o poi sarebbe arrivato. Ed invece così non è stato: i Jazz non si fidavano ad affidargli il ruolo di playmaker alle spalle di D-Will, e Dee ha iniziato il suo lungo peregrinare. Nella NBA ha avuto altre due comparsate tra Phoenix e Washington, ma dal 2009 è diventato a tutti gli effetti un journeyman: pensate che, nel corso della sua carriera da professionista, non si è mai fermato in una squadra per più di una stagione, ed ha girato Israele, Italia, Turchia, Cina, Porto Rico, Lettonia, fino ad arrivare in Romania, dove attualmente gioca per l’Asesoft.

Insomma, Dee Brown fa parte di quella categoria di leggende universitarie, che per vari motivi non ce l’hanno mai fatta a sfondare nella NBA: nel suo caso la stazza fisica ha sicuramente influito, ma forse non gli è stata mai veramente data la possibilità di dimostrare cos’era in grado di fare nei suoi anni d’oro. Personalmente, ho avuto la fortuna di ammirarlo qualche anno fa ad Avellino: è uno di quei giocatori tutto genio e sregolatezza, un po’ anarchici, che hanno bisogno di essere lasciati liberi di disegnare la loro pallacanestro. La squadra da lui guidata si tolse diverse soddisfazioni, ma soprattutto fece divertire molto il pubblico del PalaDelMauro. Di certo è curioso pensare che il giocatore a cui Brown ha fatto un po’ da chioccia, e con cui si è diviso i meriti di una stagione passata alla storia della NCAA, è invece diventato una delle più forti point guard della lega.

La vita, e la pallacanestro in particolare, a volte è proprio strana: due fenomeni della stessa squadra hanno avuto carriere completamente opposte; uno guadagna milioni di dollari l’anno, l’altro deve cambiare continuamente squadra per sbarcare il lunario e assicurarsi una certa solidità economica per quando la sua carriera sarà finita. Nonostante ciò, Brown non ha mai provato invidia per Williams, anzi, è sempre stato tra i primi a complimentarsi con lui per il giocatore che è diventato e per il successo che ha riscosso tra i professionisti. Dall’altro lato, invece, Deron non ha mai nascosto l’amarezza per come sono andate le cose a Dee dopo quel magico 2005: allora D-Will non si sarebbe mai aspettato che i ruoli si sarebbero completamente rovesciati, ma soprattutto avrebbe sperato che le cose ai Jazz funzionassero per entrambi e che potessero essere nuovamente una grande coppia di playmaker. Purtroppo non è andata così, ma Dee Brown può consolarsi con la consapevolezza che, a livello di college basketball, mai nessuno si dimenticherà il suo nome e le sue imprese.