Come si forma un giocatore NCAA? L’intervista ad Andrea Comini, preparatore di UNI

E’ con immenso piacere che vi presentiamo l’intervista realizzata ad Andrea Comini, preparatore fisico presso l’Università di Northern Iowa, che milita nella Missouri Valley Conference, la seconda più antica della NCAA. Proveniente da Gavardo, in provincia di Brescia, si è brillantemente laureato in Scienze motore presso l’Università di Verona con una tesi in giornalismo sportivo su “La Città del Basket”, ovvero su Bologna. Grazie alle sue grandi competenze in materia di preparazione fisica ed atletica, Comini ha passato tutto lo scorso autunno ed inverno, più gran parte dell’estate, all’University of Northern Iowa, con una parentesi di una decina di giorni a Clemson su invito del Basketball Strengh and Conditioning Coach dei Tigers. Inoltre, nella pausa primaverile ha lavorato per la Virtus Lumezzane, che ha poi vinto la Serie D lombarda. Andiamo a scoprire più nel dettaglio il suo lavoro.

Hai a che fare con ragazzi nel pieno del loro sviluppo fisico e quindi in rapida crescita, a questo proposito, come riesci ad adattare la tua routine di esercizi a questa situazione?
“Saper combinare il miglioramento delle abilities con l’acquisizione di nuove skills è una parte fondamentale del lavoro di preparatore, a qualsiasi età. Gli atleti a livello NCAA sono relativamente giovani ed escono da un contesto completamente diverso dal nostro. Le stesse regole NCAA per tutelare gli studenti / atleti non permettono al preparatore di lavorare molto con il pallone sul campo visto che il monte ore massimo è pre-stabilito, a meno che il giocatore non si proponga volontariamente. Quindi bisogna sempre trovare un compromesso tra quello che si vorrebbe e quello che si può fare, ma non vuol dire tralasciare qualcosa bensì selezionare la soluzione che si ritiene migliore. Fortunatamente e forse anche per merito ho avuto ragazzi che hanno praticamente raddoppiato le ore di allenamento per sessioni individuali volontarie facilitandomi a volte la scelta”.

Proseguiamo il discorso iniziato nella domanda precedente. Immagino che sia difficile lavorare con ragazzi così giovani in quanto un eccessivo carico di lavoro rischierebbe di compromettere la loro intera carriera, quali sono quindi i metodi che adoperi maggiormente per prevenire infortuni e problemi fisici?
“Tecnica, riposo, alimentazione. Dalla base si costruisce il tutto e rispettando questi tre punti (e altri ancora) si sviluppa l’idea di allenamento. A UNI le linee guida di Coach Jed Smith, Head S&C Coach, e del suo assistente Nick Davis sono molto chiare e la tecnica di esecuzione viene sempre curata durante ogni allenamento. Lo stesso vale per Coach Darric Honnold, Basketball S&C Coach a Clemson. La parte più importante di ogni workout? Quella che stai facendo ora. Sia che tu stia iniziando il warm-up sia che tu stia mangiando uno snack pre allenamento sia che tu stia andando a riposare, quello che puoi migliorare è quello che stai facendo. Per dirla all’americana, play the present”.   

Quando si nota che un ragazzo è particolarmente talentuoso e dotato viene quasi istintivo cercare di spingerlo al limite per avere il massimo dei risultati in tempi brevi. Qual è dunque il “trade off” tra i risultati raggiungibili fin da subito e l’obiettivo di preservare il ragazzo fisicamente in vista della sua futura carriera?
“Più che preservare penso sia corretto usare il termine sviluppare. Lo sviluppo può andare di pari passo con il risultato, specialmente se tutto lo staff segue questo criterio. In questa mia esperienza non ho mai trovato porte chiuse ma un continuo dialogo. E’ vitale sapere di avere un obiettivo comune non solo con lo staff, ma anche con la squadra e il singolo giocatore. Per la maggior parte degli atleti questa sarà la loro vera carriera e arrivare a giocare il torneo NCAA, battere una top 25 o vincere la propria conference rappresenta un sogno. Se dai tutto quello che hai e non fermi il tuo percorso di apprendimento i giocatori se ne accorgono e si affidano a te perché sanno che vuoi solo il loro miglioramento, sia nella vittoria che nella sconfitta”.

Quali sono gli esercizi di cui fai maggiormente uso? Prediligi il lavoro di pesi o quello aerobico? 
“Ogni allenatore predilige alcuni esercizi rispetto ad altri, ma questo non deve incidere sulla scelta degli stessi. Devo allenare il giocatore in funzione di quello che GLI serve, non in base a quello che MI piace. Punto”.

Hai trovato particolari differenze tra l’Italia e gli Stati Uniti per quanto riguarda il metodo di lavoro? Sia dal tuo punto di vista che da quello dei ragazzi che si apprestano ad essere allenati. 
“All’inizio pensavo di essere stato catapultato in un altro mondo a UNI, con differenze che però ho volutamente cercato scegliendo di venire qua. Ma mano a mano che prendevo conoscenza con l’ambiente, con lo staff e con i giocatori mi sono accorto che in realtà tutte queste differenze non ci sono. Ognuno di noi costruisce un proprio metodo e un proprio modo di allenare, attraverso la formazione, l’osservazione, lo studio, le esperienze, i successi e i fallimenti, piccoli o grandi che siano, e attraverso quello che uno è veramente, di qua o di là dall’oceano. Il mio metodo è diverso da quello di un coach americano quanto è diverso da quello di un coach italiano vicino di casa, semplicemente a volte tendiamo ad accorgerci prima delle differenze che delle somiglianze. In realtà tutti e due, anche se con strade vicine o lontane, vogliamo portare il nostro giocatore da un punto A a un punto B ed è questo quello che conta per me”.

A livello di infrastrutture pensi che sia più facile e appagante svolgere il proprio lavoro di preparatore negli Stati Uniti o in Italia? 
“Esistono mille scuse ma nessuna ragione. Ho sbagliato e sbaglierò in questo mio progredire come preparatore e come persona e spesso, sbagliando ancora, ho cercato scuse in atleti non validi o nella mancanza di infrastrutture. La verità è che se finalmente ho imparato qualcosa dalle persone che ho incontrato è che non conta dove ti trovi, in una palestra minuscola senza riscaldamento o in un palazzetto di NCAA, e neppure chi alleni, un talento naturale o uno che non fa canestro nemmeno nell’oceano. Semplicemente allena al meglio delle tue possibilità, perchè il bambino – ragazzo – senior che sia non merita che il meglio di quello che tu possa dargli. E nel momento che darà tutto ad ogni allenamento quella sarà la soddisfazione più appagante”.  

Claudio Pavesi e Gabriele Galluccio