E se fosse veramente l’anno dei Bruins?

Los Angeles, California, campus di UCLA, novembre 2012. Due amici si incontrano nei corridoi della prestigiosa università:

Amico 1: “Hey, cosa facciamo stasera?
Amico 2: “Non lo so, non c’è qualche partita?”
Amico 1: “Ho saputo che il basket gioca in pre season contro Wyoming…”
Amico 2: “No, no, piuttosto che vedere quella roba mi sparo. Curling! Andiamo a vedere il curling!”
Amico 1: “Di sicuro ci divertiamo di più”.

Questo siparietto è inventato. Purtroppo non abbiamo ancora avuto la fortuna di vivere il campus di UCLA, ma siamo sicuri che le opinioni degli studenti e in generale dei tifosi dei Bruins sulla loro squadra di pallacanestro fossero più o meno quelle. Certo, c’era Shabazz Muhammad che comunque aveva fatto compiere all’intero sistema un passo avanti rispetto all’annata ancora precedente, ma questo non era bastato a rinverdire i fasti del passato. UCLA giocava un basket a dir poco lento, spesso noioso, imperniato su situazioni a metà campo che il più delle volte finivano con un isolamento del predetto Muhammad o della guardia Jordan Adams.

Certo, bisogna essere onesti: la stagione scorsa non è stata completamente disastrosa, in quanto i ragazzi di coach Howland sono riusciti non solo a vincere il titolo della Pac-12 nella finale contro Washington, ma anche a raggiungere il Torneo NCAA al quale mancavano da un paio d’anni. La sconfitta al secondo turno (63-83) contro la non irresistibile Minnesota, e la generale apatia che circondava la squadra però hanno indotto i vertici sportivi dell’ateneo ad allontanare Ben Howland e a puntare tutto sull’emergente Steve Alford, reduce da diverse ottime campagne alla guida di New Mexico, condotta al titolo della Mountain West Conference nonché una delle squadre che regalavano il miglior basket da guardare. Fast forward. Avanti di esattamente un anno e qualche giorno dopo.

Il progetto “Belli e Vincenti” dell’ex tecnico dei Lobos è partito come meglio non poteva. Ad oggi UCLA è ancora imbattuta, con un record immacolato di 7 vittorie e nemmeno una sconfitta, gioca a ritmi molto alti, esponenzialmente maggiori rispetto a quelli della gestione Howland, tanto che hanno già toccato e superato due volte quota cento, e il punteggio più basso raggiunto sono i 72 punti della partita inaugurale contro Drexel, quando chiaramente la scritta “lavori in corso” era ancora ben visibile sul cantiere dei Bruins. Con sette vittorie non si può dire che quella scritta sia completamente sparita, ma le basi per un futuro più che roseo ci sono tutte. L’ultimo ranking vede i ragazzi di coach Alford al diciottesimo posto, una posizione molto più che rispettabile, e che sarebbe ancora migliore se all’interno del loro calendario ci fossero stati avversari di un livello un po’ più alto rispetto a Chattanooga e Sacramento State. È però proprio contro questo tipo di squadre che i Bruins faticavano da morire gli anni scorsi, per poi venire travolti letteralmente quando si trattava di scontrarsi contro le potenze del college basketball. Quest’anno invece, a parte la più che rodata Duke, la talentuosissima Kentucky e l’attuale numero uno del ranking Michigan State, la squadra più interessante da guardare giocare è proprio UCLA, e i due amici di inizio articolo se avessero ancora dei dubbi su cosa fare in una serata tranquilla alle parole “Bruins Men’s Basketball” se li toglierebbero in un secondo.

Ma a parte il già citato coach Alford a chi va il merito di questa folgorante prima parte di stagione? Essenzialmente tre giocatori, due dei quali già presenti nel precedente sistema e un freshman (qui dobbiamo però dire grazie a coach Howland, che l’ha reclutato sotto la sua gestione).

Il primo giocatore è Kyle Anderson, guardia di quasi 7 piedi, anche se incastrarlo in un ruolo predefinito è quanto mai riduttivo. Anderson è alla seconda stagione di college basketball, e l’anno scorso le sue reali doti si sono intraviste soltanto a sprazzi, anche perché la maggior parte dei palloni era affidata a Muhammad. Quest’anno però, tanta consapevolezza in più e rinnovate responsabilità lo hanno come trasformato. Addio al Kyle timido e fin troppo lento e benvenuto al Kyle giocatore totale, che produce 13.0 punti, 9.7 rimbalzi, 7.6 assist, 1.1 stoppate e 1.9 rubate a gara. Un vero e proprio leader, in grado di mettere a referto una tripla doppia ogni qualvolta le sue scarpette toccano il campo e un tiratore in crescita (50 percento dal campo, 54.5 da tre punti). L’anno scorso le percentuali erano oltremodo imbarazzanti, e questo gli toglieva fiducia ed intraprendenza in attacco, mentre quest’anno coach Alford ha saputo liberarlo da eccessivi dettami tattici, consentendogli di tirare quando se la sente e convincendolo che la sua lentezza non fosse necessariamente un male. Si può essere lenti e dominare anche in un sistema che viaggia ad alta velocità: Stephen Curry docet. L’altissima concentrazione di talento nel prossimo Draft potrebbe spingerlo a rimanere un altro anno in California, e non voglio neanche immaginare cosa potrebbe diventare se migliorasse ulteriormente.

Jordan Adams è un altro dei reduci della gestione Howland che hanno saputo compiere un significativo passo in avanti. Forse qualcuno ricorderà un giocatore palesemente dotato di un grande talento offensivo, in grado di segnare a piacimento e in qualunque modo, ma che a tratti diventava scostante, forzava tutto il possibile e l’impossibile e spesso dunque poteva condurre i suoi alla sconfitta. Immaginate lo stesso giocatore senza tutti i lati negativi, o comunque con gli stessi ridotti ai minimi termini ed ecco a voi Jordan Adams versione 2013-14. La guardia da Atlanta è diventato in un amen il go to guy dei Bruins, dopo essere semplicemente stato quello col maggior talento nella metà campo offensiva. Coach Alford gli perdona qualche sbavatura in difesa, e accetta le onnipresenti forzature in attacco, pur che non diventino eccessive, e lui lo sta ripagando con 21.4 punti, 4.3 rimbalzi e 2.6 assist (questo il dato che colpisce di più) a gara, con un massimo stagionale di 30 contro Morehead State. Si aspettava da tanto tempo la sua esplosione, e se continuerà così, senza cali mentali, ecco un altro motivo per cui potrebbe essere veramente l’anno dei Bruins.

Concludiamo con una delle maggiori sorprese tra i freshmen di quest’anno: Zach Lavine. Come detto, reclutato da coach Howland, Steve Alford se l’è ritrovato in squadra ma doveva pensare ad un ruolo adatto a lui, avendo già due bocche da fuoco come Anderson e Adams. Ecco allora che il numero 14 viene dirottato in panchina, dalla quale esce come sesto uomo incaricato di segnare: un ruolo alla Jamal Crawford, tanto per intenderci. Un altro dei grossi problemi dei Bruins l’anno passato era che tra le riserve non c’era nessuno in grado di mantenere l’alto rendimento dei titolari, così irrimediabilmente con l’arrivo della “seconda unità” UCLA subiva un parziale che era difficile recuperare. Quest’anno invece dalla panchina esce Lavine, giocatore passato sotto silenzio in una classe di reclutamento molto profonda e di sconfinata qualità, ma che in questo inizio di stagione si sta mostrando come uno dei più produttivi ragazzi al primo anno. Le sue cifre parlano di 14.3 punti conditi da 2.9 rimbalzi e 2.3 assist a partita, numeri che lo pongono direttamente dietro ai vari Parker, Wiggins e Randle della situazione. Chiunque affronterà UCLA in futuro dovrà fare molta attenzione a quel ragazzo bianco che entra verso la fine del primo quarto.

È ancora molto presto per dire con certezza se effettivamente questo sarà l’anno dei Bruins a livello di vittorie finali, sicuramente ci sono squadre molto più profonde e preparate a vincere rispetto alla banda californiana, ma avere risvegliato l’entusiasmo di un popolo intero (ci sono tifosi Bruins sparsi in tutto il mondo, e Federico Buffa ne è un esempio) non è cosa da poco. Se oggi dovessi scegliere una partita divertente da guardare all’interno dello sconfinato panorama del college basketball non avrei dubbi: sceglierei gli UCLA Bruins, a prescindere dal fatto che possano vincere o perdere di 40 punti. E questo di solito è il primo passo per entrare nel cuore delle persone, che forse vale più di tre titoli nazionali consecutivi.

Foto: Kyle Anderson (Getty Images)