Final Four NCAA, perché Michigan è favorita

Chi ha avuto modo di vedere la partita tra Michigan e Kansas nelle Sweet Sixteen, non può non pensare che il destino abbia voluto l’approdo dei Wolverines fino a questo punto. Ma il destino è un’argomentazione insufficiente per spiegare perché, alla fine, Michigan potrebbe essere la squadra che alzerà l’ambitissimo trofeo ad Atlanta.

IL CAMMINO

Il record della squadra di coach Beilein a fine stagione era di 26-7, per la verità niente di estremamente esaltante. Michigan, però, ha avuto un calendario particolare: ha giocato la bellezza di dodici partite contro squadre che hanno chiuso la stagione nel ranking. Per fare un esempio dell’eccezionalità di questa situazione, i Florida Gators (avversari di Michigan nelle Elite Eight) ne avevano giocate solo tre.  Nella complicatissima Big Ten hanno chiuso al quarto posto in regular season e hanno abbandonato il torneo di Conference già alla prima partita, sconfitti da Wisconsin. Eppure sono l’unica squadra della Big Ten ancora in gara. Per la verità i Wolverines erano state una delle ultime squadre a cedere l’imbattibilità: 16 vittorie per aprire la stagione, prima della sconfitta contro Ohio State. Poi le vittorie su Minnesota, Illinois e il riscatto sui Buckeyes, ma anche altre sei sconfitte, tra cui una clamorosa contro Penn State. La sconfitta contro i Badgers nei Playoffs della Big Ten ha chiuso un finale di stagione alterno.

Poi è arrivato il torneo. Regional South, dalla stessa parte di squadre come Kansas, Georgetown e Florida. Le prime due uscite non hanno dato particolari problemi ai ragazzi di Beilein: 71-56 contro South Dakota State e 78-53 contro Virginia Commonwealth. 19 anni dopo, Michigan ritorna alle Sweet Sixteen. Gli avversari sono i Kansas Jayhawks, squadra numero uno del South. I Jayhawks sono avanti di 10 a 2’ dalla fine, ma nel finale più incredibile del torneo di quest’anno Burke e Robinson raddrizzano la gara; è lo stesso Burke a mandare la gara al supplementare con una tripla incredibile. Trascinati da Burke e McGary, Michigan ha la meglio nel supplementare. Dopo una vittoria di quel tipo contro un’avversaria come Kansas, difficile lasciarsi impressionare dai Florida Gators. Il risultato finale è un secco 79-59 con 6/6 da tre di Stauskas. A 20 anni esatti dallo sciagurato timeout di Webber nella finale nazionale, Michigan è di nuovo alle Final Four.

CHIAVI DI VITTORIA

Uno dei motivi per cui non erano in tanti a credere in questa squadra è la giovane età dei componenti. Nel quintetto base ci sono Tim Hardaway Jr. (junior), Trey Burke (sophomore) e addirittura tre freshmen (Stauskas, Robinson III e McGary); anche due dei giocatori che entrano dalla panchina, LeVert e Albrecht, sono al loro primo anno. Eppure la mancanza di esperienza è stata, finora, tutt’altro che un peso. Il talento è sotto gli occhi di tutti, ma come gara rappresentativa di questo gruppo non bisogna citare il +15 su SD State o il +25 su VCU, ma nemmeno il +20 su Florida. Era contro Kansas, una squadra composta da molti senior, che le gambe dei giovani Wolverines potevano tremare. La vittoria, però, è stata frutto dello sforzo congiunto di Burke, Robinson e McGary, segno che nessun giocatore ha paura di mettersi in gioco a questo livello. I ragazzi dei Beilein giocano un basket travolgente e coinvolgente e non fanno mai mancare l’intensità. Sfruttano molto il tiro da tre, potendo contare, al di là di Stauskas (45% in stagione), anche su tiratori solidi come Hardaway Jr. (38.7%), Albrecht (46.2%) e lo stesso Burke (38.1%).

Il gioco veloce e spumeggiante di Michigan ha messo in luce anche Mitch McGary, che non aveva disputato una stagione particolarmente brillante dal punto di vista numerico (6.2 punti e 5.5 rimbalzi di media). McGary ha fatto vedere i primi raggi nella gara contro VCU, chiusa a 21 punti e 14 rimbalzi con 10/11 al tiro. Poi è letteralmente esploso contro Kansas: 25 punti, 14 rimbalzi e 3 rubate. Burke ha saputo creare qualche occasione favorevole per il compagno, che però si è messo anche molto in proprio costruendosi opportunità attraverso i rimbalzi offensivi. Insomma, la verità è che per fermare Michigan è difficile capire dove rivolgersi. Quando Burke e Hardaway hanno difficoltà al tiro, come contro Florida (rispettivamente 5/16 e 3/13), salta fuori Stauskas e sfodera 7/8 dal campo con 6/6 da tre; quando, come contro VCU, Burke, Robinson e Stauskas totalizzano un 2/12 da tre, allora McGary domina il pitturato con 10/11. Quello dei Wolverines sembra il sistema perfetto per arrivare fino in fondo. Louisville, Syracuse e Wichita State permettendo.

LA SEMIFINALE

La zona è una possibile chiave della partita. Jim Boeheim l’ha adottata contro Marquette e ha spento gli entusiasmi di una squadra che aveva vinto in rimonta prima su Davidson e poi su Butler. Con questo sistema difensivo ha tenuto le sue avversarie in questo torneo a 45.7 punti di media; di contro, i Wolverines ne hanno segnati 78.7 nelle quattro partite disputate. Quello che spendi in difesa, però, finisci per pagarlo inevitabilmente in attacco: gli Orange hanno maturato finora un 43.3% dal campo (85/196), mentre Michigan raggiunge il 40% dall’arco (33/82) e tira in generale col 49.4% (124/251). È chiaro che vedremo sul parquet due squadre completamente diverse. I Wolverines hanno i giocatori adatti per superare l’asfissiante difesa di Syracuse, ma potrebbero anche diventare le ennesime vittime della zona di Boeheim. Le responsabilità più grandi ce le avrà sulle spalle, ovviamente, Trey Burke. Il compito principale del giocatore, però, non sarà esclusivamente segnare, ma piuttosto armare i suoi tiratori Stauskas e Hardaway per far crollare le certezze degli avversari. Il resto lo dovranno fare Robinson e McGary, impegnati a contrastare l’atletismo dei lunghi degli Orange.

GIOCATORE CHIAVE: Trey Burke

Non è la prima volta che Trey Burke sposta nella sua carriera: ha solo cinque anni quando la sua lega cambia il regolamento per impedirgli di continuare a rubare palloni. Un predestinato. Per mettere d’accordo tutti quest’anno ha vinto Big Ten Player of the Year, Sports Illustrated Player of the Year, AP College Basketball Player of the Year, Oscar Robertson Trophy, Bob Cousy Award e John Wooden Award. La prestazione contro Kansas (23 punti, tutti nel secondo tempo, e 10 assist) resta ovviamente la migliore del suo torneo fino ad ora, ma ha comunque brillato anche nella vittoria sui Gators con 15 punti, 8 rimbalzi, 7 assist e 3 rubate (il regolamento NCAA non gliele vieta!). Naturalmente, è il giocatore senza cui Michigan non sarebbe qui. E senza le sue prestazioni folgoranti, difficilmente i Wolverines possono pensare di fare ulteriore strada nel torneo. È per questo che contro Syracuse avrà tanta pressione sulle spalle. Ma Trey ha già dimostrato di non soffrirla…perché allora fermarsi adesso?

Foto: star-telegram.com