Isaiah Austin: storia del giocatore, cieco da un occhio, che ha annullato Doug McDermott

Nerlens Noel, Shabazz Muhammad, Anthony Bennett, Steven Adams, Marcus Smart, Kyle Anderson, Gary Harris. Cos’hanno in comune, questi giocatori, tra cui possiamo annoverare quattro professionisti e tre stelle assolute della NCAA? Una sola cosa: sono stati reclutati nello stesso anno per i rispettivi college; di questi, solo Noel e Muhammad erano considerati giocatori superiori ad Isaiah Austin quando, nel 2012, ESPN ha stilato la classifica dei migliori 100 liceali della nazione, posizionando il centro alla piazza numero tre di questo fondamentale ranking. Le cose però non sono necessariamente andate per il meglio. Se tutti i giocatori menzionati hanno dominato nel rispettivo college, conquistandosi gli occhi degli scout NBA, Austin, dopo un’ottima stagione d’apertura, ha faticato, e molto, uscendo rapidamente dai radar della Lega più famosa del mondo. Perché? Procediamo con ordine.

BIO –  Isaiah Charles Austin, nativo di Fresno, California, è un centro di 2.15m; si è formato in Texas, ad Arlington, alla Grace Preparatory Academy, una sorta di liceo cristiano (college-preparatory, in inglese) che ha avuto un ruolo decisivo, tanto nella formazione religiosa del ragazzo, quanto nella scelta del college, non casualmente ricaduta su Baylor, ateneo texano e battista di Waco. Austin, considerato dopo Noel il miglior centro dell’intera nazione, era attesissimo per il salto nel college-basketball, e, bisogna dirlo, non ha certamente deluso. Nel suo primo anno, forte di una combinazione micidiale con Pierre Jackson, il ragazzo ha disputato una stagione da 13 punti e 8 rimbalzi di media, mostrandosi forte sia in pitturato, soprattutto in difesa, sia sul perimetro, mostrando una partenza in palleggio ed una mano morbida, che sono le vere peculiarità del centrone dei Bears.

PRIMI DUBBI –  Nonostante una stagione del genere, però, Austin ha (apparentemente) deciso di restare al college, il che da una parte ha stranito i più, dall’altra ha fatto ipotizzare una voglia di prepararsi ancora meglio ad una NBA che lo avrebbe certamente accolto a braccia aperte, ancor più se con una stagione ulteriore per aumentare massa corporea e movimenti in post, che avrebbero fatto decisamente comodo al nativo di Fresno. I primi risultati, però, sembrano andare contro Austin. L’annata, a livello realizzativo, parte in modo piuttosto deludente; aumentano tantissimo le palle perse, diminuiscono punti e rimbalzi; l’unico miglioramento, decisamente considerevole, riguarda la stoppate, che descrivono un Austin, in feroce calo offensivo, ma dominante nella propria area. Le critiche però non mancano ed Austin, risponde, quando può, molto piccatamente sul suo account twitter (@God’sChild, tanto per restare in tema religioso), sostenendo, a ragione, che a criticarlo potevano essere solo persone che di lui non sapevano nulla.

LA SCIOCCANTE DICHIARAZIONE –  Niente di più vero. Il 17 di Gennaio, dopo la sconfitta, deludentissima, contro Texas Tech, coincisa con la peggior prestazione stagionale di Austin, probabilmente, a causa dell’insofferenza che queste critiche avevano generato nel ragazzo,  arriva la rivelazione choc. Su ESPN’s GameDay, Austin ha dichiarato in mondovisione, che, dopo un infortunio di gioco, risalente a quando andava ancora alle scuole medie, ha perso la vista dall’occhio destro, Lo sgomento per la notizia, ha lasciato di stucco sia i fan che i detrattori (ed il sottoscritto ne faceva parte) del centro dei Bears. Se fino ad allora Austin era riuscito a tenere nascosta la notizia, era soprattutto per la voglia di essere giudicato, ed eventualmente biasimato, esclusivamente per le proprie prestazioni sul parquet, ma in una particolare convergenza storica, il ragazzo si è trovato quasi costretto a dover condividere con il mondo la sua situazione.

LA RIPRESA E IL FUTURO –  Che dopo una dichiarazione del genere fosse facile lasciarsi andare, è prevedibile, ma Austin ha superato il periodo di sbandamento sul parquet, infilando un filotto di grandi prestazioni, la migliore, contro Kansas State, da 18 punti, 7 rimbalzi e 9 (!) stoppate, scrollandosi il dubbio che non fosse all’altezza di dominare nella NCAA. Il finale di stagione è stato in crescendo, sia per i Bears che per Austin, arrivando a coronare il sogno di giocare nella March Madness, ma soprattutto di vincere nel torneo più bello del mondo. Dopo la vittoria contro Nebraska, che ha visto un Austin dominante, è arrivata la miglior prestazione in carriera per il centro di Fresno, che ha schiantato il superbo attacco di Creighton, non tanto con le due stoppate, inferiori alle 3.3 a partita che ha rilasciato quest’anno agli avversari, ma con un numero di buone difese impressionante, che ha mandato in confusione (solo 55 punti) non solo una grande favorita del torneo, ma il miglior attaccante della NCAA, Doug McDermott, che non è mai riuscito a segnare con continuità nell’area di Baylor. Immediato sul profilo Twitter, aggiornato febbrilmente dal ragazzo, il ringraziamento a Dio; “Thank you God for your Grace”, si può leggere, ed è facile intuire quanto la fede abbia influito su un ragazzo, costretto a vedere i propri sogni, quasi infranti, da un infortunio di gioco. Difficile pronosticare un futuro NBA per Austin; dopo esser stato tra le prime dieci probabili scelte per circa un anno e mezzo, ad oggi nessuno se la sente di inserire Austin, se non tra le ultime chiamate del secondo giro. Poco male, perché il ragazzo non ha solo talento da vendere, ma è anche pronto a dimostrare ogni giorno, più degli altri, quanto valga come giocatore, così da coronare il proprio sogno.

Per chiudere degnamente, impossibile non citare la frase preferita, di tradizione rigorosamente biblica, della madre di Austin: “You can make it your excuse, or you can make it your story”.