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USC Trojans e Marquette Golden Eagles a confronto nel College Basketball Tour

Marquette

Altro giro, altro treno in direzione Vicenza per ritornare al PalaGoldoni e assistere alle partite del College Basketball Tour. Quella di domenica 16 agosto è una tappa da non perdere in quanto vanno in scena addirittura due partite nello stesso giorno, una novità per il College Basketball Tour, con protagoniste USC (Southern California) e Marquette, entrambe impegnate contro due diverse selezioni vicentine.

I PROTAGONISTI – Parliamo di amichevoli estive giocate il 16 di agosto contro squadre assemblate con giocatori locali, quindi non stupitevi se talvolta non c’è molta competizione. E’ stato il caso dell’incontro di USC, capace di massacrare la rappresentativa locale per 133-61, trasformando velocemente la partita in una gara delle schiacciate. Non proprio la gara combattuta vista contro Fresno State. Causa la direzione presa dalla gara (già a fine primo quarto USC comandava 40 a 12, ndr), c’è poco da dire sui quaranta minuti di gioco. Per questo preferisco concentrarmi sui giocatori che più hanno colpito.
Il primo Trojan ad aver impressionato è stato Elijah Stewart, guardia sophomore dotata di clamorosa esplosività e ancora più sfacciataggine. Di sicuro non parliamo di un futuro dominatore della Pac-12 ma l’ottimo fisico e le brucianti accelerazioni lo rendono un giocatore da osservare. Fantastico nel controllare il corpo, Stewart è un penetratore d’area di prima categoria ma ha dimostrato di sapere tirare da tre punti con una più che discreta solidità. Come detto, non è un fenomeno e infatti si concede diversi cali di attenzione ma nella serata del 16 di agosto è incendiato Vicenza con alcune giocate, schiacciate in primis, che il pubblico ricorderà a lungo.
Da citare assolutamente la guardia Katin Reinhardt (35 punti segnati, ndr). Forse l’unico dei Trojans a non essere un atleta di prima classe ma non per questo meno efficace. Anzi, l’ex giocatore di UNLV ha conquistato il titolo di MVP facendo ciò che sa fare meglio: tirare da tre punti. Reinhardt è sinceramente una macchina, raramente infatti ho visto un giocatore segnare con una tale naturalezza dall’arco, che sia uscendo da un blocco, su uno scarico o in palleggio-arresto-e-tiro. Reinhardt oltretutto ha sfoggiato un fisico invidiabile, molto ben costruito, specie se consideriamo età e ruolo, un plus che gli consente di andare anche forte a rimbalzo. Anche in questo caso non credo si stia parlando di un giocatore NBA, però il junior di Southern California potrebbe diventare una faccia piuttosto familiare per noi europei.
Il giocatore che più mi ha impressionato è stato senza dubbio Chimezie Metu. Il freshman di USC è la classica ala uscita dal liceo: alto con arti interminabili, atletico al punto di abusare di questa dote e tatticamente grezzo. Perché quindi sono rimasto colpito? Non tanto per le schiacciate (strepitose, sia chiaro) ma più che altro per la sua capacità di tirare fuori dal cilindro colpi di raro talento. Parliamo di un’ala forte di 206 centimetri che nel corso della partita ha ricevuto un passaggio in corsa e, senza commettere infrazione di passi, ha controllato palleggiando in mezzo alle gambe per spezzare un raddoppio avversario e scaricare successivamente per il compagno a rimorchio, ovviamente con i tempi giusti. Nel corso della dominante vittoria dei Trojans ha anche regalato un paio di assist per i lunghi a centro area, no-look e direttamente dal palleggio, il tutto accompagnato da una finta di corpo per spiazzare il difensore. Parliamo di singoli lampi ma sono comunque giocate che arrivano da un ragazzo che deve ancora cominciare la sua prima annata collegiale. Se allenato nel modo giusto potrebbe rivelarsi qualcosa di paurosamente interessante.

La partita di Marquette, conclusasi sul 102-66, è stata comunque molto combattuta, soprattutto fisica. Fino all’ultimo minuto le due squadre in campo non hanno fatto intravedere nemmeno un attimo di garbage time. Anche in questo caso però credo sia inutile parlare della partita, specialmente perché la trovate tutta online.
Molti Golden Eagles hanno giocato bene ma chi mi ha colpito è stato il lungo Luke Fischer. Alla sua seconda stagione a Marquette dopo un anno a Indiana, Fischer ha mostrato una fantastica presenza a rimbalzo e qualche movimento interessante, un aspetto che nel recente passato era pressoché inesistente. L’ex Hoosier si sta costruendo un fisico davvero notevole, cosa che, abbinata ai suoi tanti  centimetri e alla discreta tecnica, lo rendono un lungo temibile per la Big East, specie considerando che spesso e volentieri il suo uomo andrà a raddoppiare Henry Ellenson. Ecco un altro giocatore di cui parlare. Freshman classe 1997, Ellenson era considerato una dei migliori cinque liceali d’America e la sua scelta di andare a Marquette (scuola in cui giocava il padre e tutt’ora vede in squadra il fratello Wally) lo ha reso il primo McDonald’s All-American a scegliere i Golden Eagles dal 1982. Un fisico già lungo e ben costruito, un movimento laterale impressionante per la sua stazza, un gioco fronte a canestro, un controllo di palla impressionante e un tiro da fuori solido rendono Ellenson l’erede naturale di Frank Kaminsky, specie perché il lungo di Marquette, seppur già impressionante, deve ancora debuttare in NCAA. Anche a Vicenza Ellenson ha messo in mostra tutto il suo repertorio, seppur in alcuni momenti la difesa di giocatori esperti come Stefano Gallea e Jonathan Melotto lo ha messo in difficoltà. Quando però Ellenson  ha deciso di giocare sul serio si è vista la sua qualità. Rimbalzi offensivi, triple, giocate spalle a canestro, giocate da tre punti in entrata e addirittura efficace difesa perimetrale sulle guardie avversarie. Insomma, un potenziale che raramente si è visto e che presto vedremo in NBA.
L’ultimo Golden Eagle a impressionarmi è stato un altro freshman: Traci Carter. Guardia che non raggiunge i 185 centimetri, Carter è uno dei difensori più tenaci che abbia mai visto. I piedi velocissimi gli permettono di attaccarsi come una calamita al proprio uomo e impedirgli di ricevere palla. Oltretutto possiede anche mani rapidissime e per questo è facile trovarlo sulle linee di passaggio, pronto a forzare un recupero e lanciare un contropiede. Non è un caso infatti che coach Wojciechowski ne parli bene e gli dia fiducia (quasi sempre in quintetto in questo tour italiano, ndr), non a caso lui stesso fu uno dei migliori difensori perimetri dell’era Coach K a Duke. Piuttosto grezzo in attacco, Carter mi ha stupito per la sua capacità di controllare il corpo nelle sue spedizioni verso il ferro avversario. Spesso infatti non legge bene la difesa avversaria e finisce per lanciarsi verso il canestro davanti a una foresta di braccia di braccia che normalmente gli impedirebbero di tirare, cosa che però riesce a fare grazie a un’ottima elevazione e a una coordinazione impressionante. Se dovesse migliorare le scelte con la palla in mano potrebbe diventare un giocatore importante per Marquette.

LE DIFFERENZE – Una cosa che ho notato subito è stata la differenza dell’organizzazione tra i due programmi durante la spedizione a Vicenza, differenze di cui ho avuto conferma anche grazie alle parole dell’amico e collega Niccolò Costanzo, testimone della tappa di Marquette a Roma.
USC ad esempio aveva uno staff numeroso ma comunque essenziale, con assistenti allenatori, una fotografa, qualche addetto alle attrezzature e nulla più. Era facile vedere bambini del posto e altre persone avvicinarsi ai giocatori, parlare, fare foto, magari circondati dai sorrisi della famiglia Jovanovic, giocatore serbo di USC, arrivata a seguire il “piccolo” della famiglia. Gli infortunati, Gavrilovic e McLaughlin, erano in panchina ma non partecipavano ai timeout e non erano nemmeno obbligati a vestirsi con la tuta di rappresentanza, possibilità che McLaughlin ha sfruttato al volo, sfoggiando un abbigliamento da spiaggia californiana degno di una foto.
Totalmente diverso l’atteggiamento di Marquette. La squadra del Wisconsin si presenta con uno staff da oltre cento persone formato da assistenti allenatori, addetti alle statistiche, altri analisti, più di un preparatore atletico, addetti stampa, magazzinieri e due cronisti intenti a commentare lo streaming di ogni partita a cui vengono aggiunte interviste alla fine di ogni quarto. La professionalità di Marquette è talmente elevata che risulta quasi fastidiosa, seppur invidiabile, non a caso anche alla fine concedono pochissimo tempo alle foto con i ragazzi del posto e alle interviste con i media locali. Gli stessi giocatori di USC hanno continuato a tirare a canestro insieme ai ragazzi del posto a fine partita. Gli stessi assistenti di Marquette evitavano ogni tipo di conversazione a fine partita, comportamento totalmente opposto a quello dello staff di USC.
Anche durante le partite le due panchine vivano la situazione in maniera totalmente diversa. USC, anche per via del già citato risultato, viveva questa amichevole in maniera molto rilassata. Coach Wojo di Marquette invece sembrava stesse allenando una partita di Final Four, rischiando più volte il tecnico anche con trenta punti di vantaggio e criticando aspramente i propri giocatori nel caso questi avessero fatto un errore, quasi ad arrivare alle mani. Ecco, vi ricordate l’abbigliamento da spiaggia di McLaughlin? Scordatevelo perché anche gli indisponibili di Marquette hanno dovuto vestirsi come se fossero stati pronti per scendere in campo con i compagni e dovevano partecipare attivamente a ogni timeout.
Insomma, due mondi paralleli, teoricamente vicini ma in pratica eternamente distanti.

LE INTERVISTE – Il discorso delle differenze tra i due programmi si è riflesso anche sulle interviste.
Il primo con cui ho parlato è stato il disponibilissimo coach Andy Enfield di USC. “L’anno scorso è stato duro – dice Enfield – ma quest’anno abbiamo tutte le carte in regola per fare bene. Sono tornati praticamente tutti i giocatori presenti l’anno scorso che hanno imparato molto dalla difficile stagione che abbiamo avuto, e in più abbiamo aggiunto un paio di ottimi freshman. E’ forse la miglior USC degli ultimi anni quindi siamo pronti a migliorarci. Non vediamo l’ora di cominciare e trovo fantastico aver cominciato la preparazione qui in Italia. E’ uno dei paesi più belli al mondo e ci permette di crearci un’esperienza che va ben oltre il basket. Inoltre la gente è molto ospitale quindi ci stiamo trovando benissimo ovunque”.
Successivamente coach Enfield parla della differenza nel recruiting tra i tempi a Florida Gulf Coast e l’attuale momento a USC, in Pac-12. “Il mio modo di fare recruiting è sempre lo stesso. Non sono uno che cambia particolarmente impostazione, cerco semplicemente di prendere sempre i migliori giocatori a disposizione. Poi è ovvio che andrò a cercare i giocatori che più si adattano al mio sistema ma in generale il modo di reclutare giovani giocatori non è cambiato dai tempi di FGCU. Anche quest’anno abbiamo diversi ragazzi forti e con tanta voglia di imparare quindi sono contento delle mie scelte e sono ansioso di vedere come cresceranno”.
Ovviamente non posso non chiedergli della famosa scalata nel torneo NCAA con FGCU quando, guidato da Sherwood Brown, Brett Comer e Chase Fieler, ha prima battuto la #2 del tabellone Georgetown e successivamente la #7 San Diego State. Da segnalare che, alla mia domanda, Enfield si illumina con un sorriso e mi ringrazia per aver riportato alla mente quel ricordo, certamente uno dei migliori nella sua mente. “Ho avuto la fortuna di allenare un gruppo strepitoso, fatto di ragazzi che miglioravano tremendamente giorno dopo giorno. Era un gruppo molto legato che ha capito subito cosa fosse il concetto di squadra prima ancora di quello individuale e grazie a questo sono entrati nella storia del Torneo NCAA. Devono esserne fieri. Sulle singole partite ti posso dire che in quelle due vittorie abbiamo giocato particolarmente bene ma in verità sapevamo di potercela giocare anche contro squadre così blasonate perché venivamo da una grande stagione. E’ stata un’esperienza stupenda”.

Diversa la situazione con Marquette. Potendo scegliere di parlare solo con una persona tra Ellenson e coach Wojciechowski aka coach Wojo, ho optato per quest’ultimo. Anch’esso molto disponibile, era chiaro dal suo modo di rispondere conciso e preciso (ovviamente ciò non sarà visibile da come le sue risposte sono state inserite in questo articolo, ndr) che coach Wojo fosse solito ricevere un grande numero di interviste e avesse dunque preparato uno standard di tipologie di risposta insieme al sempre presente ufficio stampa. “L’anno scorso è stato difficile e abbiamo avuto un brutto record ma sappiamo di poterci migliorare. Abbiamo cambiato gran parte dell’organico, abbiamo aggiunto molti freshman interessanti e il gruppo rientrante dall’anno scorso ha un anno di esperienza in più. Siamo affamati di vittorie e possiamo migliorarci. Non so dirti fin da ora se siamo una squadra da Torneo NCAA, il nostro scopo infatti resta quello di continuare a migliorare, toccherà ai ragazzi poi lavorare nel modo giusto per potere fare un salto di qualità”.
Successivamente coach Wojo ha parlato del suo primo anno a Marquette, di cosa vuol dire subentrare in un programma avviato e dei tre transfer subiti a stagione in corso: “E’ un lavoro di gruppo e bisogna venirsi incontro, io devo fare dei passi in direzione dei giocatori e viceversa. Io voglio solo ragazzi che siano orgogliosi e vogliosi di essere parte di Marquette. E’ un’università importante, un’autorità nel basket e difatti non è difficile fare recruiting per Marquette, chiunque vorrebbe giocare qui. Il mio compito è quello di scegliere i ragazzi che lo vogliono di più di ogni altra cosa”.
L’head coach di Marquette ha poi parlato candidamente dei giocatori da cui si aspetta di più: “Quest’anno possiamo puntare solo su quattro giocatori che hanno avuto minutaggio anche l’anno scorso, per questo mi aspetto che Duane Wilson e Luke Fischer prendano la squadra per le mani e siano dei leader per i compagni. Mi aspetto molto anche dai freshman. Non solo Ellenson, ovviamente, sono infatti felice di avere in squadra un giocatore come Traci Carter. E’ un ottimo playmaker, con un potenziale enorme e potrà rivelarsi un giocatore fondamentale per noi”.
Wojciechowski ha poi parlato dei giocatori con aspirazioni professionistiche: “Credo che Duane Wilson, Henry Ellenson e Luke Fischer siano i giocatori col maggior potenziale in termini di basket professionistico, che sia questo NBA o europeo. Anche gli altri ragazzi sono ottimi e se lavoreranno nel modo corretto giorno dopo giorno potranno raggiungere qualsiasi risultato.
Per chiudere si è parlato di Duke, college in cui Wojo ha giocato e ha servito come assistente di Coach K dal giorno della laurea fino al momento in cui è stato assunto a Marquette, nel 2014: “Hanno portato a termine un’annata strepitosa e hanno vinto grazie all’apporto dei freshman, una cosa nuova per Coach K ma che non ha fatto altro che dimonstrare quanto lui sia il miglior allenatore del mondo”.

Si poteva chiudere qui ma sarebbe stato un delitto non fare un paio di domande anche a Travis Diener, volto particolarmente conosciuto nel basket nostrano e ora Director of Player Personnel a Marquette. “E’ bellissimo essere tornato in Italia, anche se per poco tempo. Io e la mia famiglia siamo sempre stati benissimo qui quindi è sempre una gioia”.
Poi si inizia a parlare di lavoro: “Il lavoro con Marquette sta andando bene. L’anno scorso è stato difficile ma sono comunque soddisfatto del coaching staff che abbiamo e sono certo che questo nuovo gruppo di ragazzi, peraltro gruppo giovanissimo, con ben cinque freshman, potrà fare ottime cose. Abbiamo davvero tantissimo talento in squadra, dobbiamo solo sperare di restare in forma ed evitare gli infortuni che tanto ci hanno danneggiato l’anno scorso”.
Diener poi si sbilancia su Henry Ellenson: “Credo che un giocatore del suo livello possa ambire alle prime dieci scelte del Draft NBA. Ovviamente spero che ciò accada il più tardi possibile, per averlo di più in squadra a Marquette, ma sappiamo tutti che un giocatore del genere non resta quattro anni al college. Sarà un giocatore NBA, un ottimo giocatore NBA, entro poco tempo”.

E con le parole di Travis Diener si chiude anche questa doppia tappa vicentina del College Basketball Tour, la mia personale ultima in quel della città veneta. Salutando ipoteticamente tutte le persone che ho conosciuto e/o incontrato nuovamente, chiudo questo lungo “diario”, in attesa di nuove partite.

Foto: Pagina Facebook Marquette Basketball