NCAA

Unlikely Heroes: la March Madness e quei momenti che ti rendono immortale

Spike Albrecht

Nel marzo del 2013, per almeno un’ora il mondo della pallacanestro non ha fatto altro che parlare di Spike Albrecht. L’allora freshman di Michigan mise in piedi uno degli show individuali più impronosticabili e incredibili nella storia del Torneo NCAA, emergendo praticamente dal nulla e realizzando 17 punti nel primo tempo della finale per il titolo nazionale. In particolare, spedì il pallone sul fondo della retina per quattro volte da oltre l’arco nel giro di 10 minuti, e l’ultima tripla la segnò dopo essersi permesso il lusso di mandare a vuoto Russ Smith con un crossover. In quel preciso momento, Albrecht era il principale argomento mondiale su Twitter, nonostante a condividere il campo con lui ci fossero All-American e future prime scelte del Draft. Le celebrità e le stelle della NBA avevano occhi solo per lui, era l’eroe, il ragazzo sconosciuto che stava salvando i Wolverines mentre Trey Burke era mestamente bloccato in panchina con due falli a carico. Quella magica notte di Albrecht fu però rovinata da Louisville e soprattutto da Luke Hancock, il quale firmò quattro triple nel giro di due minuti, cancellando i 12 punti di vantaggio di Michigan e ribaltando completamente l’inerzia della partita. Quindi i Cardinals conquistarono il tanto agognato titolo, ma Spike divenne per qualche settimana l’idolo dell’America sportiva, da sempre una grande amante delle storie come la sua.

Pochi giorni prima, anche la stessa Louisville aveva avuto bisogno di un eroe. Sotto di 12 con soli 13 minuti da giocare nelle Final Four, coach Pitino pescò un aiuto insperato dalla panchina. Prima di quella partita, Tim Henderson aveva segnato la miseria di tre punti negli ultimi due mesi, tra l’altro inutili, dato che arrivati nel garbage time contro Duke. Da gennaio era rimasto a secco di canestri, eppure in 42 secondi si guadagnò le luci della ribalta e cambiò la storia dei Cardinals, che senza le sue due triple dall’angolo in rapida successione forse non sarebbero riusciti a centrare una delle rimonte più difficili mai viste in una semifinale nazionale. Quei suoi 6 punti, infatti, furono fondamentali per ridare entusiasmo alla squadra, oltre che per riavvicinarla a Wichita State, la quale alla fine si arrese con il punteggio di 72-68, permettendo che la favola di Henderson, per quanto breve, terminasse con il più lieto dei finali.

La carriera nel college basketball di Ali Farokhmanesh è terminata il 26 marzo 2010, ma ancora oggi chiunque ha seguito il Torneo NCAA di quell’anno si ricorda il suo nome. Non a caso, dovunque è poi andato a giocare nella sua avventura da professionista è sempre stato riconosciuto come “il ragazzo che ha segnato quel tiro”. Farokhmanesh non ha frequentato un’università importante né è mai stato un giocatore particolarmente appariscente o determinante, ma è ricordato da chiunque per un singolo momento, per un tiro specifico. Più di 300 squadre e 4000 giocatori iniziano ogni stagione con la speranza di partecipare alla competizione nazionale più seguita e prestigiosa del panorama cestistico collegiale. Solo in 68 ci arrivano, dopodiché la palla viene lanciata in aria, si inizia a giocare e a volte qualcosa che nessuno avrebbe mai osato prevedere avviene, permettendo di alimentare il mito degli eroi improbabili. E proprio a questa categoria appartiene Farokhmanesh. Il suo momento è arrivato nel terzo round, quando la sua Northern Iowa stava guidando per 63-62 il match contro Kansas, testa di serie #1. A 38 secondi dal termine, il prodotto dei Panthers ha ricevuto dietro l’arco e, dopo aver pensato un attimo e compreso che quel tiro doveva per forza prenderselo in quanto smarcato, ha lasciato partire la tripla che si è adagiata nella retina, mettendo al sicuro una vittoria storica per la sua università e sopratutto concretizzando uno dei più memorabili upset dell’ultimo decennio.

Quelli di Albrecht, Henderson e Farokhmanesh sono solo i casi più eclatanti delle ultime edizioni del Torneo NCAA. Rappresentano una categoria di giocatori che ogni anno, in modo apparentemente casuale, rendono magnifico e imperdibile l’appuntamento con la massima competizione collegiale. Sono gli “unlikely heroes” che in una singola notte possono passare dall’anonimato alla celebrità, facendo qualcosa di speciale che resta impresso per sempre nella memoria degli appassionati di pallacanestro. In definitiva, sono l’anima della March Madness, e la verità è che tutti noi seguiamo con così tanta passione questo evento perché è l’unico che è in grado di regalare storie come le loro.