NCAA Speciale March Madness

West Regional Preview: Duke e Oklahoma sono pronte a sfidare la numero uno Oregon

Finalmente sono arrivate le idi di marzo, un periodo che per gli appassionati del mondo collegiale americano non ha nulla a che fare con l’omicidio di Gaio Giulio Cesare, tantomeno con i libri di Valerio Massimo Manfredi e Colleen McCullough. Comincia il Torneo NCAA, il meraviglioso periodo in cui non è strano vedere persone diventare strabiche nel tentativo di seguire tre partite in streaming sullo schermo di un singolo, microscopico computer portatile. Nel dettaglio questa volta ci concentriamo sul West Regional. Un Regional con Duke va sempre tenuto d’occhio, specialmente se quest’ultima è sola la quarta potenza del tabellone. A sfidare i campioni in carica saranno la sorprendente Oregon, la Oklahoma che è rimasta a lungo la numero uno del ranking nazionale durante l’anno, la scomoda Texas, l’intrigante St. Joseph’s e altre undici compagini intente a dimostrare che a marzo tutto è possibile.

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LA NUMERO UNO – OREGON DUCKS
Potremmo già definirla una sorpresa, non perché Oregon non sia un’ottima squadra, ma perché di certo nessuno si sarebbe aspettato di vederla come testa di serie di un Regional a inizio stagione. Se non avete una buona memoria vi rinfresco le idee. Il parere di tutti relativamente alla Pac-12 consisteva in una lotta tra la solita Arizona, i giovani talenti dei California Golden Bears e la Utah guidata dalla stella austriaca Poeltl. Le quotazioni di Oregon parevano essere calate ulteriormente quando Dylan Ennis, senior trasferitosi da Villanova, ha dovuto chiudere la stagione dopo solo due partite per un infortunio al piede. Ed ecco che una squadra priva dell’ultimo giocatore dell’anno della Pac-12 (Joseph Young, andato in NBA, ndr) e del suo nuovo uomo di punta ha finito per ribaltare ogni pronostico e vincere il torneo di conference inanellando una serie di otto vittorie consecutive dal 20 febbraio a oggi.
La squadra è guidata dal sophomore canadese Dillon Brooks, un giocatore che si è dimostrato paurosamente migliorato a seguito di un’estate parecchio impegnata, ha infatti rappresentato la sua nazione sia nei Mondiali Under-19 (segnando 28 punti contro l’Italia, ndr) che nei Giochi Panamericani con la nazionale maggiore. Ala sottomisura, ha una più che discreta abilità a rimbalzo e sa trovare il canestro con costanza, inoltre rispetto all’anno scorso ha praticamente raddoppiato il numero di assist. Benché il leader emotivo della squadra sia il senior Elgin Cook, molto passerà dalle giovani mani della guardia Tyler Dorsey. Freshman dalle ottime prospettive, Dorsey è un favoloso realizzatore, inoltre è particolarmente caldo dato che dall’inizio di marzo sta tenendo una media di 20 punti a partita (rispetto ai 12 stagionali), grazie anche ai 19 contro Arizona e i 23 contro Utah rispettivamente nella semifinale e nella finale del torneo della Pac-12. Secondo chi scrive però il vero ago della bilancia si chiama Chris Boucher. Questo altro ragazzo canadese è un senior ma è comunque alla sua prima stagione in Division I. Dopo anni a dominare le scene dei Junior College con Northwest, è arrivato sul grande palcoscenico dimostrando di non essere solo un giocatore di complemento. Boucher è diventato il miglior rimbalzista e stoppatore dei Ducks, il quarto miglior realizzatore della squadra e ha chiuso la stagione con otto doppie-doppie pur sapendo giocare anche sul perimetro. Il giocatore che serviva a una squadra pressoché priva di veri lunghi.
Insomma, Oregon è una squadra notevole e dotata di un attacco impressionante (quinta in Division I per Adjusted Offensive Efficiency secondo i dati di KenPom) ma comunque capace di enormi cali di concentrazione: non scordiamoci infatti che in stagione ha sempre vinto contro squadre di Ranking (contro USC, Baylor, Utah e due volte contro Arizona) ma ha perso contro rivali discutibili quali UNLV, Boise State, Oregon State e Stanford. Ora come ora Oregon sta giocando la miglior stagione della sua storia, l’obiettivo a questo punto è tornare a vincere un titolo che manca dal 1939.

LA RIVALE – DUKE BLUE DEVILS
Duke non sarà effettivamente la numero due del tabellone ma resta Duke, resta la campione in carica, resta la squadra di Coach K e di Brandon Ingram, sicuramente una delle prime tre chiamate al prossimo Draft NBA e particolarmente atteso considerando l’assenza della LSU di Ben Simmons nel Torneo. A tutto ciò aggiungiamo che i primi due turni sembrano essere decisamente abbordabili, almeno sulla carta, e che la testa di serie non è la solita corazzata, il risultato è un bel faro puntato sui Blue Devils nell’attesa che rispettino le attese. Forse il rischio maggiore è proprio la pressione. Duke infatti ha dimostrato di poter vincere e perdere contro chiunque durante la stagione, dalla vittoria contro North Carolina alle tre sconfitte in fila contro Clemson, Notre Dame e Syracuse. Non a caso Duke, se escludiamo le vittorie contro Georgetown e North Carolina, ha fatto molta fatica a gestire i finali punto a punto, delle dieci sconfitte rimediate quest’anno infatti ben sei sono arrivate per 5 o meno punti di scarto.
Duke continuerà ad affidarsi all’esplosivo Grayson Allen, eroe della finale 2015, alle giocate di Ingram e all’esperienza di Matt Jones, giocatori che insieme a Luke Kennard e ad Amile Jefferson rendono i Blue Devils un gruppo offensivamente dominante (sesta squadra in Division I per punti sui 100 possessi con 119.3) ma resta comunque un collettivo difensivamente insicuro e impreparato, 100.7 di Adjusted Defensive Efficiency è infatti un risultato decisamente di basso livello, un dato che colloca Duke nella posizione numero 110 in Division I in questa categoria. Però c’è sempre Ingram, un giocatore che tutti gli scout NBA osserveranno. Alto, con braccia lunghissime e paurosamente atletico, al punto da toccare la parte alta del tabellone.

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Atletico ma anche versatile, con la capacità di poter tirare sulla testa dei difensori dal pitturato ma sapendo puntare anche il ferro.

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Anche se talvolta si fa ingolosire troppo.

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Duke è battibile? Sì, forse anche più del solito, ecco perché bisogna temerla ancora più di quanto non sia comune fare.

LE OUTSIDERS – OKLAHOMA SOONERS, TEXAS A&M AGGIES, TEXAS LONGHORNS
Oklahoma
è la numero due del tabellone ed è stata per diverse settimane la squadra numero uno della nazione durante la stagione regolare grazie a un collettivo ricco di senior ma soprattutto grazie alla presenza di Buddy Hield, senza dubbio uno dei due o tre giocatori più forti dell’intero panorama collegiale. Oklahoma non poteva contare su un giocatore così dominante a livello NCAA dai tempi di Blake Griffin e in stagione non ha avuto problemi a farne largo uso: dieci prestazioni da oltre 30 punti, di cui una da 46 contro Kansas, la numero uno del ranking, con annessi vari buzzer beater. Indimenticabili i 12 punti consecutivi con tanto di tripla finale che hanno portato Oklahoma a battere Texas. Per non parlare del quasi miracolo da centrocampo compiuto (e poi annullato) contro West Virginia nel torneo della Big 12. Oklahoma può contare su un ottimo gruppo esperto, come detto, capitanato non solo da Hield, senior, ma anche dal solido Spangler e dalla coppia di piccoli formata da Woodard e Cousins. Quest’ultimo è decisamente migliorato rispetto all’anno scorso come passatore, qualità importante se in squadra si ha un giocatore come Hield che ti costringe a “immobilizzare” spesso l’attacco nella proprie mani. I Sooners possiedono anche una difesa solida (la numero 11 della Division I per punti subiti su 100 possessi con 93.3), una solidità che però non sempre si è vista fuori casa (6 delle 7 sconfitte sono arrivate in trasferta), ecco perché sarà importante per Oklahoma giocare le prime due eventuali partite a Oklahoma City, non proprio in casa (a Norman, ndr) ma decisamente vicino al pubblico amico, prima di una possibile trasferta ad Anaheim per cominciare a fare sul serio.
Oklahoma è seguita nel tabellone da Texas A&M, una squadra decisamente intrigante, fondata anch’essa su due senior, Jalen Jones e Danuel House, due ali molto duttili con la curiosità che nessuno dei due ha cominciato la propria carriera universitaria agli Aggies, il primo infatti fu reclutato da SMU e il secondo da Houston. Texas A&M è una squadra senza un vero fuoriclasse offensivo ma compensa difendendo molto bene (93.7 di Adjusted Defensive Efficiency, dodicesima in Division I) grazie soprattutto a un frontcourt alto e fisico, formato dai già citati Jones e House, dal centro colombiano Tonny Trocha-Morelos e soprattuto dal centro titolare, il freshman Tyler Davis, quasi certamente la chiave di volta della stagione degli Aggies. 11 punti, 6 rimbalzi e 1 stoppata è il bottino medio di Davis, un ragazzo particolarmente solido vicino al ferro avversario, attivo a rimbalzo, reattivo nei movimenti, strepitoso a prendere posizione e ottimo nel correre il campo.

Già in questo primo anno collegiale Davis ha spostato gli equilibri di Texas A&M e per questo andrà certamente osservato nelle prossime stagioni, specialmente considerando la partenza di Jones e House, i primi due violini della squadra.
Restiamo in Texas ma torniamo in Big 12 con i Texas Longhorns. Non mi sono dimenticato di Baylor, va detto anche che in pochi apprezzano Taurean Prince e Rico Gathers quanto il sottoscritto, ma l’accoppiamento con Yale lascia qualche dubbio su un possibile upset, inoltre Texas quest’anno si è rivelata la definizione enciclopedica di “mina vagante” e per questo non può che essere inclusa nella lista delle outsiders. Anche in questo caso è un gruppo di esperti a guidare la squadra: Isaiah Taylor, Cameron Ridley e Javan Felix. Texas è tutt’altro che una corazzata ma in stagione è riuscita a battere North Carolina, Iowa State, Baylor e Oklahoma, il tutto mantenendo, secondo KenPom, il calendario più difficile di tutta la Division I. Ecco perché le 12 sconfitte vanno prese con le pinze. Inoltre, sempre secondo la bibbia di KenPom, i Longhorns si ritrovano il secondo miglior Adjusted Offensive Efficiency Rating e il terzo miglior Adjusted Defensive Officiency Rating della Division I se questi dati vengono rapportati non in senso assoluto ma in relazione al valore delle squadre affrontate. Non scordatevi che in panchina c’è Shaka Smart, uno che in passato ha fatto miracoli a marzo con organici ben peggiori. Indimenticabile fu la sua VCU, squadra che peraltro potrebbe affrontare Texas se dovessero arrivare entrambe alle Sweet Sixteen.

LA POSSIBILE CENERENTOLA – ST. JOSEPH’S HAWKS, YALE BULLDOGS
E’ vero, St. Joseph’s non è una vera cenerentola, d’altronde è la numero 8 del tabellone ed è reduce da una fantastica cavalcata nel torneo della A-10, vinto in finale contro VCU, squadra anch’essa presente nel West Regional. Gli Hawks hanno tutte le carte per poter fare strada nel torneo grazie alla coppia formata da DeAndre Bembry e Isaiah Miles, due giocatori estremamente solidi e versatili, fantastici a rimbalzo nonostante i pochi centimetri e capaci di segnare con facilità come dimostrano i 36 punti a partita che collettivamente segnano ogni sera. Coach Martelli è un veterano e sa guidare il proprio esercito, un gruppo che in stagione ha posto fine ai sogni di gloria di Dayton nel momento in cui quest’ultima sembrava troppo forte per i rivali della A-10. Gli Hawks sono anche tra le poche squadre a essere riuscite a restare a lungo in partita contro la superpotenza Villanova. Da tenere d’occhio negli Hawks è anche Pierfrancesco Oliva, uno dei due giocatori azzurri presenti in questo Torneo. Oliva è un freshman con 4 punti e 4 rimbalzi di media. Il talento tarantino cresciuto nella Virtus Siena viene da una delle migliori prestazioni dell’anno, con 8 punti segnati nella finale della A-10 con 3/3 dal campo. Non si può non avere un occhio di riguardo per lui e per gli Hawks.
L’altra squadra da osservare è Yale. Non me ne voglia CSU Bakersfield, squadra interessante e qualificatasi al Torneo NCAA per la prima volta nella sua storia con un fantastico buzzer beater di Basile, non a caso una “tripla ignorante” che tanto caratterizzava anche un Basile italiano, Gianluca.

Le squadre della Ivy League hanno una discreta tradizione di upset, Harvard ad esempio eliminò New Mexico nel 2013. Yale quest’anno sembra particolarmente concreta, In Ivy League infatti ha perso una sola partita, contro Princeton, la seconda classificata nella Conference, e ha chiuso l’anno con cinque vittorie consecutive per essere incoronata campione sotto la guida dell’intrigante sophomore Makai Mason e del fortissimo senior Justin Sears, ragazzo che sicuramente vedremo nel professionismo dall’anno prossimo. Yale non ha perso colpi nonostante l’assenza nella parte finale dell’anno di Jack Montague, ex capitano espulso dalla scuola per un brutto scandalo di violenza sessuale. I problemi di Yale sono quindi due. Uno è l’inesperienza, i Bulldogs infatti non arrivano al Torneo da 54 anni, motivo per cui ai giocatori in campo rischieranno di tremare le gambe per l’emozione. L’altro punto di domanda riguarda appunto Montague che in questi giorni ha fatto causa alla scuola sostenendo di aver subito accuse e ripercussioni troppo gravi rispetto a ciò che aveva realmente fatto, creando quindi un ambiente non facile da gestire mentalmente per i giovani compagni.

LO STRANO CASO DI HOLY CROSS
Holy Cross affronterà Southern nel primo turno, o come erroneamente molti lo definiscono, il turno preliminare, per guadagnarsi la sedicesima posizione nel tabellone West. Come mai il caso di Holy Cross è unico? Perché i Crusaders vengono da una pessima stagione, hanno infatti perso tutte le partite in trasferta all’interno della conference e hanno chiuso con un record complessivo di 14-19, 5-13 all’interno della conference, un record negativo che l’ha portata a essere la penultima squadra della Patriot League. Nel torneo di conference però hanno inanellato quattro vittorie consecutive fuori casa fino a vincere a sorpresa il titolo contro Lehigh grazie ai 26 punti e 9 rimbalzi di Malachi Alexander, l’ala junior stella della squadra. I ragazzi di coach Bill Carmody, 297° miglior attacco e 216° miglior difesa (o peggiore, in questi casi) in NCAA, hanno già compiuto la loro Cinderella Story e se dovessero proseguire il proprio cammino entrerebbero di diritto nella storia del college basketball. Ora provate a dire che marzo non è il mese più bello dell’anno.

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