Rio 2016

My-Rio 2016, Boxe: viaggio nella corruzione da Seul 1988 a oggi.

Michael Conlan e il suo eloquente gesto nei confronti della giuria.

Il  giudizio umano, per quelle discipline che vi fanno affidamento, è tra i dilemmi sportivi più irrisolvibili. Non si tratta di un dato scientifico, e in quanto tale frutto di specifiche analisi, bensì è equiparabile alle sensazioni suscitate da un’opera d’arte: ciò che intravede un soggetto può non essere notato da un altro. L’incompetenza è da sempre parte integrante del gioco.

Il punto di non ritorno nel rapporto tra Olimpiadi e giudici, nel caso specifico della boxe, ha un luogo e una data ben precisi: Seul 1988. La nazione ospitante, dall’inesistente tradizione pugilistica, tra boxeur messi al tappeto da colpi alle spalle, arbitri aggrediti da addetti della sicurezza e match ripetuti con atleti di casa finiti k.o., chiuderà la rassegna col bottino di un 1 oro, 2 argenti e 1 bronzo.
La pietra cardine del più grande scandalo della boxe olimpica risiede proprio in quell’alloro.
Nella categoria superwelter, lo statunitense Roy Jones, che da professionista diverrà uno dei più grandi pugili della storia, viene sconfitto in finale dal coreano Park Si-Hun, nonostante il conteggio subito e i ripetuti barcollamenti, col verdetto di 3-2.
(nel link le immagini dell’incontro: https://www.youtube.com/watch?v=KMa4nGf9hSY).
Gli esperti sono increduli, il telecronista Rino Tommasi si lascia andare in diretta a un fragoroso “Abbiamo assistito alla più grande rapina mai perpetrata su un ring” e il computer della NBC, televisione ufficiale dei Giochi, segna un computo di 86 colpi a 32 per l’atleta a stelle e strisce. E’ una farsa sotto gli occhi di tutto il mondo, completata dalla beffa ulteriore dell’assegnazione a Jones, quale miglior pugile della rassegna olimpica, della coppa Val Barker.
La portata dell’evento è tale da far introdurre il nuovo sistema della macchina conta pugni.

All’epoca per questioni anagrafiche non ero ancora uno spettatore attivo delle Olimpiadi, ma ho ben impresso nella memoria il furto subito da Roberto Cammarelle nelle finale super massimi di Londra 2012. L’azzurro, in vantaggio nei primi due round, perde il terzo a favore dell’inglese Joshua e, a causa di un incomprensibile verdetto di parità, si procede al calcolo di tutti i colpi realizzati che premia il beniamino di casa. Come può un boxeur sconfitto in due round su tre aver inferto più colpi? Mistero.

L’AIBA, associazione internazionale boxe amatori, dopo quest’altra discussa edizione, con giudici espulsi che non contavano pugili al tappeto anche per sei volte, vara due novità per Rio 2016: niente più copricapi protettivi e abbandono del sistema di conteggio pugni, che rendeva la boxe alla stregua di una scherma coi guantoni, per passare a uno a 10 punti dove contano più fattori come controllo del ring, tenacia e stile di combattimento.

Arriviamo ai giorni nostri con gli scandali di questa rassegna. Si inizia dalle qualificazioni con lo statunitense Russell che denuncia, insieme al suo allenatore, stranezze e sospetti nel verdetto ribaltato a favore dell’uzbeko Gaibnazarov. Si passa ai quarti con le nuove segnalazioni, al termine della vittoria del russo Tishchenko per 3-0, di Clemente Russo “Anche chi non capisce nulla di pugilato ha capito chi ha vinto. Vedrete che arriverà in finale e vincerà l’oro” e del d.t Francesco Damiani “E’ una vergogna. Questo non è sport, ma politica per favorire quelli dell’est Europa”. Francamente, da spettatore di quel match, mi trovo in disaccordo con quanto dichiarato e reputo corretta l’eliminazione, però si accende in me un campanello d’allarme che riscontra una prima conferma nei quarti dei pesi gallo. Michael Conlan, irlandese campione del mondo, perde per verdetto unanime con Nikitin, un altro russo, e si scaglia sia verbalmente che fisicamente contro i giudici. Nell’immagine sottostante Conlan in rosso e un vistosamente sanguinante Nikitin in blu.
Vittoria unanime, no?

conlan

Prosegue rincarando la dose online scagliandosi anche contro Putin:

tweet conlan

Potrebbero soltanto essere le eccessive intemperanze di un ragazzo dal carattere irrequieto, tuttavia si tocca l’apice nella finale dei pesi massimi. Si affrontano Tishchenko (il nome non vi ricorda nulla?) e il kazako Levit con quest’ultimo, in controllo totale del combattimento, che costringe l’avversario a viverlo alle corde, ma l’arbitro, mentre il russo sta barcollando a 50″ dalla fine, fa intervenire i soccorsi per medicare un taglio risalente al primo round fornendogli un cruciale riposo. Il verdetto unanime dichiara vincente Tishchenko. Gli addetti ai lavori sono contrariati, ma fanno ancora più sensazione le bordate di fischi di un pubblico per giunta neutrale. Sono il sintomo di manifeste e gravi irregolarità e il fenomeno si ripete anche durante la premiazione presieduta da Thomas Bach, presidente del CIO. Un amareggiato Levit, che ritira subito la medaglia d’argento in tasca, tenta di metterli a tacere perché “Ogni combattente salito sul ring merita rispetto”. Onore a lui.
(nel link l’unico riassunto rintracciato dell’incontro sprovvisto della sospensione medica: https://www.youtube.com/watch?v=ix3NRYR3Q3g)

Rio Olympics - Boxing - Victory Ceremony - Men's Heavy (91kg) Victory Ceremony - Riocentro - Pavilion 6 - Rio de Janeiro, Brazil - 15/08/2016. Silver medalist Vassiliy Levit (KAZ) of Kazakhstan reacts to the audience as gold medalist Evgeny Tishchenko (RUS) of Russia stands at attention for the singing of the national anthem. REUTERS/Yves Herman
Foto: REUTERS/Yves Herman

Ieri, l’AIBA, rilascia il seguente sconcertante comunicato: “A seguito di alcuni recenti verdetti abbiamo deciso di intraprendere azioni immediate e appropriate. Dall’inizio dei Giochi Olimpici a oggi, l’AIBA ha gestito 239 match. La Commissione arbitri e giudici AIBA ha esaminato tutte le decisioni e determinato che meno di una manciata di verdetti non è stata al livello previsto e di conseguenza è stato deciso che gli ufficiali di gara interessati non potranno più operare a Rio 2016. I risultati di tutti gli incontri disputati non verranno modificati”.

L’AIBA, riconoscendo errori clamorosi, sconfessa i propri giudici, quanti e quali non è dato sapere, e li solleva dal proprio incarico, tuttavia senza che ciò comporti la modifica dei risultati sportivi.
Questa sarebbe giustizia?

Comprendo ovviamente, che in un torneo all’epilogo, sarebbe difficilmente concretizzabile come azione eppure, ai pugili penalizzati e non risarciti di un sogno olimpico, chi lo spiega?
Non siamo al livello di Seul 88’, che portò a una vera e propria rivoluzione interna, ma parliamo di un mondo rimasto inattendibile in cui  la corruzione è viva e vegeta.
La nobile arte, sia nei verdetti che nel comunicato dell’AIBA, ne esce come unica sconfitta con la propria credibilità fatta a pezzi.

Andrew Villani