Rio 2016

MY-Rio 2016: il numero tre, la trance agonistica e Ivan “lo zar”

Photo Credits: Pagina Facebook Ufficiale Federazione Italiana Pallavolo
Photo Credits: Pagina Facebook Ufficiale Federazione Italiana Pallavolo

Dicono che il tre sia il numero perfetto. La Trinità nella religione, l’emblema del ternario nell’esoterismo e chi più ne ha, più ne metta. Ma per Ivan Zaytsev, il numero tre deve avere un significato proprio particolare, visto che sono tre i fondamentali consecutivi in battuta – o aces, se preferite – con i quali indirizza una partita tra la Nazionale italiana e quella statunitense. Perché è proprio con tre servizi vincenti consecutivi che Zaytsev riporta in parità un match nel quale l’Italia aveva perso il terzo set con uno scarto passivo impressionante (25-9) e sembrava essersi così disunita da obbligare coach Blengini a richiamare in panchina praticamente tutti i titolari per dare una scossa.

Poi quell’incrocio mistico tra sguardi, prima di cominciare un quarto set che sembrava poter essere una montagna impossibile da scalare, poiché gli USA avevano iniziato a leggere alla perfezione lo smistamento di gioco di Giannelli e la coppia Holt-Lee sembrava insuperabile nel fondamentale del muro. Un incrocio di sguardi accompagnato da una voce, da un “siamo più forti” che a mia madre sembrò tanto l’emblema di una spocchia italica nel volersi credere, sempre e comunque, superiori ma che invece era semplicemente una consapevolezza infinita nei propri mezzi. Consapevolezza ben visibile sul volto del più giovane degli Azzurri, quel Simone Giannelli capace di giocare sempre con il sorriso stampato sul volto, anche quando Lee gli legge l’intenzione di seconda e gli stampa un muro-tetto che farebbe rabbrividire praticamente tutti. Tutti, ma non Simone. Perché nell’incoscienza giovanile, il palleggiatore trova consapevolezza, forza, malizia e precisione: come quando, ben coadiuvato dai movimenti di Birarelli, smarca sistematicamente Zaytsev nel tie-break, giusto per far capire che di bombe ce ne intendiamo anche noi, pur senza fare danni e/o vittime.

Ed è bello vedere che tutti, ma proprio tutti, si siano stretti intorno a questa Nazionale, consapevoli delle difficoltà nell’affrontare una squadra battuta sì nel Girone eliminatorio con un secco 3-1 ma comunque tosta, sotto tutti i punti di vista. Una squadra che, a fine terzo set, sembrava destinata a dominare e chiudere sul 3-1, poiché il primo tempo di Holt non era mai arginato dai nostri centrali e anche Christenson sembrava salire in cattedra per far vedere di essere comunque uno dei migliori palleggiatori del lotto. Peccato che nessuno avesse fatto i conti con l’uomo della provvidenza, con il giocatore capace di andare letteralmente in trance agonistica e tirare fuori il meglio di sé, anche quando questo “meglio” sembrava essere già stato abbondantemente raggiunto. Tre servizi vincenti consecutivi, tutti sopra i 115 km/h di velocità, tutti a filo rete e praticamente imprendibili. Tre servizi vincenti consecutivi, uno in meno di quando ci permise di superare con un secco 3-0 sempre gli statunitensi, in un incontro valido per l’ultima World League, ribaltando un parziale che ci vedeva sotto 22-24 nel terzo set. Due prove simili, le quali testimoniano come “Lo Zar” sia un giocatore di striscia, che quando si accende diventa, semplicemente e costantemente, incontenibile.

Conquistiamo un altro podio, il secondo consecutivo, il quarto nelle ultime 5 edizioni dei Giochi Olimpici (si ricordi che il volley fu ammesso solo da Tokyo 1964). L’ennesimo podio, con la consapevolezza che la nostra è una grande tradizione e il movimento italiano, anche a livello di club, regala sempre soddisfazioni. Con la consapevolezza, però, che l’oro olimpico non l’abbiamo mai vinto, nemmeno quando potevamo vantare la “generazione di fenomeni” di Julio Velasco a difendere il tricolore sui campi di tutto il mondo. La mancanza di un oro olimpico è una di quelle assurdità dello sport che proprio fatichi a spiegarti, perché qualcosa nella storia l’avremmo anche vinto: tre Mondiali, sei Europei, otto World League. Una di quelle assurdità che, per una volta, vorremmo rendere spiegabile, magari dando un’occhiata anche alla cabala: perché se è vero l’adagio popolare secondo cui “non c’è due senza tre”, allora deve essere pur vero che in questa Olimpiade saremo noi a fare un bello scherzetto ai favoritissimi brasiliani, poiché a Londra 2012 ci pensò la Russia (ieri sconfitta con un secco 3-0 dai brasiliani nell’altra semifinale) e a Pechino toccò agli USA relegare la saudade al secondo posto. Magari anche per prenderci quella rivincita sportiva che attendiamo da Atene 2004, quando Giba e compagni ci costrinsero all’argento con un 3-1 che non ammise diritti di replica.

Con “Lo Zar”, però, è lecito sognare. Magari farlo a oltre 120 km/h.