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Alla scoperta delle “Jordan Rules”: ecco come la difesa dei Pistons ha cambiato Michael

Sesto appuntamento con la rubrica dedicata agli aneddoti e agli episodi meno conosciuti riguardanti Michael Jordan, che ci servono per comprendere il più possibile la psicologia di un uomo tanto vincente quanto complesso. Nelle precedenti puntate abbiamo parlato della volta in cui distrusse la fiducia di Muggsy Bogues, di quando tentò di sviluppare Kwame Brown con il suo particolarissimo modo di fare, ottenendo però l’effetto contrario, del motivo per cui non parla più con Charles Barkley, del suo rapporto con Scottie Pippen e del episodio di trash talking con Martin

Stavolta, andremo un po’ fuori dallo schema prefissato di questa rubrica, e ci occuperemo delle “Jordan Rules”. Che non sono semplicemente la strategia difensiva inventata dai Pistons per limitare il 23 dei Bulls, ma anche la causa del cambiamento decisivo nella mentalità che lo ha portato a diventare il più grande giocatore di tutti i tempi. 

Prima di tutto, andiamo a vedere nel concreto che cos’erano le “Jordan Rules”: nate in principio dalla mente di Isiah Thomas nel 1988, l’obiettivo dei Pistons, che all’epoca erano l’ostacolo che separava MJ dalle tanto agognate Finals, era quello di giocare il più duramente possibile su Michael, aggredendolo costantemente, ma soprattutto variando sempre la difesa, in modo da non permettergli di adattarsi. Se il 23 prendeva il pallone in punta, veniva costretto ad andare a sinistra e poi raddoppiato; se si trovava a sinistra, veniva immediatamente raddoppiato; se era sul lato destro, il raddoppio era più leggero. Se prendeva posizione in post, invece, avveniva il raddoppio con un lungo. Ma l’aspetto principale era un altro: in qualsiasi momento prendeva la palla, doveva essere aggredito fisicamente. Per questo motivo, i tifosi di Chicago e della sua stella ritenevano che i Pistons giocassero sporco: è più corretto dire che lo facevano al limite, ma i risultati giustificavano in pieno il loro modo di fronteggiarlo.

Infatti, nei primi tre incontri ai playoffs tra le due squadre, Detroit ebbe sempre la meglio, in larga parte grazie alle “Jordan Rules”: nell’88 Thomas e compagni s’imposero 4-1 nelle semifinali della Eastern, mentre vinsero in 6 gare nella finale di Conference dell’89 e in 7 in quella del ’90. Nel ’91, però, le cose cambiarono, soprattutto per merito dell’introduzione della “Triangle Offense” orchestrata da Phil Jackson e dal suo assistente Tex Winter: in quell’occasione, i Bulls spazzarono via i Pistons per 4-1, dando inizio ad una nuova era nella NBA.

Per quanto i giocatori delle due squadre praticamente si odiassero, Jordan e la sua Chicago hanno imparato molto dalle batoste subite da Detroit alla fine degli anni ’80. Non va dimenticato, infatti, che in quel periodo Michael era considerato una stella statistica incapace di portare i compagni alla vittoria del titolo e i Bulls venivano visti troppo morbidi e lamentosi, ma soprattutto più un gruppo di individualità che una vera squadra. Cosa, quest’ultima, che sicuramente erano i Pistons, i cui giocatori avevano capito che per arrivare al successo bisognava sacrificare i propri numeri per il bene collettivo, ma soprattutto bisognava fidarsi l’uno dell’altro. In un certo senso, possiamo dire che Thomas e compagni hanno insegnato a Jordan cosa veramente è necessario per mettersi un anello al dito.