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Be Like Mike – Come nasce l’etica del lavoro di Kobe Bryant?

Non so se conoscete il portale americano “The Players’ Tribune“: in pratica, si caratterizza per il fatto di ospitare i pensieri e le esperienze dei giocatori professionisti, non solo di pallacanestro, ma di un po’ tutti gli sport americani più diffusi. Qualche tempo fa, Kobe Bryant ha svelato attraverso le colonne di questo website l’origine della sua etica del lavoro fuori dal comune, che gli ha permesso di essere messo a confronto con sua maestà Michael Jordan.

In pratica, Kobe all’età di 12 anni ha preso parte ad un importante camp estivo in Philadelphia, che era una sorta di tradizione di famiglia, dato che lì sia suo padre Joe che suo nonno avevano dato spettacolo. Kobe, però, in quell’occasione segnò 0 punti. Non un jumper, non un layup, nemmeno un tiro libero. Niente di niente. Ciò lo spinse a domandarsi per tutta l’estate se il basket facesse davvero per lui, o se forse era il caso di lasciar perdere e di dedicarsi ad altro, magari al calcio, la sua seconda passione sportiva.

Poi, però, Kobe è venuto a conoscenza di un fatto che ha sconvolto la sua mente: Michael Jordan era stato scartato dalla sua squadra del liceo. “Cavolo – avrà pensato – allora se addirittura il più grande giocatore di tutti i tempi ha vissuto dei momenti difficili in giovane età, c’è speranza anche per me”. E così Bryant ha maturato la convinzione che, se avesse lavorato più di chiunque altro come ha fatto His Airness, sarebbe stato in grado di dimostrare a tutti di poter diventare un cestista di fama mondiale.

A questo punto diventa tutto una questione di “How bad do you want it?”. Kobe lo voleva a qualsiasi costo, più di chiunque altro, e così ha iniziato a lavorare, lavorare, lavorare… non si è più fermato. Quando ha iniziato ad andare al liceo, si svegliava alle 5 di mattina per allenarsi e non lasciava la palestra prima delle 7 di sera. Ogni santo giorno. Addirittura era così ossessionato dal fatto di dover migliorare il suo gioco, che costringeva i suoi compagni di squadra a sfidarlo in uno contro uno: non si smetteva finché qualcuno non arrivava a 100 punti. Inutile dire che questo “qualcuno” fosse sempre Bryant, che nelle giornate peggiori vinceva “solo” 100-13 o giù di lì.

Questa ossessione per l’allenamento lo ha portato a diventare un talento di livello assoluto, scelto con la #13 al Draft, nonostante venisse direttamente dalla high school. A quel punto molti avrebbero potuto commettere l’errore di sentirsi arrivati, ma non Kobe: lui aveva ben chiaro che la sua ascesa verso il successo e la fama era appena iniziata, e che doveva lavorare ancora di più per poter essere considerato tra i più grandi. Insomma, la sua etica si è rafforzata giorno dopo giorno, fino a diventare leggendaria, per non dire quasi folle: nel corso della sua carriera NBA, Kobe si è sempre allenato da solo, a volte anche senza il pallone, ore prima che arrivassero i compagni per l’allenamento; ha costretto se stesso a fare 400 tiri in ogni seduta; ha completamente tagliato lo zucchero dalla sua dieta; ha costretto gli altri giocatori a rimanere dopo gli allenamenti per affrontarlo in uno contro uno. E di esempi se ne potrebbero fare tanti altri. Alcuni giocatori della NBA amano giocare sotto le luci dei riflettori, ma Kobe ama lavorare prima ancora che le luci si accendano e anche dopo che queste si siano spente.