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Chris Jackson & Mahmoud Abdul-Rauf: quando una vita non basta

Mahmoud Abdul-Rauf
Mahmoud Abdul-Rauf mentre prega Allah durante l’inno americano. Foto www.denverstiffs.com

Marzo 1996, una data significativa per quel giocatore dei Denver Nuggets che fino a tre anni prima si chiamava ancora Chris Jackson e che dopo la conversione all’Islam divenne Mahmoud Abdul-Rauf (“Servitore elegante ed encomiabile di Allah misericordioso e gentile”), il quale rifiutò di alzarsi durante l’inno nazionale americano, ad inizio partita, riconoscendo nella bandiera degli Stati Uniti e nell’inno stesso, un simbolo di oppressione e tirannia. Un affronto secondo molti e così l’NBA decise per una multa e una sospensione (durò solo un giorno), arrivando poi a un compromesso, per cui il playmaker doveva alzarsi durante l’inno, ma potendo restare col capo chino ed occhi chiusi in segno di preghiera. Ma ormai il sistema lo aveva “condannato” e calcare i parquet dell’NBA era diventato quasi impossibile per il 27enne Rauf che, tre mesi più tardi venne ceduto ai Sacramento Kings, dove giocò “solo” 106 partite nei due anni di permanenza in California.

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Mahmoud Abdul-Rauf, nato Chris Jackson, ai tempi di LSU. Foto www.bleacherreport.com

Ma facciamo un passo indietro nella sua vita. Chris Wayne Jackson nasce a Gulfport (Mississipi) nel 1969 e la sua crescita fu ben presto caratterizzata dalla sfortuna, che prende il nome di “Sindrome di Tourette” (un disordine neurologico, caratterizzato da tic motori e spasmi muscolari incostanti e involontari) la quale, però, non ha fermato la sua passione per questo sport. Prima di approdare in NBA, faceva faville alla Louisiana State University, dove giocava con un certo Shaquille O’Neal (il quale però era messo in ombra proprio da Jackson, che sfiorava i 30 punti di media e Stanley Roberts, il centro titolare).

Al Draft del 1990 venne scelto dai Denver Nuggets al numero tre assoluto. I primi due anni Chris viaggiò a cifre modeste, rispettivamente a 14 e 10 ppg, mentre il terzo anno fu quello della consacrazione, sia come Mahmoud Abdul-Rauf che come giocatore, incrementando la media punti a 19.1, gli assist a 4.2 e un sonoro 93.5% dalla linea del tiro libero.

Ma l’annata migliore, a livello di statistiche, (tra le 9 disputate nella lega professionisti) fu quella del 1995-1996, in cui superò sempre i 19 punti di media e dando via 6.8 assist per partita. Di notevole caratura i 30 punti e i 20 assist smazzati contro Phoenix, i 51 punti (si, avete letto bene) in faccia a John Stockton contro gli Utah Jazz e i 32 punti e 9 assist rifilati ai Chicago Bulls di Michael Jordan, Steve Kerr e chiunque cercasse di difendere su di lui.

Di seguito i video di quelle prestazioni:
https://www.youtube.com/watch?v=2gW95__TeWk (vs. Phoenix Suns)
https://www.youtube.com/watch?v=qXGRNGWNk0 (vs. Utah Jazz)
https://www.youtube.com/watch?v=e93l5so7f9s (vs. Chicago Bulls)

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Mahmoud Abdul-Rauf in mangia Vancouver Grizzlies. Foto www.boards.sportslogos.net

Da lì, dopo la controversia riguardante l’inno nazionale e del suo rifiuto di alzarsi, la carriera in NBA di Mahmoud conobbe un lento declino. Dopo l’ultimo anno con i Sacramento Kings, dove giocò solamente 17 minuti di media mettendo a referto 7.3 ppg in 31 partite, senza mai partire in quintetto, Rauf decise di appendere le scarpe al chiodo a soli trent’anni. Un peccato, per le qualità tecniche ed umane del giocatore. Infatti cambiò repentinamente decisione e dopo una piccola parentesi in Turchia, nel Fenerbahçe, fece ritorno nel 2000 in NBA con la maglia dei Vancouver Grizzlies, dove però non era il primo terminale offensivo.

Dopo un altro anno di pausa, nel 2002-2003 Mahmoud tornò nel vecchio continente, in Russia, con l’Ural Great Perm viaggiando in Superlega a 13ppg. L’anno successivo invece finisce in Italia, portato a Roseto dall’ex GM Michele Martinelli insieme ad Ansu Sesay (ex NBA anche lui) e Duane Woodward, costruendo insieme a coach Neven Spahija (oggi assistente degli Atlanta Hawks) il “Roseto più forte di sempre” che si piazzò al 7° posto in classifica grazie anche ai suoi 18.4 ppg e 2.2 assist in 23 partite, uscendo dai playoffs contro la corazzata Fortitudo Bologna che poi andrà a vincere lo scudetto. Ancora oggi Rauf ha un ricordo significativo di Roseto degli Abruzzi:

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Mahmoud Abdul-Rauf contro Marco Belinelli in Climamio Bologna-Sedima Roseto. Foto www.roseto.com

“Non mi stancherò mai di ripetere quanto sia stato bello per me stare a Roseto con tutti voi … considero l’esperienza di Roseto la più bella in assoluto di tutte quelle che ho avuto modo di vivere in Europa…” (Mahmoud Abdul-Rauf in una lettera inviata al sito www.roseto.com).

Dopo l’esperienza di Roseto, il Califfo abruzzese si spostò, nella stagione 2006-2007, in Grecia accettando l’offerta dell’Aris Salonicco, dove giocò prettamente in Eurolega.
Dal 2008 al 2011 lo troviamo invece prima in Arabia Saudita e successivamente in Giappone, indossando la canotta dei Kyoto Hannaryz, dove a 41 anni aveva la media di 18ppg prima di ritirarsi definitivamente a fine anno.

Oggi Mahmoud Abdul-Rauf vive con la sua famiglia in America, a Douglasville (Georgia), lavorando come personal trainer, continuando a professare la sua religione e svolgendo alcuni workouts con giocatori NBA e non.