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Fantasia al potere: il basket giocato in una stanza

C’è un libro di tale Robert Coover che ha per me un posto particolare, sia nel cuore sia sullo scaffale della mia camera. Il gioco di Henry è il titolo, mentre la trama ve la riassumo in breve: Henry inventa un gioco di baseball da tavolo, basato su una serie infinita di combinazioni di dadi, al quale gioca da solo per anni. Come prevedibile, la finzione e la realtà cominciano a mischiarsi ed Henry non riesce più a distinguere la sua creazione dal mondo che lo circonda. Eccolo dunque camminare per strada facendosi in testa i resoconti di quanto succeda nella sua vita parallela, fatta di statistiche fittizie e celebrità inventate, fatta di homerun e scontri societari tutti abilmente architettate dalla sua mente (diabolica o geniale che sia). Ora la domanda lecita che vi starete chiedendo è perché mi piaccia così tanto questo libro e perché trattare qui questo argomento, alquanto off-topic.

Io sono del 1993 e come tanti nati attorno al 1990 abbiamo potuto apprezzare sia l’invasione tecnologica fatta di videogiochi e playstation sia i buoni vecchi giochi materiali quali calcio-balilla o Risiko o quant’altro vi venga in mente. Bene, io da amante del basket avevo disposto così la mia cambretta: da una parte Playstation 1, quella grigia, quella con i joistick indistruttibili, dall’altra, appeso alla porta un bellissimo canestrino in plastica.

COME HO IMPARATO A GIOCARE A BASKET – Si ovvio, c’era il minibasket. C’era la palestra, l’istruttore e gli amici in fila a fare ore di staffetta per affinare il terzo tempo. Ma quel terzo tempo, così bello e avvincente, in palestra non era niente in confronto a quelli fatti a casa. Il parquet (per mia fortuna) era uguale, sia in palestra sia a casa, ma la vera differenza era quel ferro di plastica (ossimoro, lo so, ma non mi interessa) che si piegava all’inverosimile e nel quale potevo finalmente schiacciare come avevo sempre sognato, come avevo imparato guardando Vince Carter a NBA Live 2000. Oppure potevo tirare da tre da quella verniciatissima linea immaginaria del mio playground domestico e tenere medie stellari, come Michael Dickerson dall’angolo, sempre a NBA ’00. Nessun esercizio fatto in palestra poteva competere con quel brivido, con quell’adrenalina, perché in quel momento, chiuso nelle quattro mura della mia camera mi sentivo davvero l’idolo di mille tifosi appollaiati sulle mensole ad incitarmi, mi sentivo l’orgoglio di quel telecronista che aveva la mia stessa “erre” moscia e che si scambiava battute con la sua spalla (leggero cambio del tono di voce, per rendere la differenza) riguardo le mie sfavillanti acrobazie sotto canestro. C’era il canestrino, c’era una pallina (quella base era sempre sgonfia, perciò ne andavo sempre a pescare di nuove, dalla quella molestissima da tennis alla più recente e fragilissima gommapiuma) e poi c’ero io con il mio mondo immaginario fatto di flash dei fotografi e sudore, spesso vero e puzzolente. Quasi come Henry.

TUTTO NELLA MIA TESTA – Inizialmente emulavo i giocatori reali, erano i replay di qualche bella azione vista in VHS oppure erano semplici alley-oop. Poi però sono diventato grande, più esperto, più informato sulle “strutture” di un campionato e di una partita ed ecco che il semplice passatempo poteva diventare l’impiego di ore e ore di domeniche pomeriggio di brutto tempo, nelle quali creavo anche io la mia NBA, con giocatori e statistiche finte, e puntualmente tanto mi perdevo dietro alla presentazione della mia fantasia che più mi scordavo di giocare.
“Ecco ora vediamo qualche azione di Tizio, il nuovo lungo dominante della sua squadra che è appena uscito dal college con una media punti di quasi venticinque a gara, ma soprattutto almeno dodici rimbalzi catturati ogni sera…” E mentre mi abbandonavo a questi discorsi continuavo a far rimbalzare la pallina per la stanza, attaccando e difendendomi da solo contemporaneamente, rompendo soprammobili, ma soprattutto rompendo le scatole al vicino che abitava sotto il mio appartamento.

MATTIA, PIANTALA! – Già, è proprio la voce di mia madre. “Non siamo mica in palestra, questa è una casa.”
Era la voce di mia madre, ma era anche la voce di chi non avrebbe potuto capire quanto divertimento ci fosse in tutto quel baccano, in quei salti ed in quegli urli da esaltato da sala scommesse. Non avrebbe potuto capire nessuno, così come non capivano i miei istruttori in allenamento, quando azzardavo alla tenera età di dieci anni un passaggio dietro alla schiena, che puntualmente mi restava incollato al fianco.
“Ma come è possibile? Con la pallina mi riesce così bene!” Era un mondo a parte, una sorta di vita secondaria, ma genuina. Ad oggi tendiamo a vedere il lato negativo dell’isolamento mentale dei bambini, perché magari persi dietro alle luci di una televisione, ma io infondo non ero così diverso, solo, come detto, più genuino o forse solo un passo generazionale indietro. Perché intanto le ore alla playstation si alternavano a quelle al canestrino e non c’era un vero male in tutto ciò. L’importante era saper dire basta e che fosse l’urlo di mia madre, lo stock della plastica dopo una schiacciata con troppo vigore o semplicemente il fatto che stessi crescendo non importava niente. Anzi, tutto questo ad oggi mi fa leggere ed apprezzare un libro nelle sue mille sfumature, mi fa rivivere la mia infanzia e, che diamine, se al campetto mi riesce un passaggio dietro la schiena so che parte del merito va a quelle partite in casa. Ora però sono grande, è finito il tempo di giocare…

EPILOGO, POST SCRIPTUM, EXTRATESTO O FATTO FORSE MAI ESISTITO – 2014. Camera del mio migliore amico, libri e vestiti ammucchiati, una pallina sgonfia di gomma per terra in un angolo ed un canestro di plastica appeso all’armadio. Sono solo nella stanza, lui è in bagno, nessuno mi vede. Mi chino, raccolgo la pallina, intanto una voce bisbiglia e commenta i miei gesti. Lancio la pallina contro il muro e salto, la raccolgo all’apice del suo arco e BUM! schiacciata, bimane, devastante. Gonfio i muscoli verso un ipotetico avversario steso per terra.
La porta si apre di scatto. Entra il mio amico ed io cerco al volo di dissimulare. Lui mi guarda storto.
“Era una bimane in alley-oop quel rumore che ho sentito?” Dice con voce di rimprovero.
Io lo guardo, l’imbarazzo scende, scoppiamo a ridere.
“Uno contro uno ai ventuno?”
“Ventuno? Così finisce subito! Facciamo ai cinquantuno.”
Ventuno sono pochi, sono solo gli anni che abbiamo. D’altronde non si cresce mai veramente.
I love this game, in tutte le sue salse.