Rubriche Senza scadenza

Fondare, sponsorizzare e amarsi – Rinascere senza mai morire

Amo la pallacanestro più di quanto abbia mai amato qualsiasi altra cosa. Scherzo, forse il gin tonic e lo sbagliato del Carletto li amo di più. Ma poco importa. Amo la pallacanestro perché in essa ho trovato la mia summa: non tanto nel senso di un genere letterario-giuridico tanto caro alla Scuola della Glossa – e, successivamente, a quella del Commento – quanto nel senso di un “trovare se stessi”. Sportivamente, la vita non è che mi abbia regalato poi tante gioie. Da una malformazione al cuore ai pianti post rigore di Sheva in Finale di Champion’s il passo è breve. Forse fin troppo breve.

Eppure, in una carriera sportiva – attiva e passiva – che qualche soddisfazione me l’ha comunque riservata, ci sono momenti indimenticabili, che nemmeno lo sconforto di una situazione attuale imbarazzante potrà mai cancellare. E non parlo di soddisfazioni personali, quanto piuttosto di aggregazione. Concetto strano, quest’ultimo, poiché per aggregazione si intende tutto e, forse, nulla. Qui, però, si vuole parlare di aggregazione sociale, di amicizia che si esplica a un piano più alto, di rapporti interpersonali che con la pallacanestro forse c’entrano poco; ma che, anche nell’ottica della pallacanestro, dovrebbero voler (ma non poter) insegnare qualcosa. Per una volta, perciò, parlerò di calcio e non di pallacanestro. Non tanto come sport da commentare, bensì come realtà socializzante, in cui l’individuo esplica le sue potenzialità di incivilimento, un po’ come gli italiani avrebbero potuto fare altrettanto dopo che Mussolini proclamò la fondazione dell’Impero, la notte del 9 maggio 1936. Ma quella, ahimè, fu una storia ben più tragica, sulla quale oggi bisognerebbe riflettere più attentamente.

Quando entrai a far parte della compagnia di amici con cui, tuttora, mi ritrovo ad uscire sporadicamente, vestivo una maglia di Steven Gerrard e avevo ancora due piedi e due polmoni decenti per giocare a pallone. Qualcuno mi aveva soprannominato l’Ardemagni di Niguarda, mixando il nome di un mio idolo sportivo insieme al quartiere – e l’Ospedale – in cui sono nato. Milano è una città stupenda, ma Niguarda è un fiore all’occhiello, e ad insegnarlo è la storia. Ma anche qui, non vorrei divagare. Quella sera pioveva e Gaetano, un mio carissimo amico e compagno delle superiori, mi aveva invitato a partecipare a una partita di calcio a 7 con quello che, al tempo, era il giro di amicizie della sua fidanzata, Selene. Quella partitella avrebbe cambiato tutto: dalla mia concezione di amicizia, a quella di sport, passando per la mia capacità di imparare a voler bene a qualcuno veramente, salvo poi tradirlo come nemmeno il peggior infame sulla faccia della terra. Per fortuna, quel tradimento è oggi superato, forse anche grazie alle note di Don Raffaè di Fabrizio De André, o forse per merito di quei giri sul circuito di Franciacorta che legarono inevitabilmente i destini di due ragazzi, poi mischiati ancor più da un incidente stradale in cui solo la Provvidenza stabilì la sopravvivenza di quel legame (e di altri tre passeggeri di quella vettura). Ma, anche questa, è un’altra storia.

Tornando a quella partitella amichevole, dopo quattro tocchi e due filtranti, nacque la storia di un soprannome che mi avrebbe caratterizzato fino al presente: uno “Steven” urlato per chiamare palla, lanciato vocalmente proprio da chi poi avrei tradito. Si sa che la gente da buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio, perciò non sarò io a darne a quanti avranno la voglia e il tempo di leggere questa mini autobiografia: vi dirò semplicemente di non tradire chi, per voi, darebbe tutto. Mai. Un tradimento può essere perdonato dal tradito, ma il traditore resterà sempre tale, per quanto un rapporto si possa riallacciare e per quanto ogni ferita si possa rimarginare. Da un soprannome a qualche birra insieme il passo fu breve. Così dopo quella partitella iniziò il mio rapporto con vari ragazzi. Parlare di tutti, qui, mi sarebbe impossibile, ma vorrei che fosse chiara una cosa. In vita mia non credo di aver mai voluto bene a molte persone: non per mancanza di voglia o per aridità di spirito, quanto per incapacità. Non so voler bene, forse non so manco amare. Ma lo sport riesce sempre a regalarmi la possibilità di stringere legami unici. Rari. Ineguagliabili.

Così, tra l’affinamento del legame e qualche altra birra – la birra, da noi in compagnia, è sacra come lo è la vacca sacra, oggetto di zoolatria in India – un mezzogiorno io e Mirko, aka “Bacio”, decidemmo di andare a pranzo insieme in un ristorante aperto da poco al Bicocca Village. Ecco, una precisazione credo sia d’obbligo. Al Bicocca Village, ai tempi, ci si andava per tre differenti motivi: baccagliare le ragazze alla sala giochi, vedersi un film al cinema, prendere il caffé da Lino’s Coffee per godersi lo splendore che stava al bancone. Noi, manco a dirlo, andammo lì per tutt’altro motivo. Mirko, un genio informatico, e io, studente squattrinato dalla mente troppo favolistica. Situazione che, peraltro, è veritiera ancora oggi, a distanza di anni. Così capitammo a “Il Torracchione“, ristorante di specialità toscane, dall’ambiente rustico-familiare che un po’ ti faceva sentire come se fossi a casa tua, magari coccolato dalle prelibatezze di mamma. Mi è sempre piaciuto immaginarlo così, anche quando smettemmo di frequentarlo poiché la responsabile di sala se ne andò a Bologna. Desi, così la conoscemmo. Due tette che facevano provincia, una parlantina che ti teneva incollato a pendere dalle sue labbra nel vero senso della parola, e una capacità di tenere banco che faceva spavento. Un feeling nato alla prima ordinazione, portato avanti tra vacanze passate insieme ad Alicante e cene, tutti rigorosamente insieme. Noi, banda dell’amichevole di cui parlavo all’inizio, e lei, nostra sponsor.

Già, perché oltre a quella ordinazione, io e Mirko chiedemmo altro. O meglio, ci ritrovammo ad aver così tanto la faccia come il culo da chiedere se fosse possibile ottenere un accordo di sponsorizzazione per quella che, a tutti gli effetti, era la nostra squadra di calcio a 7. A.C. Ritrovo. Nata in altri contesti, ma con lo stesso zoccolo duro e con la mia aggiunta. E, fidatevi, aggiungere me a un progetto è come fare un patto col diavolo. Ma nessuno decise di astenersi dal firmarlo, quel patto. E così ci ritrovammo tutti insieme, io come secondo portiere e poi allenatore; loro come alfieri di un corso che ci avrebbe regalato molte gioie. Che poi, definirmi allenatore di calcio sarebbe come commettere un peccato di lesa maestà. Non capisco la pallacanestro, dopo anni di amore incondizionato, figurarsi se capisco il calcio. Eppure, Mirko e gli altri decisero di accettarmi e così nacque la nostra epopea, degna del miglior trovatore francese e delle sue ballate.

Desi accettò la nostra irriverenza e decise di fornirci i capitali per comprare divise nuove e iscriverci a un torneo a Cormano. E quali divise, signori miei. Maglia, pantaloncini, tuta di rappresentanza. Scelsi il numero 24, perché nel frattempo avevo anche trovato uno degli amori giovanili, e così quel numero serviva a ricordarmi una data. Forse oggi dovrei solo ricordarmi di non essere stato “uomo” con quella ragazza, ma anche qui trascenderemmo. Desi accettò e ci rese felici. Avevamo una divisa, avevamo una squadra: eravamo un gruppo. E qui sta il senso di tutto questo pezzo. Il gruppo.

Eravamo dei cani a digiuno da giorni, pronti a lottare per difendere prima la nostra amicizia e, solo successivamente, la vittoria. Eravamo quelli della sbronza post-partita, del tour nei night per non dimenticare che lo sport è bello, ma la gnocca lo è un po’ di più. Eravamo quelli in grado di vincere 7-0 contro gente che aveva giocato (o giocava) in D, e poi di perdere 5-1 contro una squadra di dopolavoristi dall’età media di 45 anni cadauno. Eravamo questi, prendere o lasciare. E io avrei preso, sempre e comunque. Perché nelle minors il risultato sportivo conta sì, ma fino a un certo punto. Alla testa di tutto sta il rapporto tra compagni: se manca quello, manca tutto. E noi eravamo anzitutto compagni di mille battaglie, anche fuori da un campo di calcio. Eravamo qualcosa che trascende il concetto di squadra, abbracciando forse quello di avanguardia. Eravamo avanguardisti dell’amicizia. Non serviva alcun Whatsapp, alcun Facebook, alcun Twitter per sapere che le serate le avremmo passate insieme, fantasticando su come avremmo vinto la prossima partita: se con una rovesciata di Bomber Soldo, con un sombrero di capitan Buvoli o con una sabongia del tiro più ignorante dell’A.C. Ritrovo, quello del buon Lazza. Senza dimenticare i voli in porta di Ale, la rapidità di Zippo, l’eleganza di Sorre, la quantità di Gae, la tigna di Bacio, l’esperienza di Lazzi, la fame di Resto, la caparbietà di Dalla, il supporto di Bruno, Pisty, Zucca, ma anche del buon Gianni e dei due Mimmo.

Eravamo gli avanguardisti del concetto di squadra. E non me ne voglia nessuno se dico che eravamo i migliori. Non come calciatori, ma come amici. Dove per migliori non intendo quelli senza alcun difetto o problema, bensì quelli capaci di mascherare i propri difetti, mettendoli da parte, e di superare ogni difficoltà. Sempre, comunque e costantemente, insieme. Eravamo i  migliori perché avevamo capito che lo sport, a questi livelli, non serve come vetrina personale, ma è necessaria palestra dell’anima. Una palestra dove allenarsi costantemente, seppur con la consapevolezza che due ferri da stiro, per quanto trasfigurati in piedi, rimangono pur sempre due ferri da stiro. E lo sport, quello delle minors come piace chiamarle a tutti ormai, serve anzitutto a questo: a cementificare rapporti di amicizia, di rispetto, di lealtà, di amore. Eravamo il tuono che segue il fulmine. Il rumore del cotone che segue il goal. Il triangolo che segue l’apertura di prima. Eravamo lo spettacolo nello spettacolo, che fosse su un campo di calcio, in un pub o in un ospedale. Perché eravamo amici.

Non importa che voi siate Bacio, Teo, Dalla, Lazzi, Lazza, Bruno, Pisty, Zucca, Bomber Soldo, Ale, Gae, Simo, Zippo, Giarly, Candi, Sarto, Tave, Sandrino, Dede, Balù o Steven. Importa soltanto che abbiate chiaro un obiettivo, da raggiungere tramite lo sport a livelli non professionistici. L’amicizia, la coesione, il fare gruppo. Perché non ho mai visto un Michael Jordan emergere da un’esperienza simile (il talento, ahimè, non si insegna). Ma ho visto tanti uomini spogliatoio forgiarsi in queste esperienze di gruppo, in cui ognuno mette il proprio mattoncino per la costruzione di un muro che, anche a distanza di anni, non potrà mai cadere. E questo vale nel calcio, come nella pallacanestro, come in qualsiasi altro sport di squadra. Amate ogni vostro compagno di squadra come amereste le risate di Krystal Steal dopo ogni sua scena. Come amereste il pepe nel gin tonic con l’Hendricks. Come amereste il primo limone con la ragazza o il ragazzo che vi piace. Amate ogni vostro compagno di squadra forse più di quanto pensereste di poter mai amare voi stessi.

Questo è lo spirito sportivo. Al netto di variabili che, per chi ha due ferri da stiro al posto dei piedi o due bacchette da ristorante cinese al posto delle mani, per ora possono anche non rientrare nella mia valutazione.

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