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Gli Intoccabili – Rasheed Wallace e l’espulsione più veloce della storia

Esistono record impossibili da battere per la loro forza numerica, come visto con John Stockton nella puntata precedente. Ci sono poi record che hanno un distacco minimo dal precedente, ma in quella infinitesimale distanza passano anche gli oceani (pensiamo a quelli dell’atletica leggere, sempre per frazioni di secondo che rapportate al mondo reale assomigliano più a secoli che a decimi o millesimi). Ci sono poi record che non sembrerebbero così impossibili da battere, ma esistono solamente perché indissolubilmente legate alla persona che le ha fatte, al recordman. Quello di cui andremo tra poco a parlare è un primato che, se mi fosse data la possibilità, potrei battere anche io, ma è talmente personale che per questo motivo diventa irraggiungibile.

MADISON SQUARE GARDEN, 2 DICEMBRE 2012 – I New York Knicks ospitano i Phoenix Suns, in una partita che varrebbe il settimo successo casalingo in serie per la compagine di Carmelo Anthony. A 2’39” dalla fine del primo quarto, coach Mike Woodson pesca dalla panchina il suo numero 36 e lo butta nella mischia. Esattamente ottantacinque secondi dopo il nuovo entrato commette un fallo, un fallo normalissimo su un avversario, Luis Scola. L’arbitro fischia, ma nel mentre il contatto si prolunga con qualche attrito pertanto il primo fischio viene seguito da un secondo, fallo tecnico. Poco male, succede, anche se sei in campo da così poco. Nel frattempo Goran Dragic, play dei Suns, va in lunetta per tirare il libero previsto dalla sanzione, ma il numero 36 sopracitato non sembra aver ancora placato la sua rabbia per la chiamata arbitrale e quando vede che il tiro libero non viene realizzato si lascia scappare una frase, urlata senza mezzi termini, che fa più o meno così: “Ball don’t lie!”. Secondo tecnico, espulso. Dopo solo 1’25” diventa l’espulsione più veloce della storia. Il recordman ha un nome che avrete sicuramente già intuito, ma che piace sempre ripetere (declamare talvolta): Rasheed Abdul Wallace.

BALL DON’T LIE – Nei campi italiani di bassa categoria e non solo, lo potremmo tradurre con un “San Giovanni non fa inganni”, ma la storia di questa frase e del suo “inventore” ha un valore che supera la semplice proverbialità nostrana. Questa è una storia americana, perciò ha bisogno dei leciti ricami di contorno che caratterizzano ogni fatto avvenuto oltreoceano. “Ball don’t lie” è filosofia, è la citazione di un filosofo nato a Philadelfia il 17 settembre del 1974. Un filosofo che però ha scelto come mezzo comunicativo non un banco di scuola o un giardino del tempio, ma il parquet delle palestre di pallacanestro. Da buon filosofo poi, si è adoperato di spargere il verbo ovunque e come nella migliore tradizione peripatetica greca ha camminato in ogni città americana benedicendola con le sue intuizioni. Parole appunto, ma perlopiù fatti e diciamocelo, che fatti. La palla non mente mai e con Rasheed Wallace è sempre stata particolarmente sincera. Fin dal liceo mette in mostra le sue doti, frutto di una tecnica ed una tenacia fuori dal comune, che lo portano a primeggiare su entrambi i fronti del campo, alternando fin da subito ai movimenti da post eccellenti medie a rimbalzo. Wallace però riscontra immediatamente una certa insofferenza all’autorità, soprattutto quand’essa risulta imposta. Ecco che cominciano ad esempio le prime scaramucce con gli arbitri, ma anche con i compagni di squadra, con le cosiddette stelle che a suo modo di vedere non dovrebbero esistere in un sistema di pallacanestro. Già perché Rasheed è tanto forte quanto pronto al lavoro sporco, seppur spesso questo lo abbia portato fuori dai limiti. Limiti che però valicava semplicemente giocando: non si conoscono tanti giocatori in grado di abbandonare North Carolina al secondo anno, andare in NBA ed essere in grado di fare più di cento triple ed altrettante stoppate in una sola stagione. Come altrettanto pochi sono i giocatori che alla richiesta “Tira!” rispondono “Con che mano? Per me è indifferente”. D’altronde per permettersi di affidare il proprio mantra di vita alla “palla” (“ball”) bisogna essere in un certo senso portati.

CON L’ANELLO AL DITO MEDIO – Quando nel 2004 vinse il titolo con Detroit, portò l’anello della vittoria da un gioielliere affinché lo adattasse al suo dito medio, anziché all’anulare. Uno smacco alla normalità, una ventata d’aria fresca, ma soprattutto la prova che anche una “testa calda” (se dotato almeno della testa, nel caso alquanto raffinata) può essere un vincente. Un rematore infaticabile Rasheed, che ha preso sulle spalle una squadra piena di talento, ma senza stelle e l’ha portata a trionfare contro i Lakers in versione “I Mercenari 3” (non me ne vogliano i critici, ma quella formazione era un prodotto commerciale di vecchie glorie in cerca dell’ultimo successo). Un rematore infaticabile, ma spesso scambiato per un salmone controcorrente e pertanto “bollato” piuttosto che compreso. Bollato dai soliti arbitri, che partendo prevenuti hanno talvolta esagerato nelle sanzioni. Una qualsiasi protesta, se fatta da Rasheed aveva un peso differente. Non per altro vanta altri tre record non invidiabili per i puristi della disciplina, ma senza dubbio frutto del suo essere diventato un personaggio poco raccomandabile. 41 tecnici in 80 partite disputate, record per singolo giocatore in una singola stagione, più di 300 in carriera (altro record All-time) e sette giornate di squalifica per aver minacciato con non troppo garbo un arbitro davanti allo spogliatoio (record per la squalifica più pesante inflitta ad un giocatore per un fatto avvenuto fuori da campo, doping e droga esclusi). Dunque un personaggio, un etichetta di Bad Boy che tanto si addice alla Detroit di Isiah Thomas e tanto ha giovato a quella del 2004 di Larry Brown, ma che come tutte le etichette è difficile da far comprendere a tutti. Sheed infatti o si ama o si condanna, non ha mezzi termini. L’unico compromesso che accomuna le parti è il rispetto che si prova davanti a questo giocatore.