Gli Intoccabili

Gli Intoccabili – Il record dei Bulls del 1995-96: ecco perché è la squadra più forte di sempre

Di solito, quando si parla di record, spunta spesso il nome che non ti aspetti. La meteora che in una singola prestazione è riuscito a mettere il suo nome prima di altre più affermate certezze. A volte è bello andare a cercare il nome che non ti aspetti, soprattutto perché degli altri ne hai sentito dire e, diciamocelo onestamente, non fa più tendenza parlarne. È sempre bello fare gli Indiana Jones delle notizie, fare i saccenti di turno per tirare fuori il cavillo che nessuno sapeva sia per dovere d’informazione, ma anche per riempirsi l’orgoglio. È sempre bello, però si rischia di fare la figura dei presuntuosi e visto che passerò per presuntuoso solo per aver detto ciò, per questa puntata parliamo di qualcosa di davvero “commerciale”.
Andy Warhol, maestro della cultura pop, ci ha dato dimostrazione di come sia possibile prendere il volto più famoso d’America e ripeterlo in varie tonalità per snaturarne la personalità e consacrarla invece alla storia (dell’arte e della pubblicità). La stagione NBA 1995-1996 è una bellissima dimostrazione dell’arte popolare: prendete la squadra più famosa del mondo, i Chicago Bulls, poi prendete una loro vittoria e ripetetela per un numero indefinito di volte (72 per esser pignoli) ed avrete davanti a voi, come le serigrafie di “Marilyn”, un capolavoro dell’arte contemporanea. Ecco a voi, signore e signori, “la squadra più forte della storia”.

I PIÙ FORTI PER DAVVERO – Come detto, questa volta parliamo di un record che rispecchia il reale valore degli interpreti. I Chicago Bulls, reduci dal primo, dal secondo e dal terzo titolo della loro storia, si presentano alla stagione ’95-’96 forti di un prestigio andato però in parte perduto nel biennio precedente. Infatti, dopo il threepeat, arriva il ritiro di Michael Jordan che di fatto consegna le chiavi della NBA ai Rockets di Olajuwon e condanna alla mediocrità i Bulls. Jordan ovviamente non ci sta a guardare dalla poltrona e, tornato sui suoi passi, riprende a giocare alla fine della stagione ’94-’95, che è solo un riscaldamento prima del ritorno definitivo, appunto, la stagione successiva. Ecco dunque ripristinato il “vecchio gruppo”, che con l’innesto di qualche pedina che risulterà fondamentale (Toni Kukoc, già ai Bulls, ma mai compagno di MJ) riprende proprio da dove aveva terminato, da quell’imperativo che ha guidato tutti i grandi imperi della storia: vincere. E vinsero qualcosa come 72 partite in stagione regolare, lasciando da sole 10 sconfitte, lasciando lontano il record precedente dei Lakers ’71-’72 (69-13, replicato l’anno dopo dagli stessi Bulls). Primi e secondi dello stesso record, se due indizi fanno una prova, rischiamo seriamente di avere un colpevole. La colpa? Essere i migliori.

LA FORMULA VINCENTE: DIFESA E POI… POI C’È MICHAEL – Di solito finisce sempre allo stesso modo: quando perdo più di due partite a 2K contro i miei amici finisce che mi arrabbio e dico “Va be, la prossima prendo Jordan”. In un gioco dove non esistono trucchi, sia alla Play sia nella realtà, la grazia divina per una volta ci ha regalato qualcosa che sconfini oltre la normalità e rasenti la perfezione. La storia di Michael è nota, i retroscena anche (se seguite My-Basket lo saprete sicuramente), quindi è inutile sprecare altre parole senza che queste si trasformino in una profana preghiera al basket. Per questo mi piacerebbe concentrare l’attenzione ora su due dati statistici che sono simbolo non solo dello strapotere di Jordan, ma dell’intera squadra guidata da Phill Jackson (“mica pizza e fichi”, se mi passate il detto).
Con 92,9 punti subiti a partita i Bulls finirono la stagione con la seconda miglior difesa del campionato, dietro solo a Detroit. Se a questo aggiungiamo ovviamente i 105,2 punti fatti nell’altra metà campo ecco spiegata, con una semplice sottrazione, tutta la forza di Chicago: 12,2 punti di scarto a partita, record assoluto in questo campo, che si spiega naturalmente analizzando da una parte il lavoro del Triangolo in attacco e dall’altra l’impenetrabilità di una difesa che poteva contare su elementi come Dennis Rodman e Scottie Pippen. “Our defense was the greatest attribute of that team” dichiarò quest’ultimo, proprio a sottolineare che la dipendenza da Jordan non era poi così forte. Un quintetto che contava su Michael, Pippen e Harper in difesa sul perimetro consentiva a Chicago di lasciare Rodman solo in area a fare a sportellate contro i lunghi avversari. Già perché il secondo lungo era una nota abbastanza dolente: Kukoc da 4 era devastante in attacco, ma gracile in difesa, con Longley da 5 invece si avevano più centimetri, ma meno qualità. Malgrado questo “buco nero”, l’efficacia degli esterni e la genialità difensiva di Rodman hanno fatto sì che ogni partita dei Bulls cominciasse, come detto, 12,2 a 0. Alla fin dei conti proprio un bel handicap.

8 APRILE 1996 – Se in quella data ad un abitante di Chicago avessero detto che un concittadino di colore in meno di quindici anni sarebbe salito alla Casa Bianca avrebbe avuto meno difficoltà a credere a questa “sparata” piuttosto che a quanto successo allo United Center. Infatti, a meno di un mese dalla fine (FINE) della stagione, i Bulls persero la loro prima partita in casa. Un record, che tale è rimasto anche dopo la seconda sconfitta casalinga poco tempo dopo, che ha permesso ai Bulls di finire la Regular Season con 39 vittorie e 2 sconfitte (Charlotte e Indiana, l’unica a battere due volte Chicago in quella stagione) tra le mura amiche. Acquistare un biglietto per lo United Center era diventata una scommessa vinta in partenza: oltre ad ammirare il capocannoniere, l’MVP del campionato, l’MVP dell’All Star Game ed il futuro MVP delle Finals (perifrasi per dire Jordan), sapevi benissimo che avresti festeggiato una vittoria. Monotono? Chiedetelo a quelli che hanno avuto la sfortuna di acquistare i biglietti solamente delle due sconfitte e poi ne riparliamo.
Il trend dei Bulls non ha avuto un momento di cedimento, neppure ai Playoff. Ad una RS da urlo si aggiungono il 3-0 contro Miami al primo turno, il 4-1 contro i Knicks al secondo, il perfetto 4-0 ai Magic di Shaq in finale di Conference e il meno perfetto 4-2 sui Sonics che laureò comunque campione NBA per la quarta volta la franchigia dell’Illinois.
Una stagione vincente, nel vero senso della parola, che portò alla vittoria finale. Spesso, per semplice gioco statistico, ci soffermiamo a calcolare medie e percentuali paradossali, che fanno sì parte del gioco, ma sconfinano un pochino oltre la sua giocabilità. Sono record divertenti, particolari, ma alla fine il record che conta è solamente uno: all’interno della partita il punteggio, all’interno di una stagione le vittorie. I Bulls sono riusciti ad imporre la loro superiorità in questo senso, nel senso più pratico e materiale, senza dare importanza ad altre statistiche, solo vincendo. È facile no?