Il campetto tra Italia e USA. Storie di imprese, leggende e passione

C’è un posto, molto vicino a tutti noi, nel quale appena entri sembra che tutti i problemi se ne vadano all’istante. Un coffee shop? Ok che con i moderni mezzi di trasporto anche Amsterdam è facilmente raggiungibile, ma no. Il baretto del paese nel quale individui anziani brindano dalle sette del mattino? Suggestivo, ma ripetitivo. No, sto parlando di un posto intriso di magia e di tradizione, di sfide centenarie, di scarpe consumate, sudore, passione e parolacce. Sto parlando del campetto.
Penso che qualunque appassionato di palla a spicchi sia stato almeno una volta al campetto della propria città, anche giusto per provare che effetto facesse stare in mezzo a tutta quella gente. La realtà italiana è da sempre piuttosto frammentaria in questo senso. Ci sono città nelle quali trovare un campetto affollato è più facile che trovare una pizza a Napoli, mentre ce ne sono altre nelle quali è già tanto se ne hanno costruito uno nel 1974 in un oratorio di periferia, dunque non parliamo di un contesto unitario, nel quale la passione anche da parte delle istituzioni è mediamente la stessa. Sappiamo tutti la considerazione della quale gode il nostro sport preferito in questo Paese (e a tal proposito vi consiglio di gustarvi questo video), ma non è questo il punto che vorrei sviscerare in questa occasione.
Mi interessa molto di più concentrarmi sul perché il campetto attrae così tanta gente, sul perché ci si passano giornate intere d’estate, quando studio e lavoro battono in ritirata e su come è vissuto dall’altra parte dell’Oceano.

Street Basketball - Rucker's Street Tournament Tryouts
Innanzitutto penso che il campetto sia uno dei più grandi e potenti luoghi d’aggregazione dell’epoca moderna. Basta presentarsi, anche senza pallone, magari c’è qualcuno che sta già giocando e basta un: “Hey, posso giocare?” ed è cosa fatta. In questo caso sto parlando della realtà che conosco più da vicino, ovvero quella di Pavia, la città nella quale risiedo. Non essendo una città molto grande i campetti sono pochi, ma piuttosto frequentati, dunque è facile incontrare qualcuno per qualche partita. Il campetto vive di regole a parte, che non necessariamente e non sempre sono quelle del basket tradizionale: il tre contro tre, i falli chiamati “personalmente”, la tabella dichiarata, la lotteria di tiri liberi per decidere i partecipanti e il primo possesso, sono tutte regole create e tramandate oralmente, senza un manuale o un’organizzazione ben strutturata. Ma è proprio questo il bello di tutto ciò: l’improvvisazione, e il fatto che tutto sommato questo tipo di regole sia arrivato in ogni parte del mondo. Mi scuserete se porto un altro esempio che deriva dalla mia esperienza personale. Pochi giorni fa mi trovavo in uno dei campi della mia città di cui sopra, che trovandosi in una zona di residenze universitarie è spesso popolato da studenti stranieri e in particolar modo da ragazzi cinesi. Non c’è stato bisogno di dire alcunchè. È bastato un semplice: “Let’s play!” (“Giochiamo”, ndr) e le regole erano già condivise, non c’è stato bisogno di ribadire o sottolineare nulla.
Il campetto dunque unisce culture e mentalità molto diverse e distanti tra loro. Torno su questo punto perché mi sembra particolarmente importante. Viviamo in un’epoca nella quale un proprietario della NBA viene radiato a vita dalla Lega perché (contraddizione delle contraddizioni) non sopporta i neri, nella quale vengono create ad hoc campagne di marketing e pubblicità per sensibilizzare in merito al problema del razzismo negli stadi di calcio in Spagna, quindi non è difficile notare come la questione dell’integrazione tra popoli sia ancora oggi una questione aperta. A questo proposito inviterei tutti coloro che credono che l’integrazione sia un disvalore, una cosa che “indebolisce” una determinata cultura a farsi un giro in un campetto. Italiani, cinesi, filippini, camerunesi, rumeni e cubani giocano tranquillamente tutti insieme, in nome della passione comune che tutti nutrono per quella palla arancione a spicchi. Il rispetto viene prima di tutto: tu rispetti il gioco quanto lo rispetto io, e allora non ci sono problemi; giochiamo insieme e divertiamoci.
Ogni campetto, di ogni città per quanto piccola, e di ogni regione italiana, ha le sue “leggende”. Giocatori, ma prima di tutto uomini che hanno fatto la storia del basket di strada di quella città, semplicemente perché ci vanno tutti i giorni da quando avevano dieci anni, oppure perché il loro talento era effettivamente strabordante. Storie di partite leggendarie, di gesti tecnici irripetibili, di grida, di ultimi tiri segnati o sbagliati, gioia o rabbia in ogni caso dimenticate cinque minuti dopo al cospetto di una birra o di una bottiglietta d’acqua per i più salutisti. Sono anche queste le caratteristiche che rendono i campetti dei luoghi di culto per tutti gli appassionati. A volte ci si conosce tutti, a volte arriva qualcuno di nuovo e magari sei proprio tu a raccontare di quella volta che hai visto con i tuoi occhi un giocatore illegale segnarti in faccia dieci triple, e peccato che oggi non c’è, se no te lo raccontava lui.
Poi ci sono leggende che travalicano i confini cittadini o regionali. Ci sono giocatori che passano una volta ogni secolo, e che qualcosa di troppo grande ci ha tolto prima del tempo. Ci sono giocatori e persone come Gabriele Piazzolla. Un talento come il suo sui playgrounds milanesi lo si deve ancora vedere (se volete leggervi la sua storia potete cliccare qui e vi verranno le lacrime agli occhi). Tra la leggenda e la verità c’era semplicemente lui, che magari ti umiliava in campo, ma che alla fine aveva una parola buona per tutti. Il “Piazz” è a mio parere il singolo personaggio che incarna maggiormente l’essenza del campetto italiano. Un ragazzo semplice, con una passione smisurata per questo sport, che sapeva fare cose che il novanta percento degli altri giocatori forse mai aveva anche solo pensato. Come già detto ogni città, e forse ogni campetto ha il suo personale “Piazz” della situazione, il che potrebbe dar vita a una serie di storie e di aneddoti così grande da riempire un’enciclopedia Treccani. Ogni città può portare il proprio contributo nell’immensa parabola dei campetti: una storia destinata a non finire mai.

La leggenda dei playground italiani, Gabriele "Piazz" Piazzolla

La leggenda dei playground italiani, Gabriele “Piazz” Piazzolla

Concludiamo il nostro focus con una panoramica sul mondo dei campetti americani. Personalmente non ho mai avuto l’opportunità e la fortuna di mettere piede su uno di essi, dunque le mie parole si basano esclusivamente su ciò che ho potuto leggere a riguardo nel corso di questi anni.
Come abbiamo già sottolineato il basket dei campetti è un gioco globale, dunque le caratteristiche esposte precedentemente valgono, e anzi sono probabilmente accentuate anche per quanto riguarda il gioco d’oltreoceano. Del resto sono stati loro a creare ciò che è poi arrivato nel nostro Paese, motivo per il quale anche la mentalità del basket di strada si deve interamente agli americani. Agli Stati Uniti si devono non solo le “tecniche” più spettacolari, dal crossover alla ankle breaker (la cosiddetta “spezzacaviglie”), all’alley hoop, e potremmo andare avanti così per giorni, ma anche il modo di parlare e di raccontare il basket al campetto.
Innanzitutto nei playground più importanti e prestigiosi, come il Rucker Park a New York, esiste un vero e proprio “emcee”, ovvero un intrattenitore che col microfono racconta le gesta dei giocatori in campo come un aedo o un rapsodo poteva fare nell’antica Grecia quando venivano narrate le imprese dei protagonisti dell’Iliade e dell’Odissea. Il basket assume una valenza epica, una dimensione narrativa totalmente diversa e per certi versi opposta a quella dei telecronisti. L’emcee infatti non ha un ruolo sempre super partes, non c’è nulla di preparato, le frasi sgorgano come un fiume in piena e chi racconta si esalta insieme ai giocatori o li prende in giro se sbagliano platealmente una giocata. Uno dei più celebrati e quotati intrattenitori in questo tipo di partite è Bobbito Garcia, che sui playground americani ci ha pure girato un film chiamato “Doin it in the Park” insieme al regista francese Kevin Couliau. Bobbito da buon newyorchese ha contribuito a diffondere il basket dei campetti in diversi modi: ha partecipato e condotto innumerevoli show radiofonici, ha scritto di sneakers e collaborato con ESPN e partecipato come emcee a diversi altri eventi promossi dalla NBA e dalla NCAA. Grazie a lui è nato ad esempio il soprannome di Lance Stephenson, “Born Ready”, che ha coniato dal nulla durante una partita al Rucker tra stelle liceali (partita che potete vedere nello splendido documentario “Gunnin for That Number One Spot”). Grazie agli emcee si sono formate le più grandi leggende del basket di strada americano, da Lloyd “Swee Pea” Daniels, a “Pee Wee” Kirkland, per arrivare fino a Ron “Terminator” Matthias (il padre dell’attuale giocatore di Roma Quinton Hosley, a sua volta leggenda dei campetti di New York), o all’immortale Earl “The Goat” Manigault.

Il Teatro dei Sogni del basket

Il Teatro dei Sogni del basket

Tutti questi giocatori leggendari sono stati raccolti e raccontati magistralmente da Pete Axthelm, giornalista e autore di “The City Game”, che è universalmente considerato la Bibbia del basket di strada americano. Tutto ciò per affermare che quanto accade da noi è come sempre amplificato nell’incredibile bacino d’utenza americano, dove un libro sui campetti può tranquillamente vendere milioni di copie e un film sullo stesso argomento può essere visto da centinaia di migliaia di persone, pur rimanendo sempre all’interno della distribuzione indipendente. Molto ha aiutato anche la diffusione prima delle videocassette e in seguito dei dvd dell’And1 Mixtape Tour: una serie di video nei quali si potevano osservare le gesta dei migliori “streetballers” del Paese.
Cominciò tutto quando, nel 1998, un tape video dalla pessima risoluzione finì non si sa come tra le mani di uno dei dirigenti della casa di produzione sportiva And1, che stava iniziando a farsi strada nel mercato delle scarpe e del materiale cestistico di diverso tipo. Il video mostrava un ragazzo che si esibiva in numeri incredibili con la palla in mano, o almeno questo si capiva dalla scarsa qualità delle immagini. Il ragazzino in questione si chiamava Rafer Alston, ma tutti lo conoscevano con il nome di Skip To My Lou (che non vuol dire niente ma suona bene). I dirigenti ne furono rapiti: Alston, che all’epoca era appena uscito da Fresno State e si era dichiarato al Draft 1998, fu subito contattato. La And1 voleva vendere il suo video, che fu presto rinominato “The Skip Tape” e che si rivelò un successo clamoroso. Il pubblico impazziva per le gesta di Skip, e voleva dell’altro, così And1 prese l’abbrivio e cominciò a lanciare un video all’anno che mostrava le immagini non solo di Alston (che in seguito ebbe una buona carriera NBA con Houston), ma di tutti i migliori giocatori di strada. Ci fu così lo spazio per produrre e distribuire dieci “Mixtapes”, che furono di fatto interrotti dopo l’avvento e la diffusione di Youtube, grazie al quale le dette imprese erano disponibili gratis in tutto il mondo, e allora perchè pagare per ciò che puoi avere a zero?

Alcuni protagonisti dell'And1 Mixtape Tour 2005

Alcuni protagonisti dell’And1 Mixtape Tour 2005

In definitiva il campetto, sia qui sia negli USA, è un modo per distrarsi dai problemi di tutti i giorni, un modo per farsi dei nuovi amici con i quali magari senza il basket non avresti neanche cominciato una conversazione, è un modo per raccontare e raccontarsi, un modo per imparare cose nuove sulle persone e sul basket. Ci sono tanti modi per descrivere il playground, e ognuno usa quello che preferisce, in quanto ognuno lo vive in maniera diversa, così come sono diverse le sensazioni che si provano quando ci si ritrova ancora lì dopo anni di battaglie, quindi non vi dirò un unico sentimento che possa racchiudere tutto poiché per alcuni di voi potrebbe sembrare riduttivo, ma mi limiterò a dare una definizione conclusiva che possa comprendere quante più sensazioni diverse. Il campetto è uno stile di vita.