Rubriche Storie di pallacanestro

Il miglior allenatore di High School della costa orientale

Libero riadattamento di un triste epilogo: la fine di Clifton Herring, l’uomo che tagliò Michael Jordan

James ha sessantacinque anni e ben pochi ricordi. Ogni sera cancella la sua giornata al bancone e si sveglia la mattina in un groviglio di cartoni, con un paio di bottiglie di vino e qualche spicciolo rubato ai distributori automatici di preservativi. Non ricorda chi sia sua madre, di aver mai avuto un padre o da quale paese provenga. Non sa neppure cosa abbia fatto ieri. Una cosa però se la ricorda bene. Lui era un allenatore di pallacanestro, il miglior allenatore di High School della Virginia. Eccome se se lo ricorda. Conserva in un antro oscuro della memoria ogni singolo giocatore passato al suo capezzale, ogni singolo allenamento, ogni singola partita ed ogni dannato centimetro quadrato di parquet nella sua palestra alla Bethel HS. Ogni dannato centimetro.

Il cielo sta imbrunendo e James è stanco di girovagare per le strade di Brooklyn. Ha proprio voglia di farsi un bicchiere. Le mani affondano nella tasca alla ricerca di qualche centesimo. Lui, il miglior allenatore della East Coast ridotto così. A Brooklyn nessuno lo conosce, hanno i loro miti locali, negretti strappati al circo e messi ad inseguire un pallone sull’asfalto, giocolieri ed acrobati. Tom non ha ancora chiuso il locale e James ci si abbandona dentro.

“Ciao Tom, scotch con acqua.”

“Ne hai di grana oggi Jimmy? Non posso sempre farti credito.”

“Tranquillo, un paio di giri dovrei reggerli.”

Gli deve una manciata di dollari e lui gliela fa pesare, come se avesse un mutuo o fosse il peggiore degli strozzini. Non c’è più rispetto per chi ha avuto la gloria, ormai si guarda solo al presente, al libretto degli assegni, al posto fisso e ad una moglie che ti pulisca il culo. Non basta essere stati il miglior allenatore di questo fottuto paese.

James beve piano il suo scotch. Non ha fretta, nemmeno per sbronzarsi. Si avvicina al giornale e sfoglia distratto fino alla pagina sportiva.

“Hai visto gli Sparks, Tom? Fanno veramente schifo quest’anno.”

“Sai che non seguo il basket Jimmy.”

“E come fai a dire di essere al mondo allora?”

Tom fa finta di niente e non cede alla provocazione di James. Sono soli nel locale e non ha voglia di discutere sulle panzane di un vagabondo alcolizzato.

James comincia a canticchiare un vecchio ritornello mentre sfoglia il giornale e segue uno ad uno i risultati. Sono passati vent’anni dall’ultimo allenamento.

Dopo dieci minuti di silenzio, la campanella alla porta squilla ed entra una giovane donna, sui trentacinque, che ordina un caffè e si sistema nell’angolo più remoto. Quando passa accanto a James si volta e lo guarda un attimo di sbieco. Il ritornello è lentamente diventato un lamento.

“Ehi Jimmy, piantala!” Lo ammonisce Tom.

Fa finta di non sentire, ma abbassa leggermente il tono della voce. Non è ancora giunta l’ora di farsi cacciare dal locale. Ha ancora bisogno di un paio di giri e Tom è l’unico che glieli concede a credito.

A seguire la donna, poco dopo, arrivano tre ragazzi, sbarbati, probabilmente al secondo anno di college.

“Ragazzi io non penso che Stanley possa tenere queste medie per tutta la stagione.”

“L’anno scorso segnava solo cinque punti in meno, può farcela fidati.”

“Non è questo il problema. L’anno scorso non aveva le stesse responsabilità! Quest’anno senza di lui i Titans sono una merda. E sotto pressione lui non sa giocare.”

James ascolta attentamente ed intanto ordina ancora un giro al riluttante Tom. Ormai il fegato consumato non regge più come una volta ed arrivato a metà del secondo scotch inizia a sentire la testa vorticare. Con la lingua impastata e gli occhi rossi si avvicina ai tre ragazzi, dapprima con aria disinvolta.

“No no, non credo. Hai visto ieri sera che cazzo di partita? Cameron non sapeva più in che modo fermarlo. Gli ha messo sei triple in faccia, una dietro l’altra e senza batter ciglio.”

“Sapete chi sono io?” Si intromette James, cogliendo di sorpresa i ragazzi. Tom, che osserva attento, si inizia a levare il grembiule ed a farsi preoccupato. A parte pochi viandanti, il suo è un locale per bene.

“Un vecchio ubriaco?” Azzarda uno dei tre.

“Anche. Ma questo lo sono ora. Sapete chi ero io?”

“Un giovane ubriaco?” Continua lo stesso tra l’ilarità dei compagni.

“Io sono, ero o come cazzo preferite, James Harrison. Il miglior allenatore di High School della costa orientale.”

I tre ragazzi lo guardano come a compatirlo, indecisi se continuare il gioco o lasciarlo perdere.

“Si nonno e noi siamo i migliori amici di Sam Gordon.”

“Che nome hai detto?”

“E tu saresti il grande allenatore? Non conosci Sam Gordon? Il più grande giocatore della storia?”

James si distacca un secondo dal tavolo e ordina a Tom un altro bicchiere. Tom ha la collera fin sopra le orecchie, il sopracciglio teso ed i pugni serrati. Per senso del dovere però, prende lo scotch e glielo versa nuovamente.

All’improvviso, dopo una lunga golata, ritorna dai ragazzi.

“Se conosco Sam Gordon?” Gli occhi cominciano a brillare. “Senti brutto arrogantello figlio di puttana, io non solo lo conosco, ma l’ho anche allenato Sam. Se ora è l’idolo che è stato lo deve solo alla fottuta testa di cazzo che hai di fronte.”

I tre sembrano farsi spaventati dai toni minacciosi. Poi, lo stesso, si rivolge al barista.

“Ehi Tom! Da quando fate entrare gli stralunati in questo posto? Sentitelo, l’allenatore di Gordon, questo vecchio pazzo che a stento sa riconoscere una palla a spicchi da un disco da hockey!”

James prende in mano il bicchiere vuoto e fa per lanciarlo al ragazzo, con tutta la rabbia per esser stato deriso. Il precario equilibrio però lo fa scivolare, tra le risate collettive e la vergogna di Tom. Lo stesso va per raccoglierlo.

“Lascia stare. Ce la faccio benissimo da solo. Non ti devi preoccupare per me. Domani vengo a saldare, poi cambierò locale.”

Prende l’uscita e si lascia alle spalle la faccia piatta di Tom, le risate degli stronzi e la schizzinosa biondina.

“Uno si fa il culo tutta la vita per costruirsi un buon nome e poi viene deriso da tre stronzetti sbarbati. Chi cazzo si credono di essere? Solo perché non ho una medaglia d’onore non vuol dire che non sia nessuno. Non ti danno sempre un riconoscimento per quello che fai. Chi cazzo si crede di essere la gente?”

Parlare da solo lo aiuta a smaltire la sbornia o almeno così crede mentre procede a passo svelto tutto avvolto nel cappotto consunto. Sta risalendo un paio di isolati quando vede un campetto illuminato dentro ad un grosso condominio. Sono le nove da poco, il clima è asciutto ed una cinquantina di persone sono appoggiate alle griglie, intorno al campo. Si avvicina per dare un’occhiata. Due negri si stanno girando una canna in disparte, ma lui si avvicina lo stesso per chiedere informazioni.

“Ehi voi! Si proprio voi due. Come mai c’è tanta gente?”

“Non lo sai vecchio? Sta giocando Sugar!”

“E chi cazzo è?”

“Sugar è Sugar. Sembra che gli Sparks gli abbiano offerto un contratto tra i pro. Ci credi vecchio? Un fratello di strada al Madison.”

Ecco un altro buffone che si crede dio. Lascia i due tizi alle loro faccende sporche e si avvicina al campo. Tre negri con la maglia stanno giocando contro due negri ed un bianco a petto nudo. Chi sia Sugar si capisce subito: ha il sudore più luminoso e cento e più occhi puntati addosso. Il ragazzo non si muove niente male. Sta facendo il culo a strisce al suo marcatore, un negretto di due metri che proprio non riesce a stargli dietro. Due palleggi a destra, cambio secco a sinistra e tiro dalla media. Pulito. Così una, due, tre volte. James è quasi stupito. Con la mente rievoca vecchi ricordi.

Una maglia, bianca e azzurra. Un numero, il ventitré, che sventola come la bandiera in un campo militare. Il solo ricordo di Sam lo porta alle lacrime. Il mondo non ha mai visto e mai vedrà un giocatore così.

Due donne di colore stanno tracannando birra mentre si godono i pettorali sudati del loro beniamino. Ne hanno una cassetta piena appoggiata per terra, sull’erba. James si fa sotto e di soppiatto ne frega un paio. Poi fa il giro del campo e cerca l’unico punto di griglia rimasto libero, sul quale appoggiarsi, bere le due birre e godersi la partita.

Sugar sa il fatto suo. Gioca a meraviglia, ma ancora gli manca qualcosa, nello sguardo. Non ha la cattiveria, l’istinto del killer. Ne ha visti tanti perdersi per questo motivo. Grandi talenti, arrivati anche ad un passo dall’apice svaniti in un amen. “Sono molli, questi giovani sono molli. Vedi ragazzo, io sono stato un grande coach e lo capisco subito.”

Il ragazzino sui dieci, in piedi accanto a James, lo guarda storto. “Lo conosci Sam Gordon? Diavolo sì che lo conosci. Tutti lo conoscono. Non sarebbe stato nessuno senza di me.”

Il bambino non risponde e lo lascia parlare da solo. A James piace parlare da solo. “Un giorno eravamo sotto di uno a sette secondi dalla fine. Cazzo. Sam prese un rimbalzo a due metri e mezzo d’altezza, scese come una farfalla, si fece il campo in tre palleggi e quel fottuto ragazzo si arrestò. Durò un eternità. Stette in aria almeno dieci minuti. Cazzo. La palla staccò la sua mano, ma lui andò ancora più su. Due punti e vittoria, tutti a casa. Cazzo, cazzo. Ci credi eh? Io ero la testa di cazzo seduta in panca a sbraitare ordini e schemi.” Gli occhi di James incrociano quelli del ragazzino, che ritorna a poggiare la fronte sulla griglia fredda del campo. Sugar da impartendo lezioni di tango ai poveracci che lo stanno sfidando e lascia la folla al suo clamore. James continua a vagare con la testa ai ricordi di gloria, ai ricordi in cui il tempo ancora non lo aveva completamente ingannato, sì, i tempi in cui Sam Gordon saltava per il campo con il sudore della vittoria appicicato in fronte.

Passano le nove, poi le dieci e si fanno le undici. La gente se ne è piano piano andata. Sul campo restano in quattro. Sugar, il bianco e due negri tifosi accaniti degli Sparks (abbigliati dalle scarpe al cappello coi colori della squadra). James entra in campo. Le birre gli hanno riaperto quella vecchia ferita chiamata sbronza permanente. “Ehi negro!” Urla. “Sì negro, dico a te! A te che credi di saper giocare a basket. L’hai mai vista una partita? Sei sicuro di sapere cosa vuol dire “giocare”. Non siamo al balletto, siamo sul playground.”

“I vecchi vagabondi non sono ben accetti da queste parti. Lascia stare Sugar.” Dice uno dei due fanatici.

“E tu chi cazzo sei? Il suo agente? Non voglio sprecare il fiato con te. Allora superstar! Mi vuoi rispondere?”

Sugar continua a tirare a canestro imperturbabile. James gli si fa sotto, è faccia a faccia. “Allora donnetta, piantala di fare la star e scendi in terra. Ce le hai le palle di batterti con me? Uno contro uno?”

Sugar lo guarda, poi scoppia a ridere.

“Che cazzo ridi? È perché sono ubriaco? Non credere che questo mi impedisca di farti il culo. Io sono James Harrison, mai sentito questo nome?”

“Ne ho sentiti di nomi, ma mai il tuo. Ora vedi di levarti vecchio.”

“Io sono James Harrison. Il più grande allenatore di High School degli Stati Uniti.”

“Si ed io sono la reincarnazione di Sam Gordon. Levati dalle palle.”

Sugar fa per allontanarsi, quando James prende il pallone da terra e lo scaglia verso di lui.

“Non osare mettere quel nome nella stessa frase con il tuo.”

“Se no, che mi fai? Mi vomiti sulle scarpe?” Scoppiano tutti a ridere.

“Dai fratelli leviamoci da qui, questo vecchio mi ha rotto i coglioni.”

Se ne vanno verso l’uscita, quando James grida: “IO SONO JAMES HARRISON!”

Una stretta al cuore lo colpisce, il fiato viene a mancare e rivoli di vomito e sangue scendono dalla bocca. Si accascia a terra. Gli occhi sono semichiusi e vedono in lontananza i quattro ragazzi sparire. È solo, solo e morente disteso a metà campo. Il sonno lo coglie, la voglia di bestemmiare e gridare e bere se ne va.

James riapre gli occhi. È notte fonda. Le luci si sono spente. Sugar e i suoi compagni hanno lasciato il pallone sul campo. Jimmy alza la guancia dall’asfalto, si toglie due pietrose incagliate nella pelle raggrinzita e prende la palla. Si sistema dietro la linea dei tre punti e lascia partire un tiro, ciuffo, netto, senza sbavature. Si riprende il rimbalzo e comincia a tirare a raffica, mentre la retina in ferro geme di piacere ad ogni conclusione. Sempre e solo canestro. Il pubblico si infiamma. È come alla finale, quando Sam si fece il campo intero per strappare al buon dio il titolo. Quando Jimmy aveva ancora i capelli scuri e la cravatta. Quando ogni arresto era una condanna. Ciuffo, ciuffo e ancora ciuffo. Il tempo è un grandissimo avversario, l’unico contro il quale non esistono schemi, ma solo improvvisazione. Questo aveva fatto lui con Sam Gordon, lo aveva liberato dalle catene per consacrarlo alla storia, per immortalarlo nel tempo. Forse però era un vecchio sciocco a rincorrere quel mito, perché non aveva più senso rivangare un passato se nessuno aveva più intenzione di stare ad sentirlo. D’altronde Sam era Sam e sarebbe stato Sam lo stesso senza che lui gli avesse fatto il culo ogni santo allenamento. Però questa era la sua umile vittoria, perché non credere di essere stato qualcuno nella vita del migliore di sempre avrebbe rovinato tutta la sua intera esistenza, basata su questa convinzione. Cosa sarebbe altrimenti ora se non fosse stato l’allenatore di Sam Gordon, sarebbe solamente un vecchio ubriacone, come appare agli occhi di tutti. A volte bisognerebbe abbandonare i ricordi però, ritornare un attimo con la guancia sull’asfalto coperti dal nostro sangue e pensare bene a noi stessi a chi siamo veramente, non a chi di migliore abbiamo potuto conoscere. Perché bisogna essere in grado di sapersi riconoscere, sapere davvero il nostro nome. Perché lui è James Harrison, niente più che questo.

Il bambino sui dieci non riesce a dormire e si affaccia dal balcone di camera sua. La notte è calata sul campo, ma distingue comunque una figura, distesa sul cemento ed avvolta da una grande chiazza scura. Colto da un certo strano sentimento, misto di orrore ed eccitamento, corre a svegliare la madre. “Mamma, mamma c’è un morto sul campo da basket!”