Il ricordo di Nelson Mandela, l’Uomo che ha unito un paese con lo sport

Nella tarda serata di ieri è arrivata la notizia che ha sconvolto il pianeta. Nelson Mandela si è spento all’età di 95 anni. Ed è calato il silenzio sul mondo, perché la perdita è di quelle che non si possono assimilare: è scomparso un Uomo che emanava quasi un’aurea di immortalità, che ha scritto pagine importanti della storia dell’umanità, che era, è e sempre sarà il modello delle rivoluzioni che singoli individui sono stati capaci di compiere. No, la “U” maiuscola non è un errore, è semplicemente dovuta quando si parla di Madiba perché stiamo parlando del simbolo di un mondo positivo, di un’icona senza tempo, di un guerriero che non ha mai tradito i suoi ideali ed è sempre stato mosso dalla volontà di fare del bene per il prossimo.

Pur essendo ancora vivo fino a ieri, le sue gesta erano già storia da molti anni: tutti sanno che è l’Uomo che si è battuto con tutte le sue forze contro l’apartheid, affrontando il razzismo istituzionalizzato, la povertà e le disuguaglianze, promuovendo la riconciliazione razziale. Neanche 28 anni passati nelle fredde celle sudafricane sono riusciti a far incrinare il suo credo e scalfire la sua lotta. Perché Mandela era un combattente vero, un idealista che non ha mai dimenticato la sua battaglia, un Uomo che si è distinto in tutte le sfere della vita, guadagnandosi l’ammirazione del mondo.

Madiba era anche un appassionato sportivo. Credeva fortemente nello sport, che vedeva come l’unico mezzo in grado di unire le persone, qualunque fosse la loro condizione sociale, sia in Sudafrica che in tutto il globo. “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Di unire la gente. Parla una lingua che tutti capiscono. Lo sport può creare la speranza laddove prima c’era solo disperazione”. Quattro frasi in cui Mandela credeva fortemente e lo ha dimostrato dopo aver trionfato nelle prime elezioni a suffragio universale: fatto il Sudafrica, bisognava fare i sudafricani. Ma come fare per ricongiungere gli afrikaneer, i bianchi fautori dell’apartheid, ai fratelli neri?

Occorreva un gesto di pacificazione e Madiba decise nel 1995 che lo sport avrebbe fatto al caso suo: approfittò dei Mondiali di rugby che si svolgevano proprio in Sudafrica per fare di due paesi distinti uno solo. Per la prima volta, gli Springboks erano composti sia da giocatori bianchi che di colore: Mandela puntò tanto, forse tutto, su quella squadra, ed alla fine fu ripagato. Gli Springboks vincono la Coppa del Mondo battendo in finale gli All Blacks, il team più forte e temuto al mondo. Madiba siede in tribuna, mentre 62mila persone, per la maggior parte bianche, lo acclamano. Quella partita solennizzò la nascita di una grande comunità, aperta, globale, multiculturale.

Ma non solo rugby, il leader sudafricano era anche un “amico” della NBA. Non a caso ha svolto un ruolo determinante nella partnership tra la più importante lega cestistica del mondo ed il suo paese, che, anche grazie a giocatori come Dikembe Mutombo e Alonzo Mourning, ha permesso di aprire le porte della NBA a quella parte del mondo che da incarnazione del razzismo era stata trasformata in una democrazia guidata da uno dei più grandi leader che abbiano mai messo piede sulla terra. Nella primavera del 2010 la NBA ha aperto anche un ufficio a Johannesburg ed il commissario David Stern, alla notizia della scomparsa, ha voluto spendere parole importanti per lui: “Nelson Mandela non è stato solo una grande leader, ma anche una fonte di ispirazione per tutto il mondo ed un amico della NBA. Ha condotto il Sudafrica alla democrazia attraverso grandi sacrifici personali e nella ricostruzione del suo paese ha capito come sfruttare il potere dello sport per ispirare e unire le persone di qualsiasi etnia e classe sociale”.