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La cultura del paragone è un male atavico

Photo Credits: Real Madrid
Photo Credits: Real Madrid

Apprezzo moltissimo che il mondo dell’informazione cestistica si stia accorgendo, finalmente, di Luka Doncic. El doncicismo, peraltro, sarà presto un movimento pseudo-culturale a 360°, perché quando si parla di Europa dell’Est e zone balcaniche, è inevitabile un simile processo. Eppure, ciò che non apprezzo in alcun modo è la ricerca di un paragone con giocatori del passato.

Il paragone, un male atavico. Un male che attanaglia tutti, perché chi non ha mai paragonato il nuovo partner al precedente? In ciò sta il male, nell’intrinsecità del paragone. Paragonare nuovo e vecchio è impossibile, per quanto chiunque ami farlo. Paragonare due entità diverse, nate e sviluppatesi in periodi storici diversi, è altrettanto impossibile. Definire Tizio come “il nuovo Caio” è pura utopia: una ricerca dell’irrazionalità che, nella pallacanestro come in qualsiasi altro sport, rovina entrambi i paragonati. Doncic non è il nuovo Petrovic. Non è il nuovo Kukoc. Non è nemmeno il nuovo Gallinari. Non tanto perché, in potenza, sia meno forte dei tre citati – di Petrovic, sicuramente sì – quanto piuttosto perché il paragone è insensato. Paragonereste mai una mela verde, succosa e zuccherosa, a una mela rossa, altrettanto succosa e zuccherosa? Sì, ma solo per il colore della mela.

La particolarità di un giocatore di pallacanestro, peraltro, è sacra. Non si può, infatti, paragonare un giocatore in potenza, quale Doncic, con giocatori in atto, quali i sopracitati. Si possono paragonare le mere e fredde statistiche, ma non si possono analizzare tali numeri nell’ottica di un’interpretazione che porti alla scoperta di similitudini. Qualcuno potrà obiettare che Kobe Bryant avesse movimenti identici a quelli di Michael Jordan, ma questo non sarebbe un paragone. Bryant ha studiato MJ, ne ha tratto ispirazione, ma poi ha giocato la sua pallacanestro. Pertanto, Bryant non è il “Jordan del XXI secolo”. Nello stesso solco, considerando il paragone più ricorrentemente approntato, Doncic non è il nuovo Gallinari. E basta con questo fottuto sensazionalismo, perché non se ne cava nulla, in alcun modo. Adesso sembra che in ogni partita, in ogni azione, in ogni giocata Doncic faccia qualcosa di epico. Siamo, forse, alla follia. Una follia che deriva dal paragone, manco a dirlo.

Se in ogni nuovo talento rivediamo un potenziale campione affermato, allora la deriva è dietro l’angolo. Intendevo dire questo, quando affermai che Doncic è un qualcosa di mai visto. Non può essere paragonato ad alcun altro giocatore, perché il paragone porta con sé, come una zecca, l’ignoranza dei paragonati. Gallinari a 17 anni giocava in Legadue, a Pavia; Doncic a Madrid, in Liga. Ciò però non giustifica l’affermazione che Doncic sia più forte di Gallinari a pari età, poiché manca una controprova importante. Gallinari, nel Real Madrid del 2005/2006, quanto e come avrebbe reso? Probabilmente non avrebbe manco giocato, ma non si ha la certezza. Il paragone può esistere laddove si voglia parlare di come si “coltiva” un talento. Il Real Madrid preleva giovani bambini da tutta europa – lo stesso dicasi per tutte le squadre spagnole – e a 17 anni ti considera già pronto per la prima squadra (Dino Radoncic è un altro che esordirà a breve, potete scommetterci). In Italia, invece, a 24/25 anni sei ancora considerato un “giovane”, forse di belle speranze, più certamente quasi bruciato rispetto alle premesse.

La cultura sportiva è diversa e forse lo è anche il modo di fare informazione, per quanto conosca pochissimo il mondo iberico. Mi sembra chiaro, però, che il sensazionalismo nostrano alla lunga stanchi. L’arte del far passare tutto come un qualcosa di sensazionale è una piaga. Una piaga incredibile. Non tanto perché sia sbagliato essere esteti o apprezzare un gesto tecnico/atletico. Quanto perché, ormai, tutto sembra speciale, unico, irripetibile. Anche un semplice taglio a canestro diventa poesia. Eppure di poeti, su un parquet, attualmente in Europa ne vedo due: Teodosic e Llull. Il resto sicuramente merita, ma non è poetico. E allora a che serve questo “paragonare”? Semplicemente, a nulla. Se non a sviluppare nel lettore un interesse che lo porti a cliccare, condividere, commentare. La chiamano “cultura del click” e ci siamo caduti tutti. Il problema è che cadendoci, ci rendiamo colpevoli del reato di lesa maestà. Nell’Inghilterra basso-medievale e moderna ci avrebbero bolliti vivi o decapitati, in base al nostro rango sociale. Oggi, invece, ci esaltano. Perché è lesa maestà il paragonare giocatori mai visti dal vivo, conosciuti per qualche video su Youtube, santificati per “sentito dire”, a giocatori che si conoscono comunque marginalmente.

Il paragone, nei termini qui proposti, rovina lo sport. Petrovic rimane Petrovic. Jordan rimane Jordan. Doncic rimarrà Doncic. Nulla più, nulla meno. Con buona pace del sensazionalismo e della cultura del click, alla quale molti di noi hanno venduto l’anima per un altro male, stavolta non atavico: la visibilità sui social network.