La mia prima partita ai Playoffs NBA – di Amarilli Novel

Grizzlies @ Spurs: Game 2 of Western Conference Finals

È giorno di partita a San Antonio. Il vicino di casa ha appeso sulla porta d’ingresso un piccolo canestro bianco e grigio con uno sperone disegnato sopra, per strada molti indossano le t-shirt di Ginobili o di Duncan e sugli autobus lampeggia la scritta “Go Spurs Go!”. L’Interstate 35 è piena di Suv e Truck come ogni giorno, ma da un paio di finestrini oggi spuntano anche le bandierine degli Spurs e nell’ultimo distributore di benzina prima dell’AT&T Center, un tizio con la maglietta di Parker ha appena finito di riempire il serbatoio e risale sulla sua macchina. Stiamo andando tutti nello stesso posto: nell’arena indoor che contiene più di 18.000 spettatori. Per me, che del basket so poco o niente, è un’incognita: capirò le regole? Mi appassionerò? Si vedrà.

Il parcheggio è una marea di auto allineate tra sezioni e sottosezioni: uno dei primi posti liberi, non troppo distante dall’ingresso, costa 8$. Davanti alle porte principali i metal detector controllano borse e tasche e gli scanner registrano il codice a barre stampato sui biglietti. Poi, si entra. Stasera i San Antonio Spurs sfideranno i Memphis Grizzlies per la seconda volta: la prima sfida è stata un trionfo per la squadra texana e tra qualche ora sapremo se anche stavolta i giocatori del Tennessee verranno battuti o meno.

Dentro, su ogni sedile, c’è un asciugamano grigio da agitare in aria nei momenti giusti. Secondo il display luminoso sospeso sopra il campo di gioco, quando mi siedo mancano 22 minuti e qualche secondo all’inizio della partita: molti posti sono ancora vuoti, ma gli spettatori fanno presto a occuparli tutti. Intanto, nell’ultima fila, una signora bionda di mezz’età attacca sulla parete dietro a lei con il nastro adesivo una piccola scopa di saggina e un poster stropicciato con le immagini dei Grizzlies: il suo modo per dire che la squadra di Memphis dev’esser spazzata via. Subito dopo, da una borsa di plastica tira fuori delle maracas e alcuni tamburelli e li consegna ad ogni vicino, anche a me. E avverte tutti: “Se non fate bene il tifo, li riprendo!” Poi, una voce roca e lo sguardo fisso verso il campo ci ordina: “Make some noise!”.

Ci siamo: la partita sta per iniziare. Mentre i giocatori escono dagli spogliatoi, gli asciugamani volteggiano e le urla di migliaia di persone si condensano nell’aria. I primi ad uscire sono i Grizzlies: i tifosi texani li accolgono con fischi e un coro di Buuu! Buuu! Poi arrivano gli Spurs: per loro applausi e grida di incitamento a non finire. Tempo di sentir quattro violinisti che suonano l’inno americano e il gioco è cominciato.

Il primo tempo è un testa a testa che si conclude con la vincita degli Spurs per soli due punti. Nel secondo e nel terzo invece gli Spurs sono in vantaggio di almeno 10 punti. La gente comincia infatti a rilassarsi: qualcuno va a prendersi una birra, qualcun altro ordina le noccioline, altri tornano dal bar con nachos, queso y guacamole e qualcun altro con i pop corn giganti e la Dr. Pepper. Nei momenti in cui gli Spurs stanno in difesa, un tizio seduto a pochi posti da me urla offese ai giocatori dei Grizzlies fino a perdere la voce (“you, piece of trash!”, “you’re wasting our time!” e “go back to Tennessee!”, tra le più educate). Nei time out e tra un tempo e l’altro compaiono il Coyote, la mascotte degli Spurs,  e le cheerleaders a incitare il pubblico, farlo esultare, ballare e urlare “Go Spurs Go!”. È un vero e proprio show: non ci si annoia.

Al quarto tempo, quando ormai chiunque dà per scontata la vittoria dei texani, arriva una sorpresa spiacevole a turbare i tifosi: i Grizzlies rimontano e a pochi secondi dalla fine – mentre ormai tutti gli spettatori sono in piedi, stupiti e tesi –  il punteggio è pari: 85 a 85.

Si va all’overtime: nessuno sta più seduto. È un testa a testa frenetico in cui ogni punto segnato dagli Spurs è un applauso fragoroso e ogni sbaglio dei Grizzlies è un “yeah!” lanciato al soffitto. Alla fine è fatta: gli Spurs vincono 93 a 89.

“Unbelievable! Unbelievable!” mi dice il signore seduto accanto a me con un sorriso e gli occhi che mi sembrano addirittura lucidi. La signora bionda dell’ultima fila si riprende il tamburello e mi dice che l’ho usato bene, thanks. Lentamente l’arena si svuota e nella lunga fila per uscire la magia della partita resta attaccata addosso, grazie alle grida di quelli che ancora urlano il nome della propria squadra e ai tanti altri che fanno l’eco.

Fuori dall’AT&T Center piove, evento non frequente a San Antonio. I tifosi però non sembrano troppo turbati e qualcuno si toglie le scarpe per camminare scalzo nell’acqua, altri si mettono l’asciugamanino in testa e ognuno va verso la propria macchina. Per strada si suona il clascon: ci rivedremo tutti qui per la finale, mi sa.