Rubriche Senza scadenza Storie di pallacanestro

La storia di Adrian Dantley, l’Hall of Famer più misterioso della NBA

Il maestro del post up, il fenomeno dello shot fake, uno degli attaccanti più efficienti della storia, la dimostrazione che non serve avere grande atletismo e stazza fisica per dominare in area se si possiedono fondamentali e intelligenza cestistica. Questo e tanto altro è stato Adrian Dantley, uno degli Hall of Famer più sottovalutati, anomali e misteriosi della storia NBA. Stiamo parlando di un esterno di circa un metro e 96 che dominava nel pitturato, che nella sua carriera ha fatto cose strabilianti con un pallone da basket tra le mani, pur raccogliendo meno di quello che ha seminato, soprattutto a livello di considerazione al tavolo dei più grandi.

Iniziamo a dare qualche risposta su di lui. Era anomalo perché aveva una gamba più corta dell’altra ed aveva quindi bisogno di utilizzare una scarpa speciale per livellarle: nei playoffs dell’88 si verificò un episodio piuttosto singolare, dato che un tifoso gli rubò la scarpa; Dentley allora si presentò davanti alla stampa e chiese che gli venisse restituita, assicurando che non ci sarebbero state conseguenze, e così le riebbe in tempo per la successiva partita dei Pistons. Era misterioso perché, pur essendo sottodimensionato nell’era in cui vi erano grandi lunghi, riusciva costantemente a segnare e dominare nel pitturato contro giocatori più grandi, forti e atletici di lui. Inoltre, il suo gioco non era affatto appariscente e, dal punto di vista umano, non ha mai fatto nulla per attirare l’attenzione mediatica su di sé. Tutto ciò che faceva era segnare, tanto e con grande efficacia. Era sottovalutato perché, pur avendo tenuto una media di 24.3 punti con il 54% dal campo nel corso dei suoi 15 anni di carriera (tra il ’79 e l’86 non è mai sceso sotto i 26.6, viaggiando per quattro stagioni consecutive oltre i 30 di media e vincendo due titoli di miglior marcatore della lega), ha dovuto attendere quasi 20 anni per essere inserito nella Hall of Fame.

Insomma, stando a quanto detto fino ad ora, possiamo rilevare due costanti nella carriera di Dantley: è sempre stato un giocatore interno sottodimensionato ed una minaccia dal punto di vista realizzativo. Qualcuno potrebbe obiettare che appartenga alla categoria di quei giocatori forti e perdenti, ma non è esattamente così, e nel suo caso più di altri va considerato che la sorte non gli ha sorriso nei momenti cruciali. Volendo ripercorrere un po’ la sua storia cestistica, è bene iniziare dalla DeMatha High School dove, sotto la guida di Morgan Wootten, ha trascinato la squadra ad un incredibile record di 57-2, guadagnandosi tutti gli onori possibili. Nei tre anni trascorsi a Notre Dame (1974-1976), ha fatto registrare complessivamente 25.8 punti e 9.8 rimbalzi con il 56.2% dal campo ed è ricordato soprattutto per il fatto che con i suoi Fighting Irish ha compiuto una delle più straordinarie imprese nella storia del college basketball, mettendo fine alla striscia di 88 successi di UCLA. Inoltre, nel 1976 è stato il leader del Team USA che ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi, chiuse con una media punti pari a 19.3, la più alta della selezione americana.

Nel 1978 ha deciso di non tornare a Notre Dame per l’anno da senior e di dichiararsi per il Draft, in cui è stato scelto con la #6 dai Buffalo Braves, tra le cui fila ha vinto il premio di Rookie dell’anno, dopo aver viaggiato con 20.3 punti, 7.6 rimbalzi e il 52% al tiro. Successivamente, i Braves lo hanno scambiato con i Pacers: a Indiana ha firmato 26.5 punti a partita nelle prime 23 apparizioni, salvo poi essere spedito ai Lakers. In maglia gialloviola è entrato a far parte di un attacco particolarmente equilibrato, in cui era uno dei cinque giocatori a realizzare almeno 17 punti di media. LA, però, aveva dei seri problemi a rimbalzo, nonostante la presenza di Kareem Abdul-Jabbar, perché sia Dantley che Wilkes erano in origine delle ali piccole: e così la dirigenza ha deciso di spedire Adrian a Utah, ricevendo in cambio Spencer Haywood. Una mossa che per i Lakers non pagò molto, dato che Haywood era sì stato un giocatore d’elite nella seconda metà degli anni ’70, ma che allora stava vivendo dei seri problemi di droga, che gli costeranno la sospensione e poi il taglio.

Nel frattempo, tra le fila dei Jazz Dantley si è affermato in qualità di una delle migliori ali della NBA, guadagnandosi la prima di sei apparizioni all’All-Star Game: al giorno d’oggi difficilmente verrebbe notato dagli appassionati, perché stiamo parlando di uno che quasi mai schiacciava o tirava da tre punti, ma aveva uno stile di gioco poco appariscente, che badava però molto al concreto. Una delle sue tecniche preferite era la finta di tiro seguita dal jump shot, in cui era un assoluto maestro e grazie alla quale riusciva a conquistare una caterva di liberi: pensate che ha eguagliato il record di tiri dalla lunetta (28) realizzati in una sola partita, stabilito precedentemente da Wilt Chamberlain nella celebre partita da 100 punti.

Nonostante a Utah sia sempre stato particolarmente produttivo, il rapporto con coach Frank Layden non era propriamente idilliaco, e così prima della stagione 1986-87 è stato scambiato con i Pistons. I quali avevano assolutamente bisogno di un giocatore come Dantley, ovvero di un affidabile realizzatore interno: in quella stagione Adrian ha guidato Detroit con 21.5 punti di media e l’ha aiutata a raggiungere la finale della Eastern Conference, dove però si è inchinata dinanzi ai Celtics campioni in carica al termine di una serie particolarmente combattuta. Probabilmente se nel finale di gara 5 Larry Bird non avesse rubato quel famoso pallone sulla rimessa dei Pistons, quest’ultimi sarebbero arrivati alle Finals. Poco male, perché sono poi arrivati a giocarsi il titolo nella stagione seguente, battendo ad Est proprio Boston in sei partite. Nell’atto conclusivo con i Lakers, Dantley ha decisamente brillato: in particolare, in gara 1 ha messo in piedi un vero e proprio clinic di tiro, realizzando 22 punti nel secondo tempo, inclusi 12 consecutivi nell’ultimo quarto, e chiudendo a quota 34 con 14/16 dal campo per il successo di Detroit con il punteggio di 105-93. I Pistons si sono poi portati sul 3-2: quando il titolo ormai sembrava essere ad un passo, Isiah Thomas ha riportato una distorsione alla caviglia alla fine del terzo quarto, in cui ha segnato la bellezza di 25 punti. A seguito di ciò, i Lakers sono riusciti a rimontare tre lunghezze di svantaggio nell’ultimo minuto e ad allungare la serie a gara 7. Nella quale Thomas è partito fortissimo, realizzando subito 10 punti, salvo poi accusare il problema alla caviglia: nel secondo tempo non ha più trovato il fondo della retina, i gialloviola hanno limitato Dantley a 16 punti e così sono riusciti ad imporsi per 108-105, diventando la prima squadra a centrare il repeat dai tempi dei Celtics di Bill Russell.

Nel corso della stagione seguente, quella del 1988-89, i Pistons hanno deciso di privarsi di Adrian per puntare su un giocatore in grado di giocare più in post basso, e così lo hanno scambiato con i Mavericks per Mark Aguirre. Dopo la trade, Detroit ha fatto registrare un record di 31-6 ed ha vinto il titolo sconfiggendo i Lakers nelle Finals, difeso poi l’anno successivo contro i Blazers. Ovviamente dal punto di vista emotivo i successi dei Pistons senza di lui hanno fatto molto male a Dentley, che quasi sicuramente si sarebbe potuto mettere un anello al dito, se non fosse stato per quel maledetto infortunio di Thomas. Comunque a Dallas la sua produzione è stata più che buona, con 20.3 punti di media in 31 partite, anche se la sua percentuale dal campo ha iniziato a diminuire. Questo è stato l’inizio della fine della sua carriera NBA: nella stagione successiva ha giocato solo 45 incontri con i Mavericks e, dopo i 10 disputati con i Bucks nel 1990-91, ha avuto un’avventura italiana con Milano (con cui ha viaggiato a quasi 30 punti ad allacciata di scarpe, ndr), che è stata l’ultima prima di dire basta con il professionismo.

Mi piace concludere questo articolo con delle dichiarazioni che Dantley ha rilasciato qualche tempo fa ad una rivista americana, a cui ha spiegato il perché della sua capacità di dominare nel pitturato contro dei veri lunghi: “Il mio successo nasce dall’allenatore che ho avuto al liceo. Lì ho dovuto giocare da centro ed ho quindi imparato tutti i fondamentali e i movimenti necessari per rendere al meglio in quel ruolo. Sono sorpreso dal fatto che la maggior parte dei lunghi della NBA di oggi non sono in grado di eseguire dei movimenti efficaci nel pitturato. Questo significa che non hanno lavorato abbastanza duramente oppure che da giovani non hanno ricevuto gli insegnamenti che ho avuto io. Il che è fondamentale, perché una volta giunti nella NBA i movimenti si possono anche imparare, ma mai padroneggiare realmente”.