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La storia di Micheal Ray Richardson, il primo giocatore bannato a vita dalla NBA

25 febbraio 1986. Magari per molti di voi questa data non significa proprio nulla, ma per Micheal Ray Richardson segna la svolta della sua vita. In quel giorno, la stella texana risultò positiva alla cocaina per la terza volta, passando alla storia come il primo giocatore ad essere bannato per sempre dalla NBA.

Ma andiamo con ordine. Tutto ha avuto inizio nel 1978, quando i Knickerbockers hanno selezionato con la quarta chiamata un playmaker relativamente sconosciuto, proveniente dall’Università di Montana. Nonostante diversi addetti ai lavori rimasero interdetti riguardo alla scelta di New York, altri erano convinti che Richardson potesse essere un crack anche al piano di sopra, tanto da soprannominarlo il nuovo Walt Frazier. Micheal ci ha messo veramente poco a fugare tutti i dubbi su di lui, in particolare con una stagione da sophomore che è nei libri di storia della NBA: è diventato il primo giocatore di sempre a guidare la lega sia nella voce assist (10.1) che in quella palle recuperate (3.2), scrivendo anche il nuovo record di franchigia per i Knicks in entrambe le categorie.

Quella del 1979-80, tra l’altro, è stata la stagione che ha visto il debutto di due superstar del college basketball del calibro di Magic Johnson e Larry Bird, che già tutti avevano capito fossero destinati a condizionare un’epoca. Eppure Richardson non ha mostrato mai alcun timore nei loro confronti ogni volta che se li è ritrovati da avversari nella NBA. “Micheal Ray è uno che ha sempre giocato proprio come io ho fatto – ha confidato una volta Magic – Ogni volta che lo vedevo, veniva dritto verso di me ed iniziava con il trash talking, senza mai smettere per tutta la partita”. Bird, invece, una volta lo ha definito il miglior giocatore di basket del pianeta. Insomma, Richardson era un giocatore profondamente rispettato all’interno della NBA ed in campo si distingueva, oltre che per l’innato talento, per la grande versatilità, che gli consentiva di giocare efficacemente in tre diversi ruoli. Era in grado di gestire il pallone e di creare gioco per i suoi compagni di squadra, oppure più semplicemente non aveva problemi a mettersi in proprio e a crivellare le retine avversarie. Era anche un difensore di un certo livello, non a caso spesso e volentieri si andava a prendere in marcatura il miglior giocatore del team opposto.

Nonostante le grandi attenzioni tra gli addetti ai lavori ed i tifosi che ha subito attirato, Richardson è stato visto troppo spesso con le persone sbagliate e nei posti sbagliati, tanto che ad un certo punto si è iniziato a temere che il basket non fosse più la sua priorità. E la conferma si è avuta quando è diventato a tutti gli effetti schiavo della cocaina, che ha frenato bruscamente la sua carriera NBA, che avrebbe potuto portarlo ad essere uno dei volti della lega in quel periodo. Nel dicembre del 1983, infatti, era già stato in tre cliniche diverse ed era stato rilasciato dai Nets per i suoi noti problemi di droga. Nel 1984, però, il front office di New Jersey ha deciso di richiamarlo e di dargli un’altra occasione: Richardson sul campo ha risposto alla grande, trascinando la squadra ad una delle vittorie più shoccanti nella storia dei playoffs, dato che al primo turno ha fatto fuori i Sixers campioni in carica di Julius Erving. A quel punto tutti, i Nets in primis, si sono illusi che Micheal Ray avesse messo la testa apposto e che fosse pronto a prendersi il suo posto nell’elite della NBA: ha firmato un quadriennale, ha partecipato al video per la promozione anti-droga della lega ed ha passato tutti i test settimanali che erano stati imposti dal suo contratto. Insomma, sembrava che Richardson non avesse più alcuna intenzione di tornare alla sua vecchia vita, che lo aveva fatto piombare nell’oscurità e lontano dai suoi familiari, amici e compagni di squadra.

Tutto però è cambiato in quella maledetta notte del 27 dicembre del 1985: Richardson aveva preso parte alla festa di Natale della squadra, dopodiché era andato in un bar a prendere un drink con i compagni Darryl Dawkins e Bobby Cattage. Tutto normale, se non fosse che dopo è praticamente scomparso nel nulla e non si sono avute sue notizie prima di due giorni, quando ha chiamato il suo agente, Carlo Grantham, confessandogli di esserci ricascato e di aver bisogno di aiuto. Quello che poi è successo in seguito è storia nota: dopo essere stato bannato a vita dalla NBA, Richardson si è ritrovato disoccupato, con debiti e con un’inchiesta a carico per molestie alla sua ex moglie.

Proprio quando tutto sembrava perduto, Micheal Ray ha trovato una via di uscita: nonostante avesse già passato i 30 anni, ha firmato un contratto per giocare con la Virtus Bologna ed ha così scelto di provare a ricostruire la sua vita partendo dall’Italia. Uno con il suo talento ci ha messo veramente poco a fare innamorare il PalaDozza, arrivando anche a vincere da protagonista la Coppa delle Coppe del 1990. La sua storia con le V nere si è però interrotta bruscamente nel 1991, quando è stato trovato nuovamente positivo alla cocaina e licenziato di immediata conseguenza. Ma anche questa volta l’amore per la pallacanestro è emersa e gli ha permesso di trovare la forza per andare avanti: e allora si continua a giocare con Spalato, Livorno, Antibes, Forlì e ancora Livorno. Dovunque è andato, ha strabiliato e fatto innamorare i tifosi per la sua classe che era originariamente destinata a palcoscenici ben diversi, se non ci fosse stata quella maledetta polverina bianca, in grado in un attimo di farti toccare il fondo.

“Sugar” ha continuato a giocare fino a 45 anni e nel 2003 ha poi fatto ritorno nella NBA, come ambasciatore dei Denver Nuggets. In quell’occasione, Richardson ha riflettuto sulla decisione di bannarlo da parte del commissario David Stern. “Nono sono mai stato arrabbiato con lui, mi sono sempre preso la responsabilità per quello che ho fatto – ha dichiarato – Anzi, Stern ha contribuito a salvarmi la vita. Dio ha un piano per tutti, purtroppo questo è stato il mio, ma ciò che conta è che sono ancora qui”. Mai “purtroppo” fu più azzeccato”: senza quel vizietto, con ogni probabilità staremmo qui a parlare di un fenomeno indimenticabile della NBA degli anni ’80.