Le Finals NBA ed i loro format: la storia del 2-3-2 ed il ritorno al 2-2-1-1-1

A 30 anni di distanza, le Finals della NBA torneranno a disputarsi secondo il format del 2-2-1-1-1. La decisione è arrivata nello scorso autunno, quando i vertici della lega hanno ritenuto che il momento fosse opportuno per tornare alle origini ed abbandonare così la formula 2-3-2, che ha accompagnato le Finals dal 1985 ad oggi. 

Nel corso degli anni, periodicamente qualche allenatore, giocatore o addetto ai lavori si è lamentato del 2-3-2. Tra gli interventi più celebri, ricordiamo quello di Rivers ai tempi dei Celtics, quando dichiarò che questo format era svantaggioso per le squadre con il fattore campo a favore, in quanto quest’ultime non avevano la “pivotal game 5” tra le mura amiche. In quella occasione Doc disse una cosa abbastanza senza senso, perché gara 5 è critica solo se la serie è bloccata sul 2-2. Nelle 67 finali disputate nella storia della NBA, in sole 25 si è giocata una gara 5 sul 2-2: in questa circostanza, quando la NBA ha usato il 2-3-2 (1949, 1953-55, 1985-2013) la squadra con il fattore campo a favore ha poi vinto il titolo 11 volte su 14 (78.5%), mentre con il 2-2-1-1-1 la percentuale scende al 71.4% (10/14). Questo perché, fino all’anno passato, nel caso in cui la squadra con il miglior record avesse perso gara 5, ha poi avuto l’enorme vantaggio di avere le successive due partite tra le mura amiche: nessuna squadra ha mai vinto gara 6 e 7 in trasferta per conquistare il titolo. 

L’altra lamentela che spesso si è sentita è che con il 2-3-2 la squadra con il fattore campo a favore è troppo svantaggiata dal dover giocare tre partite consecutive fuori casa. Ovviamente questa tesi ha la sua validità, dato che non è affatto facile reggere l’urto di un palazzetto che tifa veementemente contro per tre sere di fila. Statisticamente la squadra senza il fattore campo tra le mura amiche ha però un record non esaltante di 49-40 (55% di vittorie), mente solo quattro volte (l’ultima Miami contro i Thunder) è riuscita a vincere tutte e tre le partite consecutive in casa. 

E’ vero, giocare tre partite consecutive “on the road” non è semplice nemmeno per le squadre migliori, ma se vi soffermate sulle statistiche e ragionate sul fatto che avere in casa gara 6 e 7 è un vantaggio enorme, vi rendete conto che alla fine il 2-3-2 è troppo vantaggioso per le squadre che possono avvalersi del fattore campo. Quindi la NBA ha fatto benissimo a tornare al 2-2-1-1-1, che tutto sommato è un format che garantisce maggior equilibrio, e di conseguenza il risultato più giusto. 

Qualcuno di voi potrebbe fare la seguente obiezione: se è il più giusto, perché negli ultimi 30 anni non è stato utilizzato? All’epoca c’era una ragione ben precisa per utilizzare il 2-3-2. Tutto è nato dalle Finals del 1984 tra Lakers e Celtics. Dopo aver giocato le prime quattro partite nell’arco di 11 giorni per una questione di dirette televisive, le due squadre erano sul 2-2 ed erano attese da un rush finale pazzesco, che prevedeva tre viaggi in aereo in soli cinque giorni, nel caso in cui si fosse andati a gara 7. Cosa che ovviamente è successa, costringendo i giocatori a voli massacranti e la proprietà a dover spendere tanti soldi, dato che allora non esistevano i charter di squadra. In una drammatica gara 7, i Celtics di Bird riuscirono a spuntarla ed a vincere il titolo, ma quella serie tanto bella sul campo, quanto problematica fuori, smosse l’allora commissario Stern, che decise di abbandonare il 2-2-1-1-1 per un 2-3-2 che permettesse di limitare gli spostamenti e di concentrarsi maggiormente sul gioco. Ovviamente negli ultimi 30 anni la situazione è cambiata radicalmente: ci sono i voli di squadra che semplificano tutto e non sono più le emittenti a dettar legge alla NBA, bensì il contrario, quindi i tempi sono più che maturi per tornare alle origini.