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L’etica del lavoro di Bryant: ecco come il rookie Kobe ha sviluppato il tiro da tre

Dopo le puntate dedicate alle testimonianze dirette del duo Wade-Bosh e di Michael Cooper, alla storia di un preparatore atletico del Team USA 2012 ed a quella di Ramona Shelburne, nota giornalista di ESPN, il nostro viaggio alla scoperta degli aneddoti più interessanti e meno conosciuti riguardanti l’etica del lavoro di Kobe Bryant continua. Stavolta con un episodio svelato da Robert Horry in un suo intervento sull’ormai celebre “The Players’ Tribune”, nel quale definiva il #24 gialloviola il più grande lavoratore con cui avesse mai giocato: ecco la traduzione della parte che ci interessa ai fini della nostra rubrica.

«Nel 1997 sono stati scambiato e sono finito a Los Angeles, sponda Lakers. All’epoca Kobe era solo un rookie, e non era in grado di tirare da tre consistentemente. Così ogni giorno dopo l’allenamento facevamo una sfida di tiro, che includeva me, Bryant, Brian Shaw, Mitch Richmond e Kurt Rambis. Kobe perdeva ogni singola volta. Nonostante ciò, potete star certi del fatto che il giorno successivo lui arrivava e voleva comunque sfidarci nel tiro da oltre l’arco. Era come un orologio, non appena finiva l’allenamento si avvicinava e diceva “Iniziamo la sfida! Sono pronto per voi”. Ovviamente gli facevamo sempre il culo.

Eppure lui non si è mai arreso, era incredibile. Si è allenato fino a quando, un paio di mesi più tardi, finalmente è riuscito ad ottenere la sua prima vittoria. Lui è uno di quelli che se gli dici “ehi Kobe, scommetto che non sei in grado di fare cinque canestri consecutivi da metà campo facendo cadere il pallone e calciandolo con il piede”, potete stare certi che quel “motherfucker” si allenerà fino a quando non sarà in grado di farlo. È questo che la gente non capisce quando si parla di campioni e soprattutto di mentalità vincente. La dedizione di Kobe è irreale, e lo dico sul serio… è davvero qualcosa di incredibile».