Tim Duncan e quel passaggio ai Magic che avrebbe potuto cambiare la storia

Che cosa sarebbe successo se Tim Duncan si fosse unito a Grant Hill e Tracy McGrady per formare dei veri e propri Big Three tra le fila dei Magic, durante la stagione 2000-01? Se siete tifosi di Orlando, questo quesito ve lo sarete posti tante e tante volte, mentre se siete semplici appassionati potreste non sapere assolutamente nulla di quello di cui stiamo parlando. Quindi ripercorriamo quello che è accaduto. Nell’offseason del 2000, Duncan è stato vicino a firmare con i Magic, che gli avevano offerto un contratto dalla durata di sei anni e dal valore di 67.5 milioni di dollari. “Quell’accordo era quasi fatto, molto più di quello che la gente possa mai immaginare”, ha poi confessato nel 2007 il lungo caraibico. Il quale decise di rimanere a San Antonio, dove è diventato una vera e propria leggenda vivente ed ha vinto altri quattro titoli da protagonista, senza dimenticare che potrebbe conquistarne ancora un altro in quella che sarà (presumibilmente) la sua ultima stagione da professionista.

Adesso possiamo quindi tornare al quesito originario: quale sarebbe la storia della NBA, se i Magic avessero portato a casa uno dei lunghi più forti e dominanti di tutti i tempi? Di sicuro Orlando non sarebbe mai incappata nella stagione 2003-04, in cui ha portato a casa solo 21 vittorie, quelle che poi le hanno permesso di pescare alla n.1 un certo Dwight Howard. Ma con McGrady, Hill e Duncan, dell’attuale centro dei Rockets si poteva fare tranquillamente a meno. A quel tempo questi tre giocatori erano così altamente considerati che unendosi avrebbero immediatamente attirato le aspettative di titolo, come accaduto nel corso degli anni successivi a Celtics, Heat e adesso ai Cavaliers: nell’estate del 2000 Duncan poteva già vantare un anello al dito, Hill era considerato il nuovo Michael Jordan e McGrady aveva mostrato di possedere un talento da vera e propria superstar.

Con questi tre giocatori al roster, affiancati da solidi giocatori come Jameer Nelson e Pat Garrity, i Magic sarebbero sicuramente stati uno dei top-team della NBA e avrebbero dato vita a grandi battaglie nei playoffs con Heat e Pistons. Tra l’altro, all’inizio del nuovo millennio (ma anche oggi), la Eastern Conference non aveva molti lunghi di alto livello: se ad Ovest giocava gente del calibro di Shaq, Garnett, Nowitzki, Robinson, Malone, Webber e Ming; ad Est c’erano Mutombo, Jermaine O’Neal e Mourning (spesso infortunato, tra l’altro). Ciò ci induce a pensare che una squadra con Duncan sarebbe stata veramente difficile da battere all’interno di quella Conference.

Tra l’altro Duncan avrebbe avuto non solo il talento, ma anche e soprattutto la leadership per guidare quei Magic almeno ad un titolo, ed è la sua storia personale che ce lo dimostra: se McGrady nella sua carriera non è mai riuscito ad andare oltre il primo turno di playoffs (preferisco evitare di citare l’ultima esperienza da sventolatore di asciugamani con gli Spurs, è un colpo al cuore per chi è cresciuto vedendolo nel suo meglio), Duncan si è fatto la fama in qualità di uno dei più grandi vincenti della storia del gioco.

Ma alla fine dei conti, Tim di sicuro non può avere nessun rimpianto per la sua carriera, anzi probabilmente neanche ha mai pensato più di tanto a cosa sarebbe potuto accadere se si fosse trasferito ad Orlando. Tra l’altro, ormai nell’immaginario collettivo il lungo caraibico è nato per giocare con gli Spurs e per Popovich, ed è in nero-argento che ha scritto delle pagine indelebili nella storia della NBA.