Lo scandalo di Ruvo di Puglia: lo sport non deve essere (solo) guadagno

Sono appena giunto a conoscenza del vergognoso accaduto a Ruvo di Puglia, formazione di serie C regionale nella quale la dirigenza ha chiesto ai giocatori di PERDERE gara-3 dei quarti di finale playoff contro Terlizzi. La motivazione della scelta scandalosa è presto detta: i dirigenti, secondo le parole scritte su Facebook dal capitano della formazione Guglielmo Serazzi, “oltre a non pagare più gli stipendi da gennaio, non vogliono pagare nemmeno le tasse gare e le eventuali trasferte se passiamo il turno”.

Una richiesta del genere è quanto di più brutto possa esistere nel mondo dello sport. I valori del rispetto (verso gli avversari e verso gli spettatori), della competizione e del divertimento stesso vengono totalmente sradicati da parole simili. Pur tenendo in considerazione il momento di pessima congiuntura economica, non è possibile che una dirigenza si rifiuti di tenere testa all’impegno preso ad inizio stagione. Una squadra, dalla prima amichevole all’ultimo torneo estivo, è tenuta a dare sempre il massimo in ogni secondo di gioco e deve essere messa nelle condizioni, anche economiche, per fare questo.

In considerazione di ciò, non posso che ritenere le parole della dirigenza di Ruvo di Puglia profondamente offensive nei confronti della mentalità sportiva che deve esistere all’interno di qualunque sport del mondo. Inseguire la vittoria dev’essere l’unico obiettivo di qualunque giocatore, allenatore, dirigente o presidente e i soldi non devono essere altro che un mezzo per raggiungere il fine ultimo di vincere. Perdere una serie playoff per risparmiare qualche spicciolo, in confronto a tutte le spese sostenute in una stagione, è ridicolo e inaccettabile, oltre che lesivo nei confronti dei propri giocatori, di quelli avversari e di tutti gli appassionati.

Il periodo di difficoltà economica è ben noto a tutti, ma se una persona non si sente più di investire in un prodotto ormai non più profittevole, può sempre ritirare il proprio investimento. Posto che investire in una società sportiva non è e non deve essere la stessa cosa che investire nel mercato azionario, è assolutamente irrispettoso che i vertici di una società chiedano ai propri giocatori di perdere per non pagare. Occorre forse ricordare a questi signori che lo sport non è guadagno, che lo sport non lo fanno i soldi, ma la passione, indomita e sempreverde, di milioni di giocatori, di spettatori e di appassionati?