Rubriche Storie di pallacanestro

Paste, salami e babà: quando anche l’allenamento diventa una festa

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Una volta c’era il tipico padre di famiglia, che la domenica mattina dopo la Messa o la passeggiata rigenerante si fermava dal pasticcere per comprare il consueto cabaret di paste. Era una tradizione, com’era tradizione aspettare le tre per sintonizzare la radio su “Tutto il calcio minuto per minuto” ed alle sei uscire per un caffè al primo bar con televisione per guardare Paolo Valenti con il suo “Novantesimo”. D’altronde quando l’uomo rientra nella sfera mistica delle usanze, difficilmente riesce a togliersele di dosso. Ci vorrebbe solo una rivoluzione per mutare anche i riti più radicati. La rivoluzione c’è stata, almeno per l’esempio citato: le play TV hanno cambiato non solo il modo di vedere il calcio, ma anche come esso è stato interpretato. Così i bar si sono svuotati, le radio sono state rimpiazzate da megaschermi sempre più efficienti ed i pasticceri hanno dovuto trovare altrove i loro clienti. Clienti nuovi, atipici talvolta. Spesso sono ragazzini, ma altre volte sono trentenni, tutti però si presentano a dieci minuti dalla chiusura, con una borsa in spalla ed ordinano tutto quello che è avanzato. È lo strano rapporto che c’è tra le pasticcerie ed i giocatori di pallacanestro.

“Allora? Le portiamo le paste?” Quante volte vi sarà capitato di sentire questa domanda/imposizione. Di solito è il senatore della squadra, l’uomo di carisma che sfrutta il suo potere per intimorire l’esordiente di turno. Altre volte invece è il resto della squadra che lo chiede proprio al senatore, per i più disparati motivi: fallo tecnico, espulsione, canestro della vittoria…. Insomma ogni scusa è buona per far portare le paste a qualcuno. Ogni scusa è buona per andare all’allenamento ed aspettare che finisca per veder ripagato il sudore con un po’ di cibo che ti aspetti. Si finiscono i tiri liberi, lo stretching, ci si slaccia le scarpe e sudati si dispone il tavolo imbastito al centro e le panchine ai lati. In quel momento, con il fiato ancora palpitante, non c’è molta voglia di parlare, ma solo di mangiare.

Le paste non sono solo un rito di passaggio, sono un modo per unire il gruppo e per far sì che anche l’ultimo delle rotazioni diventi per un secondo l’idolo della squadra. Le paste sono però anche un modo di dire, perché non è detto che siano per forza primizie di pasticceria. Ogni regione ha le sue specialità culinarie e quindi non è detto che ci si affidi sempre e per forza a cannoli e babà. Ci sono le mamme facinorose che a casa producono ed i figli che vogliono andare al risparmio che passano con tanto di stagnola ad avvolgere qualsiasi cosa risulti commestibile: torte salate, tiramisù, melanzane alla parmigiana, pasta fredda, salumi di vario genere… Quel che si può masticare, dopo due ore di allenamento, è per forza di cose eccezionale. Ecco dunque che impari a conoscere i tuoi compagni di squadra, cominci a scommettere su ogni dettaglio del gioco, perché ogni pretesto è, come detto, un motivo valido per fare un pic-nic a centrocampo. Qualcuno comincia addirittura a corrompere arbitri, avversari, allenatori, affinché il malcapitato di turno sia costretto a pagare. È però un pagamento democratico e casuale, perché colpisce tutti e ne beneficiano tutti.

Mi è capitato spesso di mangiare focaccia, dalle mie parti è come una dichiarazione d’amore, ma anche pizze, patatine ed anche quelle torte confezionate del discount. Mi è capitato ogni cosa e quando è toccato a me ho replicato con lo stesso interesse e la stessa volontà di stupire di tutti. Poi chissenefrega se sei a corto di soldi e ti sei dovuto sbattere per andare a cercare la cosa più economica che ci sia sulla faccia della terra. Non importa a nessuno, perché il gesto vale più del suo effettivo valore: le uniche cose importanti? Che ci sia una quantità tale di cibo che potrebbe sfamare una mensa militare, ma soprattuto che ci siano abbastanza birre per tutti. Perché sì, siamo sportivi, siamo atleti, siamo eticamente e moralmente delle persone civili, ma la birra è indispensabile, è l’ingrediente necessario. Con una birra in mano si è tutti uguali, si rompono tutte le gerarchie. Allora ecco che l’allenatore, con una birra in mano, si ricorda magicamente di avere in squadra quel ragazzino che scorda spesso in panchina. Ecco che con un paio di birre in mano anche il più taciturno dei compagni mostra tutta la sua simpatia. Ecco che, dopo aver avuto in mano parecchie birre, anche il cecchino del gruppo torna tra i comuni mortali con qualche airball dai tre metri. Tanto poi si va sotto la doccia, ci si libera delle fatiche e, con la pancia più piena ed un sorriso più largo, si va a dormire più felicemente.

La pallacanestro sarà anche schemi, tattiche e fondamentali, ma come ogni cosa se si limitasse a questo finirebbe per annoiarci. La realtà è che anche le paste sono pallacanestro, perché imprescindibili per ogni squadra. Ed essendo ogni squadra imprescindibile per la pallacanestro ecco che il cerchio si chiude in perfetta armonia.